Elisa Carucci, l’arte della provocazione

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Non ricordo bene come e perché mi sono imbattuta nelle foto di Elisa, ma sono certa che fosse una domenica qualunque, di quelle in cui ti annoi e passi il pomeriggio a scrollare la home di Facebook rileggendo decine di volte gli stessi post, e in qualche modo alla mia attenzione è capitata lei. La sua arte non passano inosservate e diventa ancora più encomiabile sapendo che la giovane torinese ha solo diciassette anni. Parte del discorso l’ha intervistata in merito ai suoi lavori, comunicativi come pochi. Questo è stato il risultato.

Cominciamo con una domanda banale, ma che è d’obbligo per conoscere un’artista giovanissima come te. Quando e come hai cominciato ad appassionarti alla fotografia?

Sembra un luogo comune dire che tutto questo sia accaduto da un giorno all’altro, eppure è andata proprio così. In una mattina dell’agosto di quattro anni fa, è arrivato quel qualcosa che è diventato poi il motore della mia vita.

Prima di quel giorno non avevi manifestato alcun tipo di interesse per la fotografia?

In realtà no, mia mamma e mio nonno mi hanno sicuramente trasmesso questa passione, ma non l’avevo mai presa in considerazione seriamente.

Prima di arrivare a trovare uno stile tanto personale ti sarai sicuramente inspirata a qualcuno. Quali sono le tue maggiori influenze?

In realtà sono in continua ricerca di me stessa, per cui provo a rendere mia qualunque esperienza, catturandone l’anima. La vita stessa è la mia ispirazione. Théo Gosselin, Ryan McGinley e i fotografi francesi e orientali sono la mia influenza primaria, insieme a chiunque faccia dell’arte la propria vita e venga inondato di energie artistiche positive.

A questo proposito, uno dei tuoi servizi (Oriental Express) è inspirato ai lavori di Ren Hang. È un fotografo molto audace e provocatorio, che studia l’anatomia inserendola spesso in contesti quasi grotteschi e sfidando il tabù della nudità proprio della cultura contemporanea. Molte volte si parla del sottile confine tra l’arte e la volgarità. Qual è la tua posizione rispetto all’argomento?

Secondo me bisogna sempre cercare di mantenere un equilibrio in qualunque fotografia, particolarmente nei nudi. Spesso la paura è che la gente non possa comprendere lo scatto e classificarlo quindi come volgare. Personalmente, adoro Ren Hang perché ha voluto superare gli ostacoli mentali della società cinese e mondiale con la sua arte provocatoria.

 

Elisa Carucci

Nella foto, Elisa Carucci

Qual è invece l’ostacolo che la tua fotografia vuole superare? C’è uno scopo che la tua arte si prefigge?

Vorrei superare l’ignoranza e i pregiudizi della società odierna che inghiottono qualunque forma d’arte e valorizzare quanto sia importante la libertà d’espressione per ognuno di noi. Il mio scopo è far provare emozioni e quindi provocare. A questo proposito citerei l’immenso Oliviero Toscani, che in queste frasi racchiude il mio pensiero: «La conseguenza del mio lavoro è la provocazione: se l’arte non provoca non è arte. Strano che il nome provocazione sia percepito come un nome negativo. Se è così, viviamo in una società tremenda. Provocare è molto positivo: provocare l’amore, provocare l’amicizia, provocare la bellezza, provocare la curiosità. Provocare è un nome bellissimo. Se non c’è la provocazione, non si vive. Bisogna essere sorpresi e provocati. Se mi dicono provocazione, allora grazie, bel complimento.»

L’aspetto delle tue foto che più colpisce è la profonda empatia che riesci a creare tra il soggetto dello scatto e lo spettatore. Parlaci del rapporto che instauri con chi sta dall’altra parte dell’obiettivo.

I soggetti che fotografo sono miei amici e ragazzi conosciuti per caso in pomeriggi altrettanto casuali. Cerco sempre di mettere a proprio agio la persona dall’altra parte della lente non chiedendo particolari pose, se non l’essere se stessi, fumando, correndo o urlando a squarciagola.

Ci sono delle caratteristiche particolari che cerchi nei tuoi modelli?

Non proprio, io cerco semplicemente la particolarità nelle persone e amo la diversità. Una mia cara amica, poco prima di iniziare un set, mi disse che non si sentiva a proprio agio con i suoi nei sulla schiena, che ne aveva troppi e non riusciva a sopportarli. Alla fine del servizio, le mostrai le foto scattate e lei mi disse che si piaceva, nonostante i nei che vedeva così malignamente poche ore prima. Quella fu probabilmente la soddisfazione più grande, perché lei si era sentita bene con un suo difetto nella mia arte e tutto il resto non contava più.

Abbiamo già citato un tuo shooting risalente alla fine del 2013. Quest’anno ti sei già data molto da fare. Tra i tuoi lavori più recenti, ce n’è uno in particolare di cui vai estremamente fiera?

Lo scatto che probabilmente mi fa stare meglio è uno che fa parte della serie Saturdays=Youth, ispirata all’album omonimo degli M83 (in fondo, foto dello scatto). In quel momento era tutto perfetto, le modelle e la loro diversità, la luce, l’atmosfera e il posto, nonostante sia stato lo shooting più improvvisato di sempre.

Continuando a parlare delle tue influenze: il concetto di arte è molto vasto e si esprime in vari modi. La tua fotografia è spesso ispirata da altre forme d’arte (come nel caso dell’album degli M83)?

Sì, io adoro lasciarmi ispirare da qualunque cosa mi capiti sulla strada. La musica per me è fondamentale, così come la moda, e spesso cerco di immedesimarmi nelle opere di altri artisti, per capire cosa loro hanno voluto evidenziare o lasciare in secondo piano. Insomma, voglio capire la loro visione del mondo.

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