Le note catartiche dei Daughter

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DaughterNon ricordo quando ho ascoltato i Daughter per la prima volta, ma sia benedetto quel giorno (e sia benedetto anche Spotify e il suo specchietto di artisti simili). Elena Tonra, cantante e chitarrista proveniente dall’Inghilterra del Nord, il chitarrista svizzero Igor Haefeli e il percussionista francese Remi Aguilella, aggiuntosi verso la fine del 2011, formano i Daughter. Nome curioso, una parola che loro stessi definiscono “strana”, che sembra quasi sia “pronunciata in maniera sbagliata”. Una parola che racchiude vulnerabilità.

Dopo aver prodotto due EP (His Young Heart e The Wild Youth), nel 2013 esce il loro primo album studio: If you leave, preceduto dal singolo Smother e seguito da Still Youth. Non stiamo parlando dei soliti artisti emergenti che trovano facilmente il successo producendo canzonette orecchiabili e concretamente vuote, che sentiamo in radio, in discoteca, al supermercato, quando andiamo a comprare le scarpe e in tutte le pubblicità possibili e immaginabili. Nell’odierno panorama musicale dedicarsi ad un genere come l’indie significa osare. Forse sembrerò esagerata, ma vi assicuro che potrei stare qui a parlare per ore e ore nell’intento di motivare la frase che ho appena scritto, visto che questa causa mi sta a cuore, ma finirei per non dedicare a questo gruppo lo spazio che merita.

Circa 580.000 su Facebook, i fan della band sono in costante crescita. Tra la stampa internazionale c’è chi definisce la loro musica “eterea”, “bella da far male”, “ossessionante”, ma i Daughter non sembrano troppo interessati a ciò che la gente dice di loro. Continuano a sperimentare la loro musica quasi come fosse un vero e proprio viaggio che si snoda attraverso le canzoni stesse, indirizzate a una meta che raggiungono da sole nel momento stesso in cui vengono create. Prendono forma grazie a una successione di note e armonie che sembrano crearsi autonomamente. Il tour dello scorso anno, nel Regno Unito, ha fatto sold-out. Anche le tre tappe in Italia dello scorso luglio hanno avuto un discreto successo, ma comunque c’è da dire che i Daughter non sono esattamente popolari nel nostro paese. Quindi, se non li conoscete, che ne dite di dare un ascolto? Intanto, non posso non consigliarvi le recenti sessioni Live @ Air Studio.

Elena comincia a fare musica da sola, con lo pseudonimo di Daughter. Frequenta un corso di sceneggiatura al college, dove incontra Igor. Rimane affascinata dal suo modo di fare musica e di scrivere, fino a chiedergli di supportarla in questo progetto musicale che sta portando avanti. Cominciano a suonare insieme, per dare sfogo alle loro riflessioni e paure. Successivamente è Remi a completare il quadro e i tre riescono a produrre i primi due EP.  «È iniziato tutto quasi per gioco. Poi siamo riusciti a creare un album.» afferma Elena. Parliamo di un sound particolare, capace di catapultare in un mondo totalmente differente a distanza di pochi secondi dal play. Le canzoni sono spesso proiettate verso un’atmosfera tranquilla: cominciano con giri armonici e arpeggi accompagnati dalla voce di Elena che inizialmente pare quasi un sussurro, ma hanno la capacità di crescere così tanto e così lentamente da lasciare storditi per un attimo. La loro musica riesce a prendere l’anima di chi ascolta e a trascinarla in questa costante crescita insieme alla canzone stessa. È una sorta di laica elevazione spirituale che non ha bisogno di intermediazioni ecclesiastiche. Dopotutto la musica è una catarsi, una delle migliori strade per dare libero sfogo ai sentimenti, sia per i musicisti, sia per chi si trova dall’altra parte della cuffia.

Daughter

L’esperienza di questa band, in effetti, ha molto di catartico e autobiografico. Da ragazza Elena è stata vittima di episodi di bullismo e ha trovato la sua via di fuga proprio nella musica. È interessante analizzare proprio i testi dei Daughter. Di difficile interpretazione, vanno a comporre una sorta di diario di Elena, che ci rende partecipi delle sue esperienze, ma senza darci mai la soddisfazione di comprenderle in maniera completa. Crede che sia giusto che ognuno possa avere una propria interpretazione di ciò che va a esplorare, nonostante ammetta che la musica sia qualcosa di intimo e personale.

«Ciò che voglio dire si trova nelle canzoni, non ho mai sentito il bisogno di spiegare di più.» afferma Elena in un’intervista, aggiungendo che le canzoni che scrive sono vere perché gli argomenti di cui tratta prendono respiro da ciò che è accaduto veramente nella sua vita. «Non è esattamente come un intero diario, aggiornato quotidianamente. Non voglio trasformare tutto in canzoni. Scrivo dei miei pensieri ed interessi. Molte canzoni parlano di come mi sento riguardo a determinate cose.»

La voce di Elena è delicata e pura, ma nonostante questo si nota che le tematiche delle canzoni sono spesso negative: cuori infranti, sentimenti al capolinea, ansie nei riguardi del futuro. È il caso di Tomorrow, ad esempio, che a mio avviso incarna tutta l’angoscia di chi, consapevole di non poter più fare nulla, non vuole che arrivi il giorno successivo perché sa che perderà qualcuno a cui tiene molto. (But don’t bring tomorrow, ‘cause I already know I’ll lose you / Fa che non venga domani, perché so già che ti perderò.).
Un altro tema ricorrente è la morte. «Mi piace abbastanza scrivere della morte.» spiega la Tonra «Non che sia mai stata morta, è solo che è una prospettiva che mi interessa. Molte persone, nella mia vita, se ne sono andate, e questo ha influenzato molto il mio modo di scrivere. Inizialmente scrivevo perché non riuscivo a stare bene.»

Elena ama soffermarsi su Lifeforms, la quinta traccia dell’album, che è anche la canzone che sente più vicina. «È piuttosto diversa dal restante materiale che abbiamo. Credo che, per quanto riguarda il testo, esplori qualcosa che volevo già analizzare precedentemente, ma non trovavo mai il coraggio di farlo perché è piuttosto triste. Sono fiera del modo in cui è venuta».

A voi l’interpretazione di questa canzone, io vi lascio con una frase del ritornello che potete trovare anche sulla copertina del booklet dell’album. Personalmente mi piace parecchio: vedo in essa un messaggio di speranza piuttosto positivo.

You will always find another place to go. You will always find another womb to grow, to grow a new home.

Troverai sempre un altro posto in cui andare. Troverai sempre un altro grembo in cui crescere, per crescere una nuova casa

About author

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. Estremamente curiosa, vorrebbe conoscere e saper fare fin troppe cose. Intanto lavora come graphic designer a Vienna, scrive canzoni, beve caffè, legge e suona.

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