Il cinema italiano vittima degli eventi: intervista a Claudio Di Biagio

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In foto, Claudio Di Biagio

In foto, Claudio Di Biagio

Napoli, Festival ‘O Curt. La malefica e intransigente capostipite del blog, quell’inacidita supponente che è Lucia, è nostra infiltrata speciale nonché giurata spietata nelle sezioni Internazionale e LeggeroCorto. Accanto al suo (insignificante) nome figurano quelli di Giuseppe Borrone, Maurizio Braucci e per ultimo, ma non meno importante, Claudio Di Biagio, regista emergente conosciuto con il nickname Nonapritequestotubo. Tra una proiezione e una rassegna trovano il tempo per sedersi al tavolino e, sebbene la tecnologia non fosse dalla loro parte, riescono a farsi una chiacchierata sul suo lavoro e sul panorama cinematografico italiano. Partecipano all’intervista uno spettatore d’eccezione e l’immancabile ondina tra i capelli.

La tua notorietà nasce soprattutto sul web, dove hai cominciato con una serie di video definibili “demenziali”, ma nell’ultimo periodo ti sei orientato su una produzione in cui prevale il contenuto sull’intrattenimento (#ilmiocinema e #AskVenezia71). Qual è stata la risposta del pubblico al cambiamento?

Ovviamente ho perso tanti numeri, perché erano numeri “casuali”, non veramente interessati alla persona ma all’intrattenimento del momento. Ho cercato di concentrare l’attenzione verso le persone che veramente erano interessate al tipo di comunicazione che stavo facendo e soprattutto in questi anni, avendo deciso di non fare più l’attore, l’interprete, mi sono concentrato su quello che davvero mi interessa: la regia e la parte autoriale. Lentamente questo cambiamento ha portato non solo un riscontro diverso del pubblico, ma soprattutto ha portato me a costruire un percorso tale per cui adesso posso cominciare a farmi riconoscere per la mia parte autoriale.

Questo discorso riguardo i contenuti potremmo trasportarlo anche alla distribuzione italiana, che non valorizza la qualità. Basti pensare all’ultimo film di Godard che è distribuito in tre sale in tutta Italia. Secondo te è il pubblico che non richiede l’eccellenza o la distribuzione che sottovaluta gli spettatori?

Secondo me il sogno sarebbe non solo proiettare i film di Godard, ma anche quelli demenziali. C’è bisogno di tutto quanto, perché non tutti vogliono impegnarsi al cinema. Quello però a cui dovremmo essere abituati e a cui dovremmo abituarci è avere uno spettro più ampio di tipi di intrattenimento, perché comunque vai al cinema per vedere una storia, qualcosa che ti comunichi un messaggio, un contenuto. Credo che l’errore in Italia sia duplice: non è solo del produttore che non investe e non ha l’intelligenza e il coraggio di sperimentare, ma è anche il pubblico che non si muove, non si aziona, non si attiva ed è bloccato. Si accontenta e si lascia spegnere dal cinema. Dovrebbe esserci un impegno comune e la possibilità non solo del film impegnato, ma anche dell’intrattenimento più basso. Dovrebbe esserci tutto, così la macchina distributiva comincerebbe a funzionare.

claudio di biagio

Foto © Francesco Galati

L’eterogeneità di cui parli è riscontrabile anche nella tua produzione: il tuo primo lungometraggio, Andarevia, è completamente differente da Vittima degli eventi. Hanno però in comune la sceneggiatura di Luca Vecchi, anche lui molto noto sul web. Potremmo dire che da Internet è nata una comunità di addetti ai lavori.

Sì, è sicuramente nata, il problema è che bisogna far diventare questa comunità un gruppo, un collettivo di lavoro. Non è quasi mai facile, non è quasi mai possibile. Quando succede escono fuori cose come Vittima degli eventi che quantomeno, con tutti i difetti e le imprecisioni che ha questo progetto, dimostra che un collettivo del genere riesce a lavorare bene insieme e che magari, avendo dietro una struttura adeguata, potrebbe fare veramente un buon lavoro.

Cosa che però non è successa: Vittima degli eventi non è stato oggetto della curiosità della produzione italiana. Credi sia dovuto al fatto che il prodotto non funziona oppure non c’è volontà di cambiamento?

Sicuramente ci sono un sacco di errori e sono il primo a prendermi le colpe se c’è qualcosa che non funziona nel film, perché essendo il regista devo e sono pronto a farlo. Eppure, al di là dei difetti, è un prodotto godibile. Abbiamo riscontrato nella maggior parte del pubblico una reazione positiva e soprattutto negli addetti ai lavori che in modo disinteressato hanno espresso un parere e hanno apprezzato il progetto. Quindi secondo me è semplicemente un progetto non attinente all’Italia e a quello che l’Italia vuole mostrare al suo pubblico. È questione di audacia, ci dovrebbe essere il coraggio di credere in un progetto come questo e come tanti altri che ci sono in giro e che valgono tanto. Non c’è il guizzo che spinge un produttore a dire: «Ti faccio diventare ancora più bravo, vedo in te una fiamma».

Non a caso molti hanno visto come un limite il fatto che il film fosse tratto da un fumetto, più tradizionale nella cinematografia americana, pur essendo Dylan Dog un cult nostrano. Può questo film avvicinare le persone al fumetto e il fatto che si ispiri a esso può essere considerato un ostacolo per chi non conosce Dylan?

No, abbiamo creato un film che avesse più piani di lettura, uno anche dedicato a chi non è un fan o un lettore di Dylan Dog. Avvicina sicuramente al fumetto: tante persone hanno detto a me e a Luca Vecchi che effettivamente hanno cominciato a leggerlo dopo il film. Dylan è un personaggio molto importante per la letteratura italiana degli ultimi trenta/quarant’anni, insieme a Montalbano di Camilleri: sono gli unici due personaggi scritti veramente bene dai propri autori e creatori. Ha un potenziale di racconto altissimo, è un mega-contenitore di storie stupende. Sta però all’intelligenza di chi decide di intraprendere un percorso con questo personaggio creare qualcosa di valido. Il film avvicina al fumetto e, ovviamente, il fumetto avvicina al film. Noi siamo soddisfatti di aver stimolato il pubblico nuovo a vedere qualcosa di cui magari volessero sapere di più.

claudio di biagio

Tra l’altro c’è anche una guest star, Milena Vukotic, che come raccontavi al Napoli Comicon aveva cominciato a leggere Dylan Dog poco prima delle riprese.

Sì, l’aneddoto è molto semplice: ci avviciniamo a Milena Vukotic con la paura di “rompere le scatole” e quindi le proponiamo una sola scena in cui potessimo disturbarla. Lei vuole di più. Non vuole una lira, vuole solo più parti e più coinvolgimento nel film. Quindi quello che facciamo, Luca in particolar modo, è scrivere due scene aggiuntive che potessero rendere anche più funzionale il personaggio nel lavoro. Quando poi torno da lei a parlare del personaggio, noto che aveva questa pila di Dylan Dog sul davanzale con i post-it dentro e che quindi stava mettendo veramente l’anima in un progetto senza un euro, di cui non conosceva la qualità, la professionalità e la profondità che potesse raggiungere. Fossero tutti così, probabilmente in Italia avremmo tutti quanti più soldi.

Anche perché gli interpreti più noti in Italia non danno tanta fiducia ai nuovi registi.

La maggior parte di loro non lo fa perché non gli conviene: hanno paura e c’è un’immagine da mantenere. Alcuni però non lo fanno perché non gli capita l’occasione. Magari sarebbero disponibili, ma non credono di poter partecipare e hanno paura di ricevere un rifiuto. Invece quando ci si prova ci si riesce anche, perché sono persone umane, che vogliono divertirsi e fare cose belle in armonia come tutti quanti.

Facciamo una piccola autocritica: se Andarevia e Vittima degli eventi non fossero tuoi lavori, troverebbero spazio in #ilmiocinema?

(ride, ndr) No, assolutamente. In #ilmiocinema non troverebbero spazio perché fondamentalmente si tratta di qualcosa di ancora incompleto, considerando il percorso artistico e formativo da regista. Ci sarebbero dei film che potrei fare e che metterei in #ilmiocinema e che prima o poi realizzerà, anche se manterrò sicuramente quella profondità che c’è già in Andarevia.

Parlando di percorso formativo, è proprio in Andarevia che i protagonisti si ritrovano a dover mettere da parte le proprie individualità per raggiungere un fine comune. Un po’ come succede anche tra gli addetti ai lavori. Quanto è necessario privarsi dell’egoismo in questo lavoro?

È un’ottima metafora, non ci avevo mai pensato. Effettivamente la barca rappresenta una generazione, che però è una generazione sbagliata: invece di stare lì ad aiutarci tra noi ci ammazzeremmo. Ci hanno lasciato alla deriva, soli, in una situazione in cui dovremmo appunto riuscire a riemergere, ma dobbiamo aiutarci a fare in modo che tutto quello che succede sia parte di uno stesso movimento. Un po’ come hanno fatto i The Jackal, che ci hanno dato l’occasione di servirci del loro canale per la distribuzione di Vittima degli eventi.

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