#ARTforshe 1 – Musica: da Woodstock ai VMA

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musica femminista

Cyndi Lauper, Joan Jett e Amanda Palmer

Lo ammetto, sono femminista. Lo faccio senza vergogna, convinta di essere dalla parte giusta, ma un po’ intimorita, questo sì. Ho paura perché troppo spesso il femminismo è frainteso e confuso con il corrispettivo del maschilismo per l’altro sesso. Ho paura anche perché in molti staranno già pensando “Eccone un’altra, chissà perché poi odiano così tanto gli uomini”, anche se noi gli uomini non li odiamo affatto (ci sono persone che possono testimoniare a mio favore, sono disposta a fare il giuramento). Quindi, facciamo chiarezza: cos’è questo beneamato femminismo? È semplicemente l’idea che uomini e donne debbano e possano godere di pari diritti e considerazione sul piano economico, civile e sociale e questa battaglia non solo non ha nulla a che fare con la misandria, ma soprattutto riguarda e coinvolge anche voi virili fallo-dotati, perché finché a un ragazzino verrà imposto di “non fare la femminuccia” e a una ragazzina verrà insegnato che è bene “stare al proprio posto”, finché il sesso sarà considerato un motivo per imporre dei limiti alla propria autodeterminazione, finché continueranno le molestie, allora questa battaglia sarà necessaria. Anche il nostro blog si preoccupa di sostenere la causa, pubblicando degli approfondimenti dedicati a tutte le tipologie di arte e alle icone che hanno lasciato un segno nel mondo femminista e quelle che fanno la differenza ai giorni nostri. Partiamo dalla musica.

Il femminismo radicale, così come lo conosciamo oggi, si sviluppa negli anni Sessanta e viene definito anche «seconda ondata femminista». È l’epoca di Woodstock, di Jimi Hendrix e degli Who. È l’epoca di Janis Joplin. Immaginatela, aggressiva e determinata, salire sul palco con la sua voce graffiante e incredibilmente potente e, con un pianoforte al suo fianco, cominciare a intonare Turtle Blues: «Sono una donna cattiva e non ho bisogno degli uomini, li tratto come mi pare». Indipendente e ribelle, Janis è in questi anni il simbolo dell’emancipazione e canta la sua forza e il desiderio di imporsi. Non è una groupie, non è un’interprete di nicchia e secondo molti non rappresenta nemmeno il convenzionale modello di bellezza: è un’artista di immenso successo, lontana dallo stereotipo della donna delicata e impeccabile, indomabile come la folta chioma. La sua è una rabbia autentica, che la porta a parlare di abbandono e supremazia maschile.


And everywhere
Men almost seem to end up on top


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Non a caso il movimento durante la seconda ondata si differenzia dalla prima per gli obiettivi non più prettamente politici. Il femminismo, dagli anni Sessanta e ancora oggi, si pone il nuovo fine di ottenere la parità sociale tra i sessi, battendosi non solo contro la dominanza patriarcale, ma anche gli abusi sessuali e le molestie. A questo proposito è d’obbligo parlare di un’icona pop dei tempi: Nancy Sinatra. Con la sua These boots are made for walkin’ si invertono i ruoli e i suoi sensuali stivaletti diventano una punizione per l’uomo che impone il suo volere. Pare infatti che l’autore, Lee Hazlewood, si sia ispirato per il testo a un’infelice battuta sentita al bar: un uomo, poggiando le proprie scarpe sul bancone e indicando sua moglie, disse «Finché sarò padrone in casa mia questi stivali cammineranno su di lei». A quelli come lui si rivolge Nancy quando dice che un giorno saranno i suoi stivali a calpestarlo, in una scanzonata presa di posizione.

È invece degli anni Settanta il brano di John Lennon Woman is the nigger of the world, scritto con Yoko Ono, il grande amore del cantautore a cui si deve il suo avvicinamento al femminismo e all’attivismo politico-sociale in genere. È un vero e proprio inno anti-patriarcale sul ruolo imposto alla donna nella collettività, che nello stesso momento la pone nel ruolo di subordinata e la denigra per esserlo.


We tell her home is the only place she should be
Then we complain that she’s too unworldly to be our friend.
[…] When she’s young we kill her will to be free
While telling her not to be so smart we put her down for being so dumb


Arrivano gli anni Ottanta e con loro gli accostamenti di colori improbabili e i capelli cotonati. Un irresistibile mix di entrambe le tendenze è Cyndi Lauper, che nella più che nota hit Girls just want to have fun descrive perfettamente il cambiamento generazionale a seguito della conquista dell’indipendenza economica. La protagonista del testo è una giovane donna in carriera, che dopo una dura giornata di lavoro decide di andare a divertirsi, scontrandosi con il biasimo della madre e del padre che la vorrebbero meno disinibita e disinteressata alla famiglia e al matrimonio. È infatti nell’ultima strofa che Cyndi si afferma come donna indipendente, che non vuole essere sottomessa a nessun uomo e che desidera vivere a pieno la propria vita, lontana dall’obbligo di sposarsi e avere figli. Una donna, quella da lei esaltata, che è consapevole del proprio potere e che rifiuta di essere l’ombra di qualcun altro (Some boys take a beautiful girl and hide her away from the rest of the world. I wanna be the one to walk in the sun!), ma non solo: questa canzone esprime anche la lotta per la libertà sessuale, contro un mondo bigotto che ha finora rimproverato alle donne la promiscuità concessa agli uomini (il cosiddetto slut-shaming).

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Kathleen Hanna: «Così tanta gente è venuta da me raccontandomi di aver subito abusi sessuali e di essere stati maltrattati dai loro genitori. […] Credo seriamente che la maggior parte delle persone in questo Paese abbia storie da raccontare e che non dicono per qualche ragione.»

Con l’avvento degli anni Novanta si afferma un sottogenere della musica punk denominato Riot grrrl, che senza dubbio si sofferma molto di più sui contenuti che sulla tecnica: ricorrono nei testi i temi della violenza carnale, dell’oppressione e dell’omosessualità. Sono sicuramente le Bikini Kill a essere la band più rappresentativa del movimento. La leader del gruppo, Kathleen Hanna, è cantante e soprattutto autrice dei testi. La si ricorda per essere sempre in prima linea contro gli stupri e infatti, non a caso, molti dei loro brani affrontano l’argomento. Ne è un esempio Daddy’s Li’l Girl, che descrive il senso di colpevolezza di una giovane ragazza sessualmente molestata dal padre. Alcune delle canzoni delle Bikini Kills vengono prodotte da Joan Jett, altra icona della musica punk dell’epoca e membro della nota band The Runaways. È anche lei una giovane anticonformista, avvezza a dichiarazioni di stampo femminista, come «Un uomo che sa cosa vuole è un leader, una donna che sa cosa vuole è una stronza» o ancora «Mi resi conto che ciò che le donne potevano fare era una questione sociale. Fin da giovane decisi che non avrei seguito le regole delle donne». Le Runaways sono un gruppo di giovanissime ragazze di grande successo che, in un mercato in cui sono gli uomini a comandare e nell’America ancora fortemente bigotta, chiedono di ottenere rispetto e considerazione. Joan, in particolare, dopo lo scioglimento della band, si rende nota per brani come I love rock ‘n’ roll ma soprattutto Bad Reputation. Completamente spregiudicato, è l’inno del cambiamento. Una canzone che rappresenta una vera e propria rivoluzione generazionale. Un riferimento alle difficoltà affrontate col mercato musicale è presente nel video dello stesso brano, in cui la cantante ammette di essere stata rifiutata da ventitré diverse case discografiche. Peggio per loro, perché – pur essendo autoprodotto – il singolo riesce a vendere più di un milione di copie.


I don’t give a damn ’bout my reputation
You’re living in the past, it’s a new generation
A girl can do what she wants to do and that’s what I’m gonna do


Eccoci finalmente arrivare alla produzione contemporanea. Un nuovo secolo (anzi, un nuovo millennio) e, ovviamente, nuovi modi di concepire e fare musica. Sono anni in cui la misoginia non stenta a farsi sentire (basti prendere in considerazione Blurred lines di Robin Thicke, che – se solo esistesse – sarebbe l’inno perfetto per l’Associazione Mondiale Stupratori). Fortunatamente però abbiamo il piacere di avere anche tanti altri artisti che non hanno paura di andare contro corrente. Partiamo da Lily Allen, che già nel suo primo album si schiera dalla parte delle donne e degli omosessuali con grandissima ironia (in It’s not fair Fuck you). È però recentemente che nella più commerciale hit Hard out here si palesa essere una perfetta femminista: riprende il tema dello slut-shaming, afferma la propria volontà di essere madre e lavoratrice e nel video si lancia in un esilarante sfottò dei filmati in cui le ballerine succintamente vestite fanno solo da figuranti, per alimentare il machismo degli pseudo-artisti protagonisti. Eccola quindi scatenarsi e riuscire a risultare sensuale pur non indossando shorts e crop top e condividere un ambiguo spuntino con un non più giovanissimo uomo che twerka con lei. Uomini e donne, qualunque siano le vostre ambizioni, qualunque sia la taglia dei vostri jeans e qualunque tipo di abbigliamento vi metta a vostro agio, nulla vi impedisce di fare ed essere ciò che volete e un ballo non si nega a nessuno.


You’ll find me in the studio
and not in the kitchen […] If I told you about my sex life
you’d call me a slut
when boys be talking about their bitches
no one is making a fuss


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Photo credit: Patrick Hoffmann / WENN

Altra artista esplicitamente e orgogliosamente appartenente alla categoria, di cui avevamo già parlato in un precedente articolo, è Lorde. Approfitta dell’occasione di un’intervista a Huffington Post nella quale le viene chiesto della sua posizione al riguardo per sfogarsi sulla visione distorta che si ha del movimento e del motivo per cui molte donne, pur volendosi dimostrare forti e indipendenti, rifiutano la definizione di femministe. Dice infatti: «Molte ragazze pensano che [il femminismo] si basi sul non radersi le ascelle, bruciare reggiseni e odiare gli uomini, che è una visione totalmente primitiva, a mio parere». È noto anche il suo commento a una canzone di Selena Gomez, che nel testo descrive una ragazza indolente e passiva, che si limita a essere l’oggetto del suo uomo e ad attenderlo ferma al suo posto per dargli tutto ciò che vuole. «Sono stanca delle donne ritratte in questo modo», ha commentato la cantautrice neozelandese. Classe 1996, determinata e di successo: la nostra Ella Yelich-O’Connor è un vero e proprio modello per le giovani donne.

È esemplare anche l’impegno di Amanda Palmer, che, oltre a essere una palese attivista femminista, ha anche avuto modo di difendersi personalmente attraverso la musica. In seguito a un articolo dedicatole – con tanto di foto – sul giornale scandalistico Daily Mail riguardo una sua, definiamola così, “tetta in fuorigioco” durante un concerto, la Palmer ha ben pensato di replicare con un brano e un’esibizione a dir poco memorabili: nasce dunque Dear Daily Mail (vi invito calorosamente a leggerne il testo), la lettera da lei cantata e dedicata alla testata, in cui sono contenute accuse di misoginia e quelle più ironiche di disinformazione. Va considerato infatti che la cantautrice statunitense è notoriamente un’avversatrice del tabù del nudo e, come il brano stesso recita, «se aveste cercato su Google le mie tette avreste scoperto che le vostre foto non sono poi tanto esclusive». Inoltre, durante la performance, si è dimostrata così grata per l’articolo dedicatole da sentirsi in dovere di fornire il materiale necessario a nuovi scatti bollenti, concedendosi al pubblico in un genuino nudo integrale. Definire dunque una “notizia” di questo genere uno scoop è di per sé sintomo di un retaggio culturale puritano. Se lei ne è protagonista, a maggior ragione, scandalizzarsi per un simile accadimento sarebbe come stupirsi sentendo dire a un prete che le unioni omosessuali sono un abominio. Daily Mail, ritenta, sarai più fortunato.

Anche Beyoncé merita una piccola parentesi per aver inciso un brano in cui figura parte del famoso discorso della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie al TEDxEuston, che affronta argomenti come l’aspirazione al matrimonio, l’ambizione e l’intraprendenza sessuale. A lei si deve una piccola conquista, quella di aver portato sul palco della trentunesima edizione dei VMA – e quindi a una manifestazione in diretta mondiale – i principi del femminismo, parola che durante l’esecuzione di Flawless le è apparsa alle spalle a caratteri cubitali. Che sia una strategia volta a migliorare la sua reputazione (come alcuni hanno insinuato) o uno schieramento reale poco importa: rimane il fatto che la sua esibizione è riuscita a far concentrare l’attenzione sul tema e questo non può che essere un bene. La cantante si è inoltre fatta fotografare nei panni dell’icona femminista Rosie la Rivettatrice: camicia arrotolata, braccio ben in vista e bandana tra i capelli, con l’intramontabile slogan We can do it. Marketing o meno, rimane comunque un forte contributo alla causa.

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La copertina dell’album Le dimensioni del mio caos, in cui è contenuto il brano Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti

Avete notato che finora ho citato soltanto artisti stranieri e donne? A questo punto prendo in mano il volante e faccio una netta inversione a U, spezzando la monotonia del viaggio con un bel barbuto italico, dallo stile iconico (chi non ne conosce i foltissimi ricci?) e dalla peculiarissima voce. Avete capito bene, sto parlando di Caparezza. Da sempre contro il forzato stereotipo di virilità imposto ai ragazzi fin da piccoli, Michele Salvemini – suo vero nome – ha più volte espresso nei testi la sua posizione non convenzionale. In La mia parte intollerante non solo si batte contro i cliché a cui sono forzatamente legati gli uomini, ma anche a favore dei diritti della comunità LGBTQI e per farlo si immedesima in un ragazzino vittima di bullismo (o meglio ritorna a esserlo). Il rapper pugliese è anche autore di Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti, un titolo che è tutto un programma. Infatti, dopo aver elencato i più comuni stereotipi legati al machismo e averli messi in ridicolo, esprime il suo singolare e super-femminista pensiero nel ritornello. È un brano rock, deciso, come lo sono le sue tesi.


Non ascoltare questi maldicenti. Non si va avanti con la forza ma con la forza degli argomenti
Non ascoltare questi mentecatti. Un vero uomo si dovrebbe alzare per lavare i piatti


Il primo capitolo della serie si conclude qui. Conoscete altri musicisti, cantanti o autori femministi? Apprezzate quelli da me citati? Sentitevi liberi di rispondere con un commento.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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