Pierpaolo Maso, ritrarre e sperimentare

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Pierpaolo Maso

Contatti: Facebook | Flickr

Pierpaolo Maso è un fotografo veneto che ai bei paesaggi della laguna ha però preferito i volti e le storie che dietro a questi si celano, aspirando dunque alla carriera di ritrattista. In costante ricerca di modi per stupire e sperimentare, andando oltre la banale immobilità dello scatto, ci parla in questa intervista di alcuni dei suoi lavori, lasciandoci con un’anticipazione che farebbe gola a Jasper Gwyn.

Dici di essere un ritrattista, ma si può notare nelle tue fotografie, almeno apparentemente, un’assenza di canoni estetici ricorrenti. La forte differenza tra i modelli che scegli – essendo, appunto, un ritrattista – può essere considerata un controsenso o è espressione di un’incondizionata affinità a qualunque genere di volto?

Con la definizione ritrattista voglio percorrere ben due strade, una è quella sicuramente del campo di lavoro: non vado a ricercare la mia personale comunicazione, ad esempio, in un paesaggio. C’ho provato e la fotografia naturalistica, se ben fatta, è veramente fantastica, ma attraverso quel mezzo non riesco a esprimere me stesso, riesco solo a comunicare via ritratto. La seconda natura del mio lavoro è la collaborazione fittizia col mio soggetto, affinché non venga fuori un ritratto qualunque ma se stesso rispecchiato in un’immagine.

D’altra parte è possibile notare che spesso collabori non solo dietro la camera con una collega, Chiara Rigato. Un fotografo dall’altra parte dell’obiettivo dimostra una consapevolezza diversa? È diverso lavorare con un modello, magari inesperto, rispetto a fotografare qualcuno che sa cosa vuol dire essere dietro l’obiettivo?

Lei a differenza mia è un’artista a 360 gradi. Ovvero, oltre al fatto di saper fotografare (e anche bene), sa disegnare e sa truccare. Contrariamente agli altri, lei ha quel qualcosa in più che rende speciale ogni nostra collaborazione.

Immagino che anche dietro l’obiettivo la presenza di un partner influisca molto sul risultato finale. Noto ad esempio alcuni suoi esperimenti di collage e un uso delle luci che rendono il suo stile completamente differente dal tuo. Come si conciliano le vostre differenti capacità e volontà artistiche quando lavorate insieme?

Devo ammettere che, nonostante sembriamo nettamente diversi, coesistiamo perfettamente. Infatti il nostro non è proprio un rapporto di collaborazione, penso sia più amicizia, ci divertiamo, poi lei è più atta a dirigere e io la lascio fare molto. Inoltre molto spesso produciamo, seppur insieme, materiale sostanzialmente diverso da cui si originano lavori separati.Pierpaolo Maso

Cominciamo a parlare più nello specifico dei tuoi lavori. Fai equilibratamente uso sia del colore che del bianco e nero, ma i modi e le circostanze in cui ti affidi a quest’ultimo sono particolarmente curiose. Ne sono esempio gli scatti fatti durante l’ultimo Carnevale di Venezia. Perché rappresentare proprio questa celebrazione in bianco e nero, privandola di quella che è solitamente considerata la sua peculiarità, cioè il colore? Quale sguardo hai voluto rivolgere alle maschere ritratte?

Ecco, anche qui mi sono voluto soffermare sul lato umano della maschera e non sulla maschera in sé, come ormai fanno tutti. In quel servizio si può notare che non sono andato, come normalmente si fa, a chiedere le foto alle maschere: le ho ritratte in pose “naturali”, tenendomi a distanza, e ho tolto il colore per concentrarmi solo sull’uomo che si cela dietro.

Una specie di rivisitazione carnevalesca del pagliaccio Pierrot, la tristezza della finzione.

Sì, può andare come definizione.

Si può ritrovare, questa intimità di cui parliamo, anche in un alto scatto, uno dei tuoi ritratti occasionali (foto in alto). In più, se la vista non mi inganna, mi pare che il soggetto della foto sia uno dei più ricorrenti nei tuoi lavori.

Sì, lui è Luigino, un amico di mio padre, a dispetto dell’età che ha gli piace molto farsi fotografare. È anche parecchio narcisista e se non gli va uno scatto me lo fa cancellare al momento. Una volta mi disse che con le mie foto lo renderò immortale, è un bel complimento.

Passiamo a uno dei tuoi progetti, New Movement. Può essere visto come un modo per superare la staticità della fotografia?

È proprio quello il significato. Con quel progetto voglio far capire alla gente che fotografo persone vive, non semplici fototessere. Inoltre la staticità della fotografia è anche una piccola barriera che voglio cercare di abbattere e quale cosa migliore del creare del movimento ma rimanere fermi allo stesso tempo?

Pierpaolo Maso

Non a caso, ti occupi professionalmente anche di video. In un certo senso, hai voluto creare un punto di incontro tra le tue competenze artistiche.

Diciamo di sì, anche se coniugare video e foto è una cosa quasi impossibile e questa è la prima cosa che faccio che ci va vicino.

Qualcosa che però sei già riuscito a fare, con l’aiuto di Sofia Musaragno, è avvicinare fotografia e disegno. In che modo credi che le due arti riescano a supportarsi?

Questo è l’esperimento più pazzo che abbia mai fatto, ovviamente mi sono ispirato a qualcuno di molto più bravo e riconosciuto (Ben Heine, ndr). La differenza è che il nostro progetto funziona nella sua forma “grezza”, ovvero la stampa, via web rende un po’ meno. Infatti l’artista usa la tavoletta grafica per ottenere un risultato più pulito, che renda giustizia al lavoro anche visto online. L’idea però che riescano a supportarsi non è folle, sono due arti visive e usano le medesime forme per esprimersi (ovvero emozioni e colori), quindi non sono così tanto distanti e in fondo le prime fotografie venivano utilizzate per creare quadri, quindi la fotografia è solo l’evoluzione del disegno.

Quindi, dopo aver sperimentato la dinamicità dello scatto e la complementarietà di fotografia e disegno, quale sarà la prossima folle idea?

La prossima folle idea è far convivere la scrittura con la fotografia.

 

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Attualità, cultura e confronto. Parte del discorso vuole rappresentare ogni lettore e renderlo partecipe al dibattito.

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