Mamma ho preso l’aereo (e sono andata a Londra)

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LONDON7Ho sempre creduto nei sogni, in quelli da realizzare e pure in quelli che fai mentre stai dormendo. Sarebbe stato interessante parlare con Freud quella mattina in cui, appena sveglia, mia mamma mi ha dato il buongiorno migliore della mia vita: “Anna, parti per Londra!”. Vi starete chiedendo cosa c’entrano i sogni, Freud e tutto il resto. Ve lo dico subito. Quella notte avevo sognato esattamente ciò che è successo la mattina dopo ed era la seconda volta che accadeva in poco tempo. Lasciando stare le mie doti da Raven Symoné, non potete immaginare quanto fossi felice. Sapevo che la mia scuola avesse organizzato, grazie ai fondi europei, un PON che avrebbe permesso ad alcuni ragazzi di recarsi nella capitale inglese. Avevo, però, perso ogni speranza dal momento che una delle mie compagne di classe, nonché una delle mie più care amiche, era stata già presa. La situazione era cambiata perché avevano aggiunto dei posti, di conseguenza nell’elenco c’ero anche io.

Quattro del mattino, il bus che ci porterà all’aeroporto di Roma è fuori alla scuola. Trentadue ragazzi salgono “a bordo”. La mia città è talmente piccola che tutti dovrebbero conoscersi a vicenda, eppure alcune delle loro facce non le avevo mai viste, di altri conoscevo a stento i nomi e questa cosa valeva più o meno per ognuno di noi. Inizialmente non mi sembravano troppo simpatici, ma per fortuna non mi fido mai delle mie prime impressioni, che solitamente sono sempre sbagliate.

Per la prima volta salgo su un aereo, mi godo tutta l’adrenalina (e anche un po’ di paura) della partenza, rimango affascinata da ciò che vedo da fuori al finestrino, cerchiamo di indovinare su quale terra stiamo volando, attraversiamo letteralmente le nuvole. Circa tre ore di viaggio, più di quello che mi aspettavo.

L’aeroporto di Londra Gatwick è grande, la faccia della Regina si presenta davanti ai tuoi occhi sotto forma di mosaico durante il tuo percorso verso l’uscita. Un pullman ci accompagna verso il nostro Residence a Camden Town, passando per quartieri di campagna con casette adorabili dalle porte colorate. Eccola. L’uggiosa Londra, l’atmosfera grigiastra e umida, le luci che spiccano a causa del grigiore del cielo, l’estate che scivola via dal tuo corpo italiano per far spazio a quella stagione che nemmeno sapresti definire, perché tu hai freddo e invece la gente cammina con i pantaloncini e le t-shirt.

Ad accoglierci è una strada viva, colorata e originale (che puzza di fish and chips, devo dire) dove spiccano trasgressione e allegria. Le insegne dei negozi di Camden Town sono parecchio originali. Ci trovi chitarre enormi, le gambe di una spogliarellista, scarpe giganti. Il primo ad accoglierci è un John Lennon verdastro disegnato su un muretto di mattoni rossi. Il residence ha le luci rosa, soffuse, un’insegna all’interno che cita “Excuse me while I kiss the sky”, ci aspetta il freddo pranzo che abbiamo saltato, non dei migliori, sicuramente. Le camere sono spaziose, i letti enormi, il bagno minuscolo. Inizia lì la nostra avventura.london3

Londra ci ospita per una settimana; abbiamo seguito lezioni in una scuola di Islington, mangiato in un ristorante italiano tenuto da bresciani, fatto shopping nei negozi più disparati, bevuto da Starbucks divertendoci a leggere i nostri nomi storpiati sui bicchieri e scoprendo che non è poi tutta questa gran cosa. Soprattutto, però, abbiamo visitato molto di ciò che Londra offre, purtroppo frettolosamente; accade spesso così: nei viaggi scolastici si vede sempre molto poco.

Quando ho visto il Big Ben per la prima volta sono rimasta ferma per qualche secondo a fissarlo, totalmente incredula di ciò che avevo davanti. Forse è stato quello il momento in cui mi sono pienamente resa conto di trovarmi a Londra. Ero veramente lì, davanti a quella torre enorme che fino ad allora avevo visto solamente in miliardi di fotografie? Ho avvertito una sensazione simile anche con il London Bridge e quando davanti a me si è presentata la sosia di Birdy (e se fosse stata lei?).

Tra gli episodi più divertenti, senza citare molti degli scherzi fatti in giro per le strade, ricordo il bizzarro incontro con un siciliano dal perfetto accento inglese che ci ha intrattenuti per un po’ prima di rivelarci la sua identità e farci sentire dei completi idioti.

Camminare per le strade della capitale inglese dona una felicità assurda. Mi piaceva moltissimo osservare ragazzi che indossavano vestiti parecchio originali e che portavano capelli dai colori più strani, cosa che personalmente adoravo. Nessuno era uguale ad un’altra persona, ognuno riusciva ad essere se stesso senza farsi problemi, il che era meraviglioso. Nella metropolitana era facile fare incontri particolari, come quella volta in cui tre ragazzi, dopo aver appreso la nostra provenienza, cominciarono a urlare a squarciagola: “Italy! Italy!” e chiesero di abbracciarci.london2

La gente si ubriaca alle nove di sera e gli inglesi non sanno cosa sia la calma. Corrono tutti nei loro abiti da lavoro, con la ventiquattrore in una mano e il caffè nell’altra e sulle scale mobili devi stare sempre e rigorosamente a destra e sta pur sicuro che mentre scendi ti passeranno accanto una trentina di persone. Quando dovevamo raggiungere in fretta un posto ci invitavamo a vicenda ad imitare “la camminata britannica”.

Avendo già parlato della delusione per Starbucks, passiamo a quel pomeriggio in cui tutti avevamo una forte voglia di caffè vero e trovammo Costa. Fu una sorta di illuminazione, oserei dire un’oasi: il caffè non era acqua. Ci sentimmo subito meglio, poi scoprimmo Caffè Nero qualche giorno dopo. Quello ha anche le torte. Di certo non potete aspettarvi il vero caffè italiano, ma quando vi abituate a ciò che bevono lì, Caffè Nero o Costa saranno le vostre salvezze. Doppio espresso con panna e torta cappuccino, se volete il mio consiglio, e se vi trovate nel Caffè Nero di Oxford trovate pure il mio nome e quello dei miei amici sulla porta del bagno (romantico, no?).

Dopo la settimana a Londra ci siamo spostati verso Chichester, una piccola cittadina nel sud dell’Inghilterra che, vi assicuro, in foto non rende affatto. Mi ha dato molto più di ciò che mi aspettavo. Questa volta non era un Residence ad ospitarci, bensì un College. L’Earnley Concourse che, non per essere banali, resterà sempre in un posticino del mio cuore. Lezioni mattutine di quattro ore intervallate da break di 20 e 30 minuti, con biscotti annessi. Cucina siciliana e uno spazio immerso nel verde all’esterno dell’edificio e, soprattutto, un’adorabile panchina sotto a un salice piangente su cui passavo le ore con una mia amica e che, per quanto possa suonare leopardiano, era la pace dei sensi. Questo dovrebbe bastarvi per farvi capire quanto sia stato traumatico ritornare. Mi sentivo la protagonista della pubblicità di Costa Crociere.london6

Togliendo la parte in cui siamo tutti in ansia per l’esame, che per fortuna è andato molto bene, volevo solo dire che di certo non capita tutti i giorni di studiare stesi sull’erba e di girarsi e trovare un cerbiatto che ti fissa o uno scoiattolo che si rotola sul prato (tutto questo dopo aver appena scoperto che il papa faceva il buttafuori nelle discoteche, leggere per credere. Questa, però, è un’altra storia).

Nel college è stato facile legare con parecchie persone. Tra noi studenti della mia scuola sono nate forti amicizie fatte di abbracci, inside jokes e miliardi di risate ed è stato davvero difficile abbandonare la routine e il vederli costantemente (anche se per fortuna ci vediamo spesso, ovviamente, stando nella stessa scuola). Abbiamo passato mille momenti in metropolitana a battere le mani cantando, attirando sguardi di disappunto dalla maggior parte delle persone e i sorrisi dei musicisti da stazione.

Ah, la musica! Mettendo da parte i quasi-cento-euro che mi hanno fatto rinunciare a vestiti e tante altre cose perché sono finiti nelle casse dell’HMW per i CD (cosa di cui non mi pento affatto), la musica in Inghilterra è OVUNQUE. In strada trovi musicisti di tutti i generi, di tutte le nazionalità, che suonano ogni strumento esistente sulla faccia della terra. Il flauto di pan, lo steel drum, il duo reggae dai capelli colorati e un simpatico giovane di nome Ben Cipolla che mi ha sorriso quando gli ho dato un paio di sterline. Insomma, gli inglesi sanno come rendere l’atmosfera allegra anche se ci sono dieci gradi, le nuvole grigie e la pioggerellina fastidiosa. Se vogliamo continuare con la rubrica curiosità sugli Inglesi, interamente prodotta dalla mia opinione personale, posso dire che alcuni di loro sono così antipatici che ti piacerebbe gettarli nel Tamigi, ma la maggior parte di loro, per fortuna, è veramente nice.

Nel college c’era veramente molto da organizzare, eravamo addirittura divisi in squadre (Grasshoppers, wuhuuuu! Abbiamo anche vinto!) e ci siamo divertiti come bambini in alcune attività come la caccia al tesoro o le gare sportive. Di sera c’erano feste a tema, movie nights o party che diventavano balli sfrenati e ai quali preferivo alternative come chiacchierate lunghissime con Ana, la nostra group leader spagnola, fuori nel cortile. Nei weekend ci spostavamo verso altre città. Oxford, l’isola di Wight con la sua funivia spettacolare e soprattutto Brighton.
Niente è paragonabile allo starsene stesi sulla spiaggia di Brighton con un migliaio di gabbiani in lontananza e il sole che sta per tramontare. È una città bellissima, piena di vita e di colori, sembra quasi che il sole non debba mai sparire.london4

Non potete immaginare quanto possa mancarmi l’Inghilterra.

Per concludere vi scriverò un riepilogo delle cose positive e delle pochissime cose negative di questo viaggio (giusto perché ho un’ossessione per le liste).

COSE NEGATIVE

  1. La puzza di fish and chips a prima mattina che mi faceva venire da vomitare
  2. La voce baritonale che mi è venuta a causa dei cambi di temperatura
  3. I cambi di temperatura
  4. La pioggia che al posto di caderti addosso, per qualche strana ragione, ti andava negli occhi
  5. Due jeans buttati per motivi diversi (uno dei quali ha a che fare con gli zombie)
  6. Lividi sconosciuti apparsi sui miei arti
  7. I capelli elettrizzati per la pioggia

COSE POSITIVE:

  1. Tutto, praticamente
  2. Ho comprato una felpa degli Arctic Monkeys troppo bella e calda
  3. La group leader italiana, Cetti, guardava telefilm stupendi e ascoltava ottima musica
  4. Le conversazioni infinite con Ana, la group leader spagnola
  5. Ana mi ha fatto un ritratto
  6. Ho imparato delle parolacce in spagnolo che non vi dico perché non le so scrivere
  7. Nella serata “I maschi diventano femmine e viceversa” ero un ragazzo fighissimo di nome Marco Jake
  8. Ho visto un cerbiatto
  9. Ho scoperto che il Papa faceva il buttafuori
  10. Ho chiesto ai passanti cose a caso
  11. Ho cantato Hello goodbye in metropolitana, battendo le mani, insieme agli altri ragazzi, ricevendo sguardi di disappunto dal popolo britannico
  12. Ho preso il tè con la regina (certo, certo)
  13. Ho provato una chitarra in un negozio con la promessa che l’avrei comprata il giorno dopo
  14. Sono riuscita a trattenermi dalla tentazione di comprare agendine ovunque (ho ceduto una sola volta, ma la regalerò. Fiera di me.)
  15. Sono andata al mare IN INGHILTERRA. Tre volte, una volta di notte col falò
  16. Ho bevuto una birra in un pub chiamato SHERLOCK HOLMES
  17. Abbiamo fatto una specie di indovina chi che consisteva nell’indovinare il personaggio che avevano scritto su un biglietto che attaccavano sulla tua fronte. Io ero Sherlock Holmes.
  18. Le zuppe di soupman al college.
  19. Ho ballato in modo stupido almeno 20 canzoni diverse
  20. Ho visto il sole che tramontava e che sorgeva su un immenso campo di grano dalla finestra della mia camera
  21. Il group leader canadese era uguale ad Ed Sheeran
  22. Ho comprato il Wreck This Journal versione minuscola per i viaggi, completando una pagina che diceva “scrivi qualcosa su questi bigliettini e dalli alla gente per strada”
  23. Ho conosciuto persone stupende delle quali non potrò mai dimenticarmi.

About author

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

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