Se la vita ti dà ZERO tu facci un bel libro (e magari anche un film)

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zero forse cercavi

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Senza giri di parole: non c’è più futuro per gli artisti, non professionalmente, e chi rincorre il sogno di vivere con un lavoro creativo deve essere consapevole che la sua eventuale realizzazione rappresenterebbe una conquista doppiamente faticosa e soddisfacente rispetto al normale. Affermarsi è molto difficile, quasi improbabile, ma comunque non impossibile se si è sufficientemente determinati e caparbi. Questi sono due aggettivi che si adattano perfettamente agli ZERO. Filmmaker e neo-scrittori, hanno raccontato nel loro romanzo d’esordio una storia in cui è possibile trovare diverse analogie con i video da loro realizzati e che ho avuto il piacere di scoprire insieme agli autori nell’intervista che segue. Parliamo di lavoro, Forse cercavi e di quel protagonista che rifiuta ogni prudenza, avendo come sola prospettiva la morte e lasciandosi alle spalle una vita che vale, appunto, zero.

Gli aspetti in comune tra la vostra esperienza pre-libro e la storia di Filippo sono davvero numerosi. Il primo a cui penso è che i social diventano quasi un personaggio a se stante e voi avete fatto di questi un mezzo imprescindibile per la diffusione virale dei vostri video.

Stefano: Più che un personaggio, i social diventano un luogo, e che ci piaccia o meno tutti lo attraversiamo innumerevoli volte al giorno, sia Filippo sia noi di ZERO. Siamo “nati” sul web ed è quasi naturale per noi condividere un video su YouTube piuttosto che chiamare La7 e capire se sono interessati a mandarlo in onda. Allo stesso modo Filippo flirta online e si organizza su WhatsApp, perché è molto più semplice e immediato e fa parte del nostro modo di vivere oggi. Questo non vuol dire che è preferibile ad altro. Sicuramente hai sempre l’opportunità di essere più superficiale.

Niccolò: È fondamentalmente un discorso di onestà. Internet condiziona la nostra quotidianità in maniera pesantissima. Non c’è un giudizio etico o di merito, c’è solo una sincera constatazione. Il nostro personaggio doveva nutrirsi di Internet e dei suoi mezzi come facciamo noi, con una spontaneità e un’invadenza che non ha uguali nella storia. Sembra una trovata originale ma credo che fra qualche anno non ci faremo più caso e il web, i computer e gli smartphone (o quello che verrà) faranno parte della letteratura perché parte integrante della contemporaneità.

Alessandro: Sono numerosi perché siamo tutti un po’ Filippo, che passiamo metà tempo nella vita reale e metà in luoghi digitali, che stiamo sempre chattando con qualcuno ma ci sentiamo sempre soli. Nel nostro libro abbiamo creato una situazione estrema, un paradosso in cui il protagonista decide di avere i giorni contati, e ci siamo chiesti, onestamente, che cosa cambierebbe?

zero forse cercaviUna delle vostra campagne più conosciute è #coglioneNo, che grazie a un capovolgimento dei ruoli rende i lavori tradizionali ingiustamente non retribuiti. Immagino non sia un caso se anche in Forse cercavi si affronta il tema del precariato, in fondo questo libro parla di voi.

S: #coglioneNo era un piccolo spaccato delle nostre vite. Il libro probabilmente è una visione generale delle stesse, che per forza di cose comprende anche lavoro, social network, donne, depressione, droghe e tutto quello che ci circonda.

N: #coglioneNo nasceva anche da un’urgenza che un po’ spocchiosamente potremmo definire sociale. Il nostro romanzo è il suo risvolto esistenziale. L’urgenza è la stessa ma se girando il primo tiravamo fuori qualcosa, scrivendo il secondo c’era solo da guardarsi dentro.

A: Il tema del precariato è uno sfondo, una base da cui si parte. Non direi che la storia affronta davvero il tema, anzi lo dà per scontato e cerca una specie di fuga. Una ricerca incerta, digitata male e corretta dagli eventi esterni come Google quando ti corregge le ricerche digitate male.

A questo proposito, vi è mai capitato di dover accettare di lavorare senza essere pagati, magari in cambio di un’ipotetica visibilità?

S: Ovviamente sì: i video di #coglioneNo li abbiamo realizzati proprio a causa dell’ennesima proposta del genere. Ma anche dopo ci hanno chiesto senza pudore di lavorare per visibilità. Ormai la visibilità è la nuova moneta in questi ambiti lavorativi.

N: La visibilità è anche utile, soprattutto all’inizio. Nessuno di noi ha mai pensato di iniziare a fare lavori con budget (grossi o piccoli) da subito. Una volta si chiamavano i ragazzi a bottega. Oggi si inizia con la visibilità. Quando però diventi competente e ti chiamano perché (a detta loro) sei bravo, allora per il bene tuo e di chi fa il tuo mestiere devi farti pagare.

A: Ovviamente sì. Io penso anche che sia una cosa completamente accettabile in realtà, una fase formativa importante, come si andava a bottega una volta oggi si fa qualche lavoretto aggratis per iniziare, se l’occasione è buona. #coglioneNo denuncia invece la sistematicità e il fatto che il lavoro gratis venga richiesto a chi già lo sa fare, piuttosto che offerto da chi lo vuole imparare.

Uno degli attori di #coglioneNO recita anche nei video promozionali del libro. Insomma, squadra che vince non si cambia. Come nasce la collaborazione con Luca Di Giovanni e cosa vi ha convinti, nel suo modo di lavorare, che siete fatti l’uno per gli altri?

S: Luca oltre ad essere un altruista è tipo il DAS. Un attore malleabile che riesce a infondere a qualsiasi lavoro una carica assurda, quasi mistica. Gli puoi far fare quello che vuoi e sei sempre sicuro che il ciak successivo lo farà ancora meglio. Ci capita spesso di scrivere e pensare subito a chi potrebbe recitare nel ruolo dei nostri personaggi; Luca ne esce sempre praticamente il protagonista. Sarebbe fantastico portarlo al cinema, magari proprio nei panni di Filippo.

N: Mi vanto sempre molto poco di aver fatto conoscere Luca a Stefano e ad Ale e lo faccio perché il mio merito è ben poca cosa, davanti alla sua bravura e, va detto, alla sua altissima professionalità. Luca merita il cinema e io ne sono convinto da quando ho avuto il piacere di piazzarlo per la prima volta davanti ad una macchina da presa.

A: Luca ha talento in quello che fa e non si accontenta di rimanere in superficie, di cavalcare onde del momento, di collezionare like. Credo ci piaccia anche per quello e merita di lavorare con gente che lo paghi molto di più di quanto lo paghiamo noi.

Non è solo nell’abituale presenza di Luca, ma anche nell’innegabile meticolosità dei vostri lavori che trovo un’altra caratteristica che accomuna voi e il protagonista: Filippo sceglie con una certa maniacalità il metodo statisticamente più efficace per suicidarsi, potremmo paragonare la sua scrupolosità a quella che voi applicate nel lavoro?

S: A conoscerci bene non penso che diresti che siamo meticolosi nell’individualità. Ale ogni tanto arriva con una barba e dei “capelli” che ti viene voglia di fare il parrucchiere per fare un lavoro migliore. Ciuffi a cazzo, peli che spuntano da tutte le parti… qual era la domanda?

N: Siamo dei rompicoglioni. Discutiamo molto in ogni fase delle nostre produzioni perché ci teniamo tantissimo a fare il miglior lavoro possibile. E questo rende i nostri lavori sempre più stimolanti, perché ci appassioniamo a ciò che facciamo e a ciò che vediamo in giro. E sappiamo di avere tantissima strada da fare ma anche che senza la qualità non ci piacerebbe fare il mestiere che abbiamo scelto di fare.

A: Io non sono scrupoloso. Sono genio puro e sregolatezza, tentazione estrema spericolata, amore corporeo a prima vista.

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Parlando esclusivamente del filmmaking, avete da poco concluso Erasmus24_7, il documentario dedicato, appunto, all’esperienza dell’Erasmus che racconta la giornata di sette diversi studenti in altrettante capitali europee. Come nasce l’idea e come avete selezionati i ragazzi protagonisti?

S: Due anni fa (forse tre, ho problemi con la memoria temporale) tornato dall’Erasmus a Kassel ed entrato in quella depressione post-Erasmus per l’appunto, mi sono detto che l’unico modo per rivivere, anche in maniera marginale, quell’esperienza era farne un documentario. Nicco, che non era riuscito a fare l’Erasmus durante i suoi 5 anni d’università, ha preso la palla al balzo e abbiamo lanciato il crowdfunding. Alla fine ci serviva uno staggista ed ecco come arriva Ale. Abbiamo selezionato gli studenti attraverso delle skypecall con chi si candidava spontaneamente via mail o Facebook. In qualche città è stato abbastanza duro, ma alla fine tra ESN e aiuti umanitari, ce l’abbiamo fatta!

N: Aggiungo solo che è il lavoro a cui teniamo di più in assoluto, perché, al momento, è il nostro primo film. Aspettando che qualcuno ci caschi e ci faccia produrre il film di Forse Cercavi.

A: Hanno dettotuttoloro. Aggiungo solo una marchettata: www.erasmus247.com.

Senza cambiare argomento: quando e come sarà possibile vedere il lavoro finito?

All’unisono: Speriamo molto presto. Aspettiamo una prima fase in cui il documentario ci auguriamo girerà per Festival. Dopo decideremo se metterlo gratuitamente online o chissà…

Per concludere, tra il videomaking e la scrittura, perché la vostra scelta ricade sempre su lavori considerabili artistici e cosa vi porta a preferire questi a mestieri più sicuri? Voglio di’, non potevate fare i giardinieri, siete allergici al polline?

S: Non preferisco questi lavori a mestieri più sicuri, anzi. Penso anche che i mestieri “sicuri” ormai non esistono più. Noi abbiamo semplicemente degli obiettivi che ci portano a perseverare in questo campo. Nessuno di noi vuole “per forza” fare questo mestiere. Anzi, se qualche meccanico in zona Marconi cerca uno stagista part-time io sto in fissa. I lavori manuali ti stancano le braccia e ti conservano la mente, e riesci a vivere con molta più serenità.  Tutta ‘sta manfrina pe’ di’: sì, sono allergico al polline e no, non me va de lavora’.

Per l’officinache mi cerca: stef@zerovideo.net.

N: Ci piace fare quello che facciamo al momento e abbiamo tutti lavorato intensamente per acquisire competenze e professionalità. Non siamo sicuramente arrivati da nessuna parte e la strada verso le cose che vogliamo fare è davvero lunga. Ma finché teniamo alto il morale e riusciamo a camparci continuiamo a fare questo. Abbiamo tutti fatto altri lavori. Io, prima di raggiungere Ste a Berlino, spillavo le birre a Londra dove Ale lavorava come consulente fino a pochissimi mesi fa. E da quando sono nato “coltivo” un pezzo di terra che il mio nonno ha nella mia amata Maremma. Se dovessi smettere di fare questo mestiere sarei comunque tranquillo perché lavorare non mi ha mai fatto paura e come dice il vecchio e saggio nonno di cui sopra: «di gente che coglie i pomodori c’è sempre bisogno».

A: Io mi tengo ancora in buoni rapporti con il mio ex boss nella società di consulenza in cui lavoravo fino all’anno scorso. Inoltre aggiorno continuamente il mio LinkedIn.

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