L’Italia è un paese razzista?

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Apriamo così la sezione del blog dedicata ai sondaggi. Una piccola premessa: chi scrive questo post non è di certo un giornalista professionista e spera di riuscire comunque a dare un’informazione corretta pur nel tentativo di intrattenervi e consapevole della scarsa obiettività del suo scritto. Perché questo tema, che può essere considerato obsoleto, scontato? Per il semplice motivo che molto spesso diamo per certa una civilizzazione e una tolleranza che non abbiamo ancora raggiunto davvero. Le le ultime vicende politiche che coinvolgono il ministro Kyenge e alcuni esponenti della Lega sono uno dei motivi che ci spingono a considerare questa come una problematica che ha ancora eco. Il ministro per l’integrazione ha dichiarato «L’Italia non è un paese razzista», ma non sono trascurabili gli avvenimenti di chiara matrice xenofoba.

Tutto comincia con Calderoli, che fa sfoggio delle sue invidiabili capacità dialettiche e del suo umorismo sottile paragonando la donna a un orango. Arguto. Continua Borghezio: «Questo è un governo del bonga bonga, […] la Kyenge ci vuole imporre le sue tradizioni tribali, quelle del Congo», ponendosi sulla stessa lunghezza d’onda del collega. Un’onda di inciviltà e intolleranza, dove la vera tribalità risulta essere quella delle sue improbabili contestazioni. Massimo Giannini così commenta, confrontando il partito a un noto romanzo di Stefano Benni (qui l’intervista video): «Sono spaventati perché questa è la cifra politica di quel movimento fin dall’inizio. Tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che è integrazione, tutto ciò che è mescolanza e ibridazione di culture, di politiche, di quant’altro li atterrisce, li terrorizza.» continuando nel definirli falsi guerrieri dagli atteggiamenti folkloristici, ormai non più considerabili tali ma fautori di intollerabili manifestazioni di razzismo.

Rimanendo sempre nel contesto politico, ben sappiamo che in Italia vige il ridicolo e disumano reato di clandestinità, che non solo è di estrema inutilità – in quanto dispendioso e spesso inapplicabile – ma soprattutto crea un paradosso di epiche dimensioni che fa desistere le imbarcazioni o chi per esse dal soccorrere i clandestini. Così facendo, se la logica non mi inganna, si dovrebbe però essere imputabili per omissione di soccorso. Proprio per questo non è illegale prestare loro aiuto, ma lo è farli sbarcare in Italia, reato che è definito “favoreggiamento dell’immigrazione”. Insomma, un macello. Per depenalizzare il reato sancito come tale dalla Bossi-Fini, il MoVimento 5 Stelle ha presentato un emendamento (che è stato accettato). Per questo io, che ho sempre criticato il partito – perché checché se ne dica è un partito – mi sono ritrovata a doverne ammettere i meriti, ma limitandomi a chi di questo gesto è autore. Difatti Grillo si è dissociato scrivendo sul suo blog «non faceva parte del nostro programma […]. Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico». Insomma, non si dà abbastanza importanza al problema, non se ne coglie ancora la disumanità. Fortunatamente il referendum indetto dallo stesso Grillo ha decretato una maggioranza favorevole all’emendamento. Bravi 5 Stelle, finalmente.

È risaputo che uno degli ambienti in cui più si manifesta questo virus razzista è il calcio. Il giocatore Seedorf – intervistato da Repubblica.it – si esprime così al riguardo: «L’ho combattuto da calciatore. E continuo a farlo. Il razzismo esiste ancora dappertutto nel mondo.». Un problema dunque che non riguarda solo il nostro paese, secondo il giocatore, ma che è ancora una realtà culturale dei nostri giorni. La stessa Cécile Kyenge ha dichiarato: «I nostri stadi sono stati spesso protagonisti di episodi incresciosi di razzismo, intolleranza, e gesti che poco hanno a che vedere con lo spirito che accompagna la grande maggioranza dei tifosi. Mi auguro che a partire già da questa prima giornata si possa vedere sui campi solo il bel gioco, che è fatto sia dalla componente tecnica dei giocatori che lealmente si sfidano, sia dai comportamenti di tutti i protagonisti, in campo e fuori».

Alla luce di questi avvenimenti, abbiamo chiesto ai nostri (futuri) lettori se per loro l’Italia sia realmente un paese razzista. Molti ci hanno risposto di sì, tra cui due ragazze che riportano esperienze di discriminazione nell’ambiente scolastico nei confronti di un ragazzo di colore, spesso oggetto di scherno. In tanti mettono in luce l’intolleranza tra nord e sud Italia per argomentare quanto improbabile sia l’accettazione delle altre culture quando viene a mancare perfino la tolleranza all’interno del paese stesso, ma ancor di più pensano che la cultura razzista appartenga ormai solo a una minoranza e che questa faccia scalpore a livello mediatico in quanto tale. Alcuni ne fanno una questione ancor più specifica, dipendente dalla città e dall’età: i giovani sono meno razzisti, al nord si discrimina di più. Soltanto un parere si discosta dalla visione generale appena riportata, indicando il sud come maggiormente intollerante, a causa di una mentalità che ci porta a considerare gli immigrati come coloro che “ci rubano il lavoro”, anche se in realtà – aggiunge – «c’è tanto da imparare da loro».

Abbiamo dunque riscontrato una certa eterogeneità nelle opinioni riguardo il bel paese, che ben rispecchiano quella ideologica dei suoi abitanti. Ad ogni modo, che sia un fattore culturale di massa o che faccia parte di una (dis)educazione sbagliata ma minoritaria, il razzismo rimane un problema presente e attuale che non può essere ignorato né sottovalutato. La realizzazione stessa di questo sondaggio, insieme ad ogni articolo scritto su vicende correlate a questo tema, rappresenta una sconfitta. Sarò sincera: non riesco a scrivere una conclusione che non trabocchi di banalità e retorica. Questo perché non c’è nulla che possa insegnare che non sia frutto del semplice buonsenso. Usatelo, perdiana!

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