L’evasione in venti righe: i racconti di Giulia

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Quando abbiamo contattato Giulia per ottenere un’intervista, la prima richiesta che ci ha fatto è stata quella di rimanere anonima. La persona di cui e con cui stiamo per parlare è una scrittrice per necessità, che trova in questa forma d’arte un modo per esprimersi e non un motivo di vanto. Riconosciamo comunque in questa ragazza una dote evidente. Vi basti sapere che è un giovane talento dai capelli rossi e che le sue storie parlano per lei. Vi lasciamo alla nostra chiacchierata su scrittura, scrittori, lettori ed emozioni.

Quanto c’è di personale e magari autobiografico nei tuoi racconti?

Molto, forse anche troppo, nonostante le prime storie scritte sul sito trattino di argomenti non autobiografici, come storie di ragazzi problematici o con un passato difficile. Con il tempo, inevitabilmente, ci ho messo sempre qualcosa in più di mio. Parlo di emozioni, situazioni vissute o che avrei voluto vivere, soprattutto quando mi diletto con la poesia: in quei pezzi c’è assolutamente tutta la mia vita, scritta in maniera criptica, spesso forse difficile da cogliere, non lineare come in un racconto.

Proprio per questo immaginiamo che sia spesso difficile condividere i proprio scritti con chi ti conosce. Qual è il tuo lettore ideale? Permetti alle persone a te vicine di leggere le tue storie o preferisci tenerle “nel cassetto” (o meglio nell’internet)?

Il mio lettore ideale è un perfetto sconosciuto, qualcuno che mi legga per la prima volta, senza conoscermi, ma che magari si riconosce perfettamente in ciò che scrivo o, al contrario, non condivide la mia visione delle cose e tenti di farmi cambiare idea, perché no. Scrivere è anche rivalutare le proprie posizioni. Nessuna delle persone a me vicine legge ciò che scrivo: mi sono iscritta al sito proprio perchè l’ho inquadrato come un rifugio ideale, un luogo in cui sentirmi libera di trascrivere su pc ciò che mi passa per la testa, dal puro romanticismo alla storia drammatica.

Il concetto di “rivalutare le proprie posizioni” è molto interessante. Il confronto con i lettori di 20lines ti avrà sicuramente permesso di migliorare il tuo stile e renderlo sempre più personale.

È fondamentale. Quando ti metti in gioco, anche con la scrittura, ed entri in contatto con decine e decine di persone con storie diverse, devi essere open minded, pronto a rivalutare tutto ed è fighissimo! Anche per quanto riguarda lo stile, leggendo si impara tantissimo (sono avida lettrice), ma scrivendo con altre persone si “affina la tecnica” ancora di più. Ci si aiuta a vicenda e c’è sempre qualcosa in più da imparare, non si finisce mai e anche questo è veramente figo!

A proposito di posizioni: le ambientazioni dei tuoi racconti sono spesso paesi esteri, dalla calda Barcellona passando per una più esotica India fino ad arrivare al Giappone. Il tuo è un amore ideale o l’ispirazione deriva da viaggi reali?

È un amore ideale che vedo realizzato nel mio futuro, spero. Alcune situazioni sono personali e trasportate in luoghi lontani. Il tema dell’evasione mi è molto caro, lo sento mio. Scrivo spesso di viaggi e luoghi esotici, mi affascinano le culture lontane, soprattutto orientali.

In un brevissimo racconto che hai intitolato Con gli occhi di un bambino scrivi «E ho paura di fare male a quel corpo ancora immaturo e fragile». Anche in Namasté parli di una giovane sposa indiana, costretta al matrimonio, ponendo nel finale l’attenzione sul suo «volto da bambina». Un’immagine, quella dell’infanzia e della sua fragilità, che appare ricorrente. Perché questa simbologia?

L’infanzia è fragilità. L’infanzia è innocenza. Scrivere storie sui bambini mi sembra una sorta di protezione nei loro confronti. Ad esempio romanzare un fatto reale come il matrimonio combinato in India è per me una denuncia. È far conoscere una situazione drammatica, seppur contornata dai colori e sapori di una terra bellissima; è far conoscere il paradosso tra lo sfarzo dei costumi, della terra e la crudeltà dell’uomo e di tradizioni spesso inconcepibili. Come con altri argomenti, ad esempio politici, storici, scrivere è anche denunciare, far conoscere.

Riepilogando: abbiamo parlato del tuo lettore ideale e ci hai detto di essere un’avida lettrice, ora hai riconosciuto nella scrittura anche un ruolo di denuncia. Quali sono dunque le caratteristiche che uno scrittore deve avere per conquistarti?

Deve riuscire a farmi viaggiare, anche attraverso la storia di uno studente stressato dagli esami o di una casalinga disperata. Deve coinvolgermi nella storia, deve farmi piangere di fronte alla perdita di una persona cara e farmi ridere per una brutta figura del protagonista. Ad esempio: ho pianto come una bambina dal primo all’ultimo capitolo leggendo Mille splendidi soli e ho ballato con On the road!20lines

A questo proposito, in Stay la protagonista parla di George Orwell dicendo che adora «il suo modo di scrivere, di raccontare, di trasportare». Vale anche per te? Puoi citare altri scrittori che ami particolarmente.

Orwell è un maestro, un visionario, mi inchino di fronte a lui! È uno tra gli scrittori che adoro per il fatto di riuscire a denunciare (eccola!) situazioni drammatiche con fare anche satirico-allegorico (come Animal farm). Tra gli scrittori che porto nel cuore per il fatto di aver cambiato la mia visione del mondo, di situazioni anche poco importanti, ci sono sicuramente Jack Kerouac e la Beat Generation in generale. Spiriti liberi, ribellione, anticonvenzionalità. Poi Tiziano Terzani, scrittore e giornalista, che considero un mentore, un alter ego maschile, una fonte di sapienza.

Parlando dei tuoi scrittori ideali: Giulia tra dieci anni si vede sugli scaffali delle librerie accanto a loro?

Bella domanda! Scrivere libri non è tra le mie priorità future, anche se mi piacerebbe molto. In realtà vorrei intraprendere la carriera giornalistica e poi, chissà, magari lo scriverò un libro, ma non posso garantirti che si troverà tra gli scaffali (ride, ndr). Vedremo! Scrivere è la mia più grande passione. Ho imparato a scrivere da sola a tre anni, a dodici collezionavo diari segreti e storielle adolescenziali (che ora mi fanno ridere a rileggerle). Scrivo in treno, all’università, per strada, sulle note del telefono. Catturo su carta o pc tutto quello che vedo e che sento, magari farò una raccolta di aforismi.

Un libro di aforismi, racconti brevi. Sembra quasi tu tema gli scritti prolissi. La cosiddetta crisi da foglio bianco?

Ho divorato le quasi mille pagine di Anna Karenina e ne avrei volute altre mille! Però Tolstoj è uno scrittore eccellente. Il punto è che bisogna saperci fare: scrivere un libro lungo è un’arma a doppio taglio, il rischio di annoiare il lettore dopo cento pagine è altissimo. Più che di paura, parlerei di insicurezza. Ora come ora non potrei mai scrivere un libro così corposo, però ci si può lavorare, anche partendo da una semplice idea e svilupparla in diversi modi.

In effetti è piuttosto difficile riuscire a portare avanti una storia fino a trasformarla in un vero e proprio libro. Oltre alla paura di annoiare, spesso è proprio l’ispirazione che viene a mancare. A questo proposito, ti senti maggiormente ispirata e quindi pronta a scrivere nei momenti più “bui” o ti viene più facile quando sei maggiormente serena?

Non vorrei scomodare il maestro Luigi Tenco quando alla domanda «Perché scrivi solo cose tristi?» rispondeva «Perché quando sono felice esco», ma la penso un po’ come lui. Non a caso il genere che prediligo su 20Lines è “drammatico” (che persona triste che sono!). Il punto è che mi capita spesso di scrivere sul sito per sfogarmi, mi fa sentire meglio.

Un po’ una catarsi, quindi, com’è giusto che sia. Questa è una domanda un po’ strana: ti capita mai di avere paura del foglio? A volte scrivendo ci denudiamo di fronte a noi stessi, riusciamo a comprenderci meglio. A volte, semplicemente, riportiamo alla luce ricordi che sono un po’ come il sale sulle ferite. Ti capita mai di frenare le parole per paura di questo, se ti è mai successo?

Sono più le cose che ho cestinato o che rimangono in cartella che quelle pubblicate. Inizialmente ammetto che provavo una sensazione quasi di vergogna a rendere pubblico ciò che sentivo. Mi sembrava, come dici giustamente, di denudarmi di fronte a tutti, di portare i lettori a farsi un’idea di me sulla base delle cose scritte. Quindi sì, mi capita di aver paura del foglio, ma, come tutte le paure, la sto pian piano superando.

Beh, è sicuramente importante, per adesso sicuramente sembra che tu abbia superato la paura per l’intervista.

(ride, ndr) Perché nessuno mi aveva chiesto un’intervista! Di solito si fanno a persone famose e affermate e, come dicevo, rimango dietro le quinte, non mi va di mettermi in mostra. Però mi fa piacere, questo sì.

A questo punto Giulia ci chiede di poter concludere con dei saluti e noi la accontentiamo. Ci lascia così dicendo: “Grazie a chi mi ha votato, grazie Maria, ciao mamma!”.

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