Martone, vaffanculo!

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il giovane favolosoNel giro di un settimana, dopo il capolavoro di Celyan, mi è toccato guardare il film di Martone su Giacomo Leopardi, tanto acclamato e applaudito dalla critica al Festival del cinema di Venezia, e mi è venuto letteralmente un colpo al cuore. Sarà che amo particolarmente il poeta recanatese da molto tempo, sarà che le aspettative erano alte, sarà che gli 8 milioni messi a disposizione per girarlo lasciavano ben presagire, ma posso dire senza remore che Il giovane favoloso è un film sbagliato a tutti gli effetti.

Innanzitutto è un film vecchio, che si fa mezzo per raccontare la biografia di un personaggio controverso nel peggiore dei modi possibili: la pretesa di mostrare tutta la vita con un occhio distaccato e lontano da ciò che lega lo spettatore allo schermo. Il cinema degli ultimi anni ha spostato l’obiettivo, concentrando la propria attenzione su una sfera intimistica, evitando di impelagarsi nello studio dei massimi sistemi; insomma, per farla breve, sono lontani i tempi di Quarto potere e il regista napoletano è completamente fuori tempo. Martone palesa di essere ancora troppo legato al fallimentare tentativo di voler emulare i grandi italiani del passato. Così ne viene fuori un film a due velocità che si mostra tendente al raffinato nella prima parte (di chiara impronta neorealista) e “pacchianamente” grottesco nella seconda (evidenti le citazioni al cinema di Fellini).

Sono veramente tante le cose che non vanno e la banalità dei dialoghi toglie forza anche alle piccole trovate che prese singolarmente, in un girato di qualità, sarebbero da apprezzare. Su tutte la regia. Non voglio scomodare la Nouvelle Vague con la ormai superata frase “Il carrello è una questione morale”, ma i virtuosismi, che stonano con l’immagine proiettata, creano solo una totale confusione nello spettatore. Cosa che, ad esempio, non è riscontrabile nel cinema di Sorrentino, anche lui avvezzo a questi movimenti di camera costanti.

La Ginestra. Non male la lettura con la voce fuori campo dell’ultimo lavoro del Leopardi, con le immagini (spesso tautologiche) del Vesuvio e di Pompei. Se solo, però, non avesse abusato di questa tecnica più volte nelle scene precedenti, cadendo nel banale. Prova a chiedere ad un bambino di dieci anni come girare un film su Leopardi, ecco che gli verrà in mente di utilizzare la voce fuori campo per l’esposizione dei versi!

Elio Germano. Eccellente interpretazione dell’attore protagonista che probabilmente, messo in condizione, sarebbe riuscito a penetrare a fondo nell’animo di un Leopardi più filosofico e meno saccente.

il giovane favoloso

Il pezzo mancante: la filosofia. Sarebbe potuta benissimo venir fuori da un dialogo con Ranieri che, invece, è senza dubbio uno dei peggiori personaggi visti al cinema negli ultimi anni. Insomma Marto’, Ranieri era un intellettuale, non puoi mostrarlo solo come un donnaiolo che si porta dietro lo storpio per un meschino tornaconto personale. Tanto che quando la sorella di quest’ultimo, parlando con il protagonista, esclama: «Resterei ore ad ascoltare te e mio fratello parlare di filosofia, di politica, di poesia», allo spettatore viene da dire «Eh, magari, piacerebbe anche a me».

Altro punto cruciale sono gli sbalzi d’umore di Giacomo Leopardi, per nulla giustificati da quello che gli succede attorno o motivati male dal regista. Il rapporto con Silvia che si consuma senza nessuna emozione, aggravato dalla reazione (spropositata agli occhi dello spettatore) alla vista del suo corpo esanime. La gioia improvvisa al solo arrivo a Napoli, così come l’odio che scaturisce verso la città dopo l’episodio degli scugnizzi nel bordello – abbastanza infelice come trovata – poco più tardi. E, dulcis in fundo, la cosa che mi rattrista e allo stesso tempo mi fa rabbia è l’ingiustificata rappresentazione che Martone, da napoletano, fa della città partenopea. Si cade ancora una volta nello stereotipo “sole, pizza e mandolino”, spostando completamente l’attenzione dal punto focale che doveva essere gli ultimi giorni di Leopardi a Napoli e non i problemi di Napoli visti attraverso Leopardi. Mi viene quasi da pensare che il poeta recanatese sia stato solo un pretesto del regista per mostrare che a Napoli nulla è cambiato e che i problemi sono ancora gli stessi. Se così fosse, questa sarebbe una grave mancanza di rispetto per chi paga il biglietto pensando di vedere un film biografico e invece si trova di fronte lo sfogo di un napoletano stanco, che non sa più cogliere i pregi della propria città: assolutamente fuori luogo.

Probabilmente ci sono andato giù pesante e il buon Mario ha solo pagato “la prima volta sullo schermo” di un grande letterato italiano con una vita non troppo cinematografica. Sta di fatto che la cosa più riuscita è la locandina con Elio Germano capovolto. Perché Martone ha seriamente messo Leopardi “a capa sotto!”.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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