Winter Sleep, le tre ore più brevi della mia vita

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Winter SleepCeylan mi deve spiegare come ci è riuscito!“. È la prima cosa che ho esclamato alla fine di Winter Sleep, il film che ha sbaragliato la concorrenza al 67° Festival di Cannes. Il regista turco, amatissimo ormai sulla Croisette, può contare ben quattro premi (due Grand Prix, un premio per la miglior regia e la Palma d’oro di quest’anno) su sette lungometraggi girati. Sarà che Cannes ha i suoi habitué alla vittoria (vedi i Dardenne, Haneke o Ken Loach) ma questo, Regno d’inverno, sembra davvero esserselo meritato tutto.

Centonovantasei minuti di film, durante i quali il regista chiede allo spettatore solo di ammirare i paesaggi dell’inverno cappadocico e ascoltare e prendere parte ai lunghissimi dialoghi. Già, perché il soggetto cinematografico potrebbe benissimo ridursi a due righe come: “Turchia, 2014. Un ricco proprietario di un albergo, costruito nella roccia nel bel mezzo delle lande cappadociche, passa le sue giornate a scrivere articoli su di un giornale locale. La sua vita si consuma fra i lunghi dialoghi con la sorella e una moglie più giovane di lui con cui ha un rapporto molto freddo e distaccato. Quando decide di partire per Istanbul, capisce che in realtà oramai è troppo vecchio e che il suo posto è tra le montagne dell’Anatolia”. Tutto il resto del film è un’accurata caratterizzazione dei personaggi, che viene fuori però – ed è qui la cosa stupefacente – non dalla vita che conducono o dall’azione, bensì dai dialoghi! Come dicevo, il regista ti chiede di partecipare alle discussioni. Infatti tutto ciò di cui si discute incuriosisce e crea nello spettatore il desiderio di voler intervenire per esprimere un’opinione. È questo che tiene incollato allo schermo; niente azione, nessun colpo di scena, niente sesso. Ceylan riesce, solo con la magia delle parole, a incantare chi guarda e a trasportarlo proprio lì, sul divanetto della hall di quell’albergo a chiacchierare con Aydin e sua moglie, o sua sorella, o il suo fidato dipendente.

Godard una volta disse che quando Bergman nascondeva la chiave nella mano di una donna, quella chiave ti riguardava. Ed è proprio quello che fa il cinema di Nuri Bilge. Un cinema che “ti riguarda”, che smette di fare televisione e torna nel ruolo che gli compete: osservare il mondo e raccontarlo. E allora racconta, Celyan. Racconta la realtà dov’è cresciuto, quella che conosce come le proprie tasche: la povertà dei villaggi, la durezza degli inverni, la cultura musulmana che entra nelle case (dei religiosi e non) scolpite nella pietra, la caccia e la cattura dei cavalli selvaggi dell’Anatolia (sublime la scena del roping al lazo).

Winter Sleep

Magistrale nel tagliare tempi morti, essenziale quando deve mostrare lo stato d’animo del personaggio. Limita al minimo tutto ciò che allo spettatore interessa marginalmente: Nihal che torna a casa, in macchina, umiliata, così come la notte insonne di Aydin dopo aver litigato con la moglie; a dispetto poi, di una scena di dialogo botta e risposta, che sembra non finire più, tra il protagonista e la sorella.

La regia è secca, precisa. Alterna con grande maestria campi lunghi alla Antonioni e primi piani tanto stretti da attraversare lo schermo ed entrare nella vita del personaggio. Non può sfuggire anche qualche citazione registica al cinema di Kiarostami con l’immagine, di chi parla, visibile solo di riflesso dal retrovisivo dell’automobile o dallo specchio posizionato in camera.

Forse è proprio con tutte queste piccole cose che il regista turco ha conquistato Cannes e soprattutto è con questi espedienti che riesce a tenere alta l’attenzione dello spettatore: strizza l’occhio al curioso creando situazioni di poco conto che però si rivelano estremamente interessanti e accattivanti, trasformando un mattone di tre ore in una pillola facilmente digeribile. Resta però la magia e la piacevole sensazione, ai titoli di coda, di aver ammirato un’opera d’arte di rilevante impatto visivo con una indiscutibile ricerca nel linguaggio. E, per gli amanti del black humor, Aydin con il suo cinismo regala una perla di rara comicità, parlando dell’accettazione passiva del male, «Certo! Se gli ebrei avessero preso da soli i treni e si fossero rinchiusi nei campi di concentramento, Hitler sarebbe stato compassionevole e avrebbe detto “chiudiamole le camere a gas, poverini, sono venuti qui da soli”».

Insomma, sicuramente uno dei migliori film di quest’anno. Un film da vedere ma che non consiglierei. La contraddizione è palese ma è evidente che non è un film per un pubblico ampio (per non dire che non è per tutti). Ma chi, come me, ama il cinema dell’immagine, della parola, dei personaggi – il cinema che io definisco “culturale”, nel senso di riuscire a mostrare la cultura e le tradizioni di un luogo o di un popolo solo attraverso la caratterizzazione dei personaggi, senza cadere nei soliti luoghi comuni – allora deve liberarsi per poco più di tre ore, cercare il primo cinema nella propria città che lo proietta, pagare il biglietto e volare in Anatolia.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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