Gipi e la complessa estetica dell'istinto

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In foto, Gipi

In foto, Gipi

Quando voglio dare una definizione a ciò che trattiamo nel blog, dico che scriviamo d’arte. È un spiegazione molto generica: la parola “arte” lascia spazio a numerose forme d’espressione, tra loro spesso molto differenti ma che non necessariamente si escludono a vicenda. Difatti ho conosciuto Gian Alfonso Pacinotti – o meglio, Gipi – grazie alla musica. Precisamente mi riferisco a una canzone dei L’orso che porta il titolo di una sua graphic novel, Baci dalla provincia. Lui però non è un musicista, o almeno non è conosciuto per questo: è un regista e un fumettista tanto noto quanto discusso, considerato da molti come sopravvalutato, da altri geniale. Qualcuno che invece ha avuto modo di conoscerlo ha pensato di «avere a che fare con l’artista puro». Come approcciarsi, dunque, a Gipi? Come sempre dovrebbe essere, senza aspettative e tenendo presente che spesso la componente narrativa ha più valore di quella estetica.

Avete presente quando a scuola vi obbligano a studiare la biografia degli autori? Non c’è nulla di più improduttivo. Se la vita dell’artista è tanto determinante da influenzare la sua opera, allora questa sarà intuibile dall’opera stessa. In questo caso, la componente personale è sempre fortemente presente, sia nei racconti che apparentemente sembrano essere lungi da qualunque ispirazione al vero che più ovviamente nel suo La mia vita disegnata male. Intervistato da Nicola Ruganti per Lo Straniero, parla così dell’aspetto autobiografico dei suoi lavori: «Dicevano che raccontavo storie di provincia, di adolescenti di provincia, di mezzi drogati di provincia, di mezzi delinquenti di provincia… Il fatto è che io lo facevo mentre ero un mezzo drogato di provincia, un mezzo delinquente di provincia». Non a caso i personaggi da lui disegnati (almeno quelli maschili) sembrano tutti essere autoritratti caricaturali, accomunati all’autore dalle orecchie ad ansa. Gipi si fa infatti portavoce di una realtà che conosce e che ha vissuto in prima persona, come succede ad esempio nel suo già citato lavoro Baci dalla provincia.

La mia “lettura prima” è stata proprio quella, dal titolo un po’ rassegnato, di chi si è rimesso al destino di vivere cercando di essere felice in un posto che non ti permette di esserlo, dove non ci sono possibilità di riscatto. La graphic novel è divisa in due storie ed entrambe vertono sull’inevitabile perdita dell’innocenza: nel primo caso, essa abbandona il bambino, che precocemente si fa autore della menzogna e si avvicina alla corruzione del mondo esterno; nel secondo, invece, è più logorante, innaturale. La realtà della provincia ti pone di fronte a un mondo che non permette a fede, speranza e ingenuità di sopravvivere.

Le sue rappresentazioni mancano completamente di idealizzazioni posticce: i soggetti non sono convenzionalmente belli né le loro storie idilliache e inverosimilmente ottimistiche, ma soprattutto i suoi disegni sono apparentemente scevri da inutili tecnicismi. Lo si nota anche in dettagli “estranei” alle tavole in sé, come la grafia non particolarmente chiara dei balloon o i tremolanti bordi delle vignette. Il segreto di Gipi pare essere proprio questo, l’approccio particolarmente istintivo al disegno, evidente nel suo caratteristico tratto impreciso. Ne abbiamo chiaro esempio quando si affida al solo uso della penna, strumento con cui si abbandona a rappresentazioni poco nitide, abbozzi di digressioni narrative: un passato su cui non ci si sofferma più del necessario, che introduce la vera storia. È invece minuziosissimo il lavoro fatto sui paesaggi, in un’efficacissima assimilazione del lettore all’ambientazione, sia nelle singole tavole che nelle pagine in cui – in genere in tre vignette – lo spazio è rappresentato in diverse prospettive, nella sua interezza.169321_4080421331995_749791986_o-723x1024

Questa successione di acquarello e vuoto tratto a penna muta completamente di significato nel suo ultimo lavoro, Unastoria, candidato al Premio Strega. È un’alternanza che semplicemente accompagna il susseguirsi delle scene e non sarebbe potuto essere altrimenti visto che questo lavoro è un intricato avvicendarsi di racconti: principalmente diviso tra le peripezie del bisnonno di Silvano durante la Prima guerra mondiale e la perenne e folle infelicità dello stesso protagonista in tempi a noi contemporanei, vengono anche citati ricordi come il ritrovamento delle lettere dell’ave o dialoghi con sua figlia e parentesi riflessive.

Proprio con una di quest’ultime si apre il volume. «Dammi risposte complesse», recita la prima vignetta del romanzo a fumetti, e nessun aggettivo avrebbe potuto meglio fare da introduzione. Come altrimenti definire la contrapposizione di due racconti così esasperatamente distanti, di due percorsi aventi direzioni completamente opposte? Se infatti la nostra contemporaneità sembra darci ogni mezzo desiderabile per conquistare la tanto agognata felicità (da cui in realtà siamo tremendamente distanti), il primo decennio dello scorso secolo, invece, sgancia granate e spara proiettili sulla speranza, che però continua a resistere e scava le unghie nel terreno, a sopravvivere. Sembra un controsenso, ma è il racconto del soldato ad avere lo sperato lieto fine.

Al contrario di Baci dalla provincia, assolutamente monocromatico e lineare nella narrazione, qui si passa senza timore da colori freddi a caldi, da toni pastello a forti contrasti e in quest’enorme varietà di stili e soggetti trova spazio anche un’attenta e personale analisi della natura umana e della sua evoluzione. L’equilibrio tra storia e disegni, tra scritto e visivo è indiscutibile. A differenza dei precedenti lavori, dove la comunicazione (la narrazione e l’empatia) sembrava essere più rilevante dell’estetica dei disegni, qui Gipi dà dimostrazione delle sue effettive potenzialità, affidandosi completamente alle tecniche che lo hanno reso riconoscibile. Riesce a dar vita ai suoi ormai noti paesaggi non solo con l’acquarello ma anche con sottilissimi e fitti tratti a penna, che inaspettatamente riescono a evocare con estrema nitidezza soggetti e ambientazioni.

Dopo un lungo periodo di lontananza da pennelli, colori e inchiostro, questo pare essere un più che accettabile compromesso all’assenza prolungata. A seguito della significativa esperienza cinematografica, torna – artisticamente parlando – maturato e arricchito. Unastoria parla della percezione benevola che abbiamo di noi stessi in un mondo che invece ci rifiuta. È un racconto scientifico, fatto di evoluzioni e reazioni. È il mutamento della materia, dell’uomo, della modernità.

Come dicevo, non c’è miglior modo di comprendere un’artista se non rapportandosi alla sua opera. Diventa dunque facile intuire che il mutamento artistico di Gipi si traduce sul piano personale in un accrescimento di uguale valore. Gli anni di pausa, dovuti all’iperbolico e inaspettato successo che l’hanno portato a valutare il pensiero di intraprendere delle cure psichiatriche, sono riflessi parzialmente nella vita del protagonista, che tenta di affrontare le intemperie del mondo pur non avendo la stabilità necessaria a restare in equilibrio di fronte a esse.

«Si sente pronto ad affrontare il mondo esterno.»
«Sì.»
«Ha dimenticato quanto può essere crudele la pelle degli alberi?»

Cosa avrebbe pensato Gian Alfonso se un giorno, diciottenne, si fosse svegliato e visto allo specchio con le paure e le miserie dei suoi anni futuri? Avrebbe visto uno stimato fumettista e apprezzato regista, primo della sua categoria candidato al Premio Strega, ma con gli stessi timori di un uomo comune, le stesse fragilità, che nei suoi racconti risultano condivisibili e comprensibili a chiunque. A chi consigliare, dunque, la lettura dei suoi romanzi se non proprio a chiunque?

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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