La (grande) bellezza salverà il mondo

2
Toni Servillo in La grande bellezza

Toni Servillo in La grande bellezza

Analisi nel dettaglio, ricca di spoiler. Siete stati avvisati.

Che gli italiani siano un popolo che manifesta il proprio patriottismo solo (per così dire) part-time e che il cinema autoctono sia estremamente sottovalutato dagli stessi abitanti del bel paese era già noto. Ne abbiamo avuto ulteriormente prova il 2 marzo, data in cui si sono tenuti gli ultimi Academy Awards, che hanno visto trionfare La grande bellezza nella categoria Miglior film straniero. La pellicola di Paolo Sorrentino, uscita nelle sale a maggio 2013, ha fin da subito diviso la critica e attirato l’attenzione del pubblico. Anzi, correggendomi, del pubblico appassionato. L’italiano medio ha avuto modo di manifestare tutto il suo orgoglio per la vittoria dell’Oscar soltanto durante la già citata serata e non mi stupirei nello scoprire che molti di quelli che hanno esultato sui vari social network sentendo pronunciare il nome del regista non abbiano la minima idea di chi sia e quali film abbia diretto in passato. Proprio per questo Mediaset ha ben pensato di trasmettere in prima visione la pellicola che ha risvegliato (con un lieve ritardo) i sopiti animi nazionalisti dei telespettatori, che il giorno dopo hanno così potuto inscenare discussioni stracolme di pseudo-tecnicismi e riflessioni lette e memorizzate dalle recensioni online per fare bella figura con gli amici del bar. Dopo aver aspettato che le acque si calmassero, anche noi abbiamo deciso che era bene esprimersi sul film che ci ha ricordato di essere italiani.

L’ambientazione è la capitale, città ricca di bellezze artistiche visitate da turisti provenienti dai più lontani (geograficamente e culturalmente) Paesi orientali, che sono protagonisti della prima scena. Proprio quando uno di loro manifesta i sintomi della sindrome di Stendhal, lo scenario cambia: la notte romana è frenetica, festosamente eccentrica, in netto contrasto con l’assorta contemplazione di chi è disposto a raggiungere il punto opposto del globo per godere delle meraviglie della città italica. È il sessantacinquesimo compleanno di Jep Gambardella, la prorompente Serena Grandi esce trionfalmente da una torta che imita l’architettura del Colosseo. Gli invitati si dividono: da una parte sono schierati gli uomini, dall’altra le donne. Le danze hanno inizio, ma il protagonista – interpretato da Toni Servillo – si pone al centro della folla, distante e impassibile. Il voice over racconta della sua innata sensibilità, evidente fin da ragazzo, quando alla domanda “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?” rispondeva inaspettatamente “L’odore delle case dei vecchi”, a differenza dei più superficiali e volgari (ma sinceri) coetanei. Non a caso il regista, quando Gambardella sembra pienamente coinvolto nella frivolezza delle celebrazioni, capovolge l’inquadratura, quasi a indicare come la vacua mondanità non sia altro che l’opposto (appunto, il capovolgimento) delle vite reali dei personaggi. Ne sono esempio Lello Cava, interpretato da Carlo Buccirosso, che ostenta un’idilliaca relazione con una moglie regolarmente tradita, o la vedova frequentatrice delle feste dello scrittore che vanta i miglioramenti del figlio Andrea, in realtà stabile nel suo stato di completa follia.la grande bellezza

Jep è un misantropo, acclamato autore di un unico romanzo e critico pungente. Non risparmia la sua cinica ironia per pseudo-intellettuali che si definiscono “artisti” ma che non riescono a spiegare il senso di ciò che inscenano, demolisce senza fatica le critiche di chi si erge con supponenza a modello di civiltà. Pur essendo stato completamente travolto da quasi quarant’anni nel “vortice della mondanità”, è riuscito a preservare la sua indole di maniaco del controllo («Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire»), ma neppure la sua superiorità è riuscita a salvarlo dall’ipocrisia a cui sono destinati tutti i fautori di questa opinabile condotta.

Nel grande spettacolo dell’opulenza non c’è posto per il sentimentalismo. Tutto è studiato e segue un copione. Perfino il funerale di Elisa – la ragazza con cui in gioventù scoprì la bellezza dell’amore e che lo ha sempre amato – viene definito «l’appuntamento mondano par excellence». Mentre Jep aiuta Ramona a scegliere un vestito per “l’evento”, recita tra sé e sé «A un funerale, non bisogna mai dimenticare, si va in scena. […] È rigorosamente vietato mettersi in fila o nel mucchio per le condoglianze ai parenti. Con pazienza, si attende che i parenti siano liberi dalla calca. Solo a quel punto, accertatisi che la platea sia seduta, solo a quel punto si possono fare le condoglianze. In questa maniera, tutti ti possono vedere. Si prendono le mani del sofferente. Si sussurra all’orecchio una frase sicura, detta con autorevolezza. Per esempio: “Nei prossimi giorni, quando ci sarà il vuoto, sappi che puoi contare sempre su di me”» ed è esattamente ciò che fa. La frase pronunciata all’orecchio della parente della defunta appare spontanea, recitata dall’ipocrita per abitudine, che ora per la prima volta si dimostra insofferente rispetto alla grande farsa a cui sta prendendo parte e infrange le sue stesse regole, abbandonandosi a un sincero e copioso pianto mentre trasporta la bara all’esterno della chiesa, lasciando però un dubbio allo spettatore: è realmente prevaricato dal dolore o sta rubando la scena alla sofferenza della famiglia, agendo per puro egocentrismo?la grande bellezza

Non bisogna attendere molto per assistere alla presa di coscienza del protagonista: rilevante, anche se fugace, è l’incontro con una bambina – simbolo universale di innocenza e onestà – che chiede al protagonista «Chi sei tu?», per poi interrompere la sua risposta con un repentino «Tu non sei nessuno». Finora il montaggio è stato frenetico, i movimenti di camera ricercati e inaspettati. Ora, però, le inquadrature acquistano gradualmente stabilità, così come il personaggio, che si avvicina sempre più a un ritrovato equilibrio, accorgendosi di essere oltremodo lontano dalla vera “grande bellezza”, alla cui ricerca ha dedicato tutta la vita. Jep non è l’unico a sentire che la mondanità gli va stretta. Appare per poco ma ne è l’esempio più evidente la ragazzina obbligata dai genitori a esibire il proprio talento artistico alla presenza dei più importanti galleristi della capitale. Forzatamente, viene trascinata dal padre al cospetto di una tela che pur essendo estremamente ampia non sembra riuscire a contenere tutta la sua frustrazione. Afferra e scaraventa barattoli di vernice che stende con violenza, urlando e piangendo. Finisce per essere ricoperta dagli stessi colori, rendendola irriconoscibile. È travolta dalle emozioni che nascondono la sua naturale innocenza, produce un’arte che non le piace ma che la rappresenta e a cui poi, arresa, comincerà a dare forma, adattando la sua condizione alle necessità.

Il tema dell’infanzia è ricorrente: abbiamo già citato due casi e ne abbiamo un ulteriore esempio quando quasi alla fine della pellicola la nobile decaduta Elisabetta Colonna di Reggio, costretta a farsi affittare alle cene come rappresentante del suo ceto, visita dopo una serata a casa dello scrittore la sala di un museo allestita in onore alla sua famiglia, dove ripercorre l’ormai passata infanzia. È un personaggio molto simile a quello di Sabrina Ferilli, che interpreta Ramona, una spogliarellista di ormai quarant’anni, considerata dallo stesso padre – tossicodipendente proprietario di un privè – troppo anziana per continuare a fare questo lavoro. Però persevera, pur di guadagnare i soldi che le servono e che le bastano appena. Poco prima della sua morte rivela il motivo di tanta insistenza: lo fa per potersi permettere le cure, essendo affetta da una malattia non specificata ma che si rivela terminale. Anche in questo caso, come nel precedente, la costrizione domina la vita del personaggio. Entrambe le donne devono ridursi a un ruolo che le priva del libero arbitrio e della dignità ed entrambe hanno un rapporto conflittuale con il loro passato.la grande bellezza

La morte delle due donne che hanno colmato il vuoto della sua esistenza con il loro amore rende cosciente Jep dell’improcrastinabilità degli eventi e per un breve lasso di tempo lo vediamo nell’ambientazione dell’isola del Giglio, dove si è finalmente recato per scrivere l’articolo – pur con scarsa voglia – che più volte e da tempo gli è stato richiesto. Eppure continua a non trovare la giusta ispirazione per riprendere la sua attività letteraria e la prospettiva gli sembra sempre più lontana. Definisce la sua vita «il nulla», aggiungendo «Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?». Proprio per questo senso di vacuità e inutilità chiede al suo amico illusionista di farlo sparire, ma non è possibile e lo stesso sedicente mago lo sa bene e lo ammette: «È tutto un trucco». La fantastica ma irreale atmosfera della magia ben riassume quella della società di cui fa parte Jep. Il prestigiatore ripete la frase per ben tre volte perché, pur avendo appena eseguito un numero tanto spettacolare quanto inspiegabile razionalmente, vuole convincerlo della verità. Si rafforza la malinconica consapevolezza dell’uomo dopo la visita a una mostra fotografica il cui autore ha scattato un suo autoritratto tutti i giorni dall’età di quattordici anni. Segue in pochi secondi l’evoluzione di un uomo che ha dedicato la sua vita all’arte, che è riuscito a realizzare un progetto che richiedeva costanza e meticolosità. L’esistenza di Jep invece è da sempre stata fine a se stessa, incentrata sul suo ego. Non si è mai accorto che il suo vicino di casa è Giulio Moneta, uno dei più ricercati latitanti del paese. Si sente sovrastato dagli eventi e per questo si rifugia nei ricordi della sua prima relazione giovanile e per lo stesso motivo rimane piacevolmente colpito quando la cara amica Dadina utilizza un vezzeggiativo che nessuno più aveva usato dalla sua infanzia dicendogli «Un amico, ogni tanto, ha il dovere di far sentire l’altro come quando era bambino». Anche qui ritorna dunque il riferimento alla fanciullezza, alla nostalgia della spensieratezza.

Sarà il personaggio della Santa a porre per ultimo l’attenzione sul vuoto della vita di Jep. Lui, che non ha mai più scritto un romanzo perché non aveva conosciuto la bellezza, si sentirà rifiutare dall’anziana saggia un’intervista. La donna, che pur avendo vissuto col nulla viene idolatrata dal clero e corteggiata dai giornalisti, lo liquiderà dicendogli: «Io ho sposato la povertà e la povertà non si racconta, si vive». In una sola battuta viene resa esplicita la morale dell’intera pellicola: per trovare la grande bellezza nella propria esistenza basta vivere dell’essenziale, cercando uno scopo e un ruolo che non si rifletta su noi stessi ma che possa renderci memorabili.la grande bellezza

La regia di Sorrentino è fastosa, stupefacente, ma mai eccessiva. Equilibrata al punto da poter essere definita eterea, come in ogni suo film. Servendosi di numerose citazioni felliniane – quali la ridondanza delle figure ecclesiastiche – riesce a rendere la sua opera una Dolce vita moderna, con le dovute ed evidenti differenze. Citazionista, ma nel rispetto del lavoro irripetibile di Fellini, menzionato anche durante la premiazione.

Merita attenzione anche la caratterizzazione del personaggio di Jep, che – come lui stesso si descrive – ha semplicemente «scritto un solo romanzo quarant’anni fa che non si trova neppure nelle librerie». Perché dovrebbe essere lui il protagonista di un film sulla decadenza della mondanità, un uomo che non ha apparenti meriti né riveste un ruolo sociale tale da essere considerato un personaggio appetibile? La risposta è semplice: per dimostrare quanto sia facile essere considerati eroi e celebrità per nulla, quanto poco basti a conquistare persone che vivono senza stimoli, che per il semplice desiderio di far parte di un determinato ceto, di una certa élite sono pronti a innalzare a modello una persona come Jep, che non ha nulla da insegnare a nessuno e ne è pienamente consapevole, che guarda con affetto i fallimenti altrui come i propri. È lui e non un imprenditore o un politico proprio per la sua incommensurabile irrilevanza sociale, che lo rende il protagonista perfetto.la grande bellezza

È una pellicola frammentaria ma non inconcludente, che va scoperta, analizzata, se necessario rivista e che soprattutto necessita dell’attenzione assoluta dello spettatore. Tanti sono stati i pareri lapidari espressi, ma fidatevi di me quando dico che chiunque abbia un minimo di competenza in campo cinematografico è lontano dal dire che questo non sia un buon film. In molti ne hanno indicato come un difetto l’eccessiva durata, che potrebbe farlo risultare troppo prolisso e ripetitivo. In fondo è vero, ogni situazione verte sulla rappresentazione della decadenza sociale e per questo gli stessi hanno ritenuto superflua gran parte della durata del film, ma proprio perché è questo esponenziale degrado il perno della pellicola credo sia stata una buona scelta farne un’analisi così meticolosa. Chi ha odiato questo film dimostra che il regista è riuscito nel suo intento: sono rimasti totalmente disgustati dalla degenerazione di quei personaggi, proprio come sarebbe dovuto accadere, e non hanno compreso che quello che – nel loro perbenismo – hanno reputato scandaloso è esattamente cioè che il regista stesso critica. Non è una glorificazioneLa grande bellezza ti mostra il sudicio così da vicino da far venire la nausea.

A questo proposito, però, è necessario fare una precisazione: questo non è assolutamente un film di denuncia. Non vuole essere una rappresentazione fedele della vita romana, bensì un’enfatizzazione di alcuni suoi aspetti, tramite i quali Sorrentino riesce a far vertere la sua pellicola su tematiche definibili più esistenziali e formative che sociali. Ad ogni modo, come viene detto nello stesso film da un povero pazzo, onesto nella sua follia, «Il fatto che tu non abbia capito non significa che nessuno possa capire».

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

2 comments

  1. Avatar
    Paride Colomban 5 maggio, 2015 at 02:27 Rispondi

    Interessantissima spiegazione del film, si sarebbe potuto anche dire di più ma non ne sarebbe valsa la pena, giustamente come è stata conclusa. Un bel saggio breve. Mi stupisce che sia giovane l’autrice, ma effettivamente neanche mi stupisce. C’è chi capisce prima e chi capisce dopo. Io sono fatto per altre cose. Le auguro di diventare ciò che vuole diventare e poi cambiare e rinnovarsi.
    La prima volta che sono andato a teatro avevo 27 anni, avevo paura, pensavo non fosse fatto per gente come me, ma l’invito e il nome del protagonista mi hanno convinto ed eccitato, quel giorno ho scoperto due mondi, uno osceno l’altro nuovo. Più della metà del pubblico appena entrava in scena Toni Servillo, applaudiva rigorosamente e mi ha fatto spesso perdere il filo. Servillo è stato un gran signore a far capire senza parole al pubblico che doveva smetterla.

    • Lucia Liberti
      Lucia Liberti 5 maggio, 2015 at 15:21 Rispondi

      Grazie mille, Paride, per le belle parole e per gli auguri. Spero tornerai ancora e più spesso a teatro, magari per rivedere Servillo e incontrando un pubblico migliore.
      Continua a leggerci, il tuo supporto e l’ammirazione che ci rivolgi sono di grande aiuto!

Post a new comment

Potrebbero interessarti

In foto, lo scrittore Mordecai Richler, autore de Il mio biliardo

Lo snooker di Richler è bello

[caption id="attachment_10158" align="alignnone" width="900"]

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi