#ARTforshe 2 – Il cinema tra opere e interpreti

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cinema femminista

Věra Chytilová, Emma Stone (The Help) e Made in Dagenham

Il cinema è a mio parere l’arte che nella maniera più completa possibile permette a chi ne è autore di esprimersi. È una disciplina totalizzante, che comprende ovviamente la parte visiva, riuscendo a inglobare scultura, pittura e fotografia (e qui potremmo cominciare a stilare un elenco infinito di elementi: personaggi, luci, effetti speciali, composizioni, messa a fuoco…), ma che si completa anche col supporto del sonoro, dalle battute alla musica, e con quello inevitabile della sceneggiatura e – eccezioni a parte – dei dialoghi, che potrebbero essere paragonati ai balloon nel fumetto. A tutto questo si aggiunge la dinamicità delle riprese, in comune a quella di danza e teatro. Fatta questa premessa e di conseguenza palesata la potenza comunicativa del mezzo, è ovvio intuire quanto sia a dir poco esorbitante la quantità di film che hanno trattato la questione del femminismo e denunciato la disparità di genere (e non solo), essendo questa una delle tematiche sociali più dibattute di sempre.

Le donne hanno avuto un ruolo rilevante nell’industria cinematografica fin dai suoi esordi, pur passando spesso in secondo piano. Come ci ricorda un articolo su Bossy.it, tra il 1911 ed il 1925 la metà delle sceneggiature depositate sono opera di autrici, donne. Anche se all’inizio del secolo come oggi le registe rimangono in forte minoranza, è però nel successivo panorama avanguardista che queste trovano uno spazio di tutto rispetto. Un esempio su tutti è quello di Věra Chytilová e il suo Le margheritine. Un film surreale, che protesta contro il conformismo e l’alienazione che ne deriva, le cui protagoniste sono una coppia di giovani stanche del mondo e di chi lo popola. Delicato, nei toni come nei colori, è un indiscusso capolavoro, che indugia sui temi dell’affermazione dell’individualità e della femminilità sfacciata. Non a caso la scena finale, in cui la condotta delle ragazze subisce una svolta radicale volta all’ordine e al dovere, si conclude con la compressione – letterale e allegorica – delle due, metafora della soffocante concezione del dovere lavorativo dell’allora dominante partito comunista: protofemminista, di poco antecedente alla seconda ondata del movimento, influenza la rivoluzione definita Feminist Film Theory, che si pone lo scopo di analizzare la rappresentazione delle figure femminili sul grande schermo.

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Le flapper nel cinema moderno. A sinistra, Bérénice Bejo in The Artist (2011). A destra, Marion Cotillard in Midnight in Paris (2011).

Questa teorie critica non nasce solo dall’aumento delle donne addette ai lavori e dalla necessità del pubblico (prevalentemente femminile) di sentirsi correttamente rappresentato nelle pellicole, ma anche dal nuovo e rivoluzionario ruolo dei personaggi femminili nelle stesse, che riflettono i cambiamenti sociali sin dagli albori dell’arte cinematografica. Una delle categorie simbolo dell’emancipazione è quella delle flapper, estremo opposto della donna schiava di una cultura puritana e moralista. È una figura iconica, non solo per la società degli anni Venti ma anche per la moda. È una donna emancipata, che si diverte come e con gli uomini, desiderata e desiderosa. Ancora oggi questa figura ha eco nel cinema contemporaneo: basti pensare alla Marion Cottilard di Midnight in Paris o alla Bérénice Bejo di The Artist, ma soprattutto a Shug Avery, altro perfetto modello di flapper, nel film Il colore viola. La necessità di riscatto assume in questo caso una doppia valenza: non solo la showgirl riveste un ruolo non convenzionale e malvisto dalla società in quanto donna, ma anche in quanto persona di colore. Tratto dal romanzo di Alice Malsenior Walker, affronta argomenti come il matrimonio forzato, le molestie sessuali e il patriarcato. Le protagoniste femminili sono infatti due sorelle sessualmente abusate dal padre in diversi periodi. È anche il marito della maggiore delle due a tentare violenza sull’altra, fatto che rende particolarmente evidente lo smodato potere e la totale mancanza di considerazione verso la sensibilità e la sessualità delle donne, il cui ruolo è soprattutto quello di merce di scambio, piuttosto che di figlie e mogli o meglio persone, meritevoli per questo di rispetto e considerazione.

Emancipazione sessuale a braccetto con lotta di classe e antirazzismo

La pellicola di Spielberg non è il solo caso che dimostra quanto spesso femminismo e antirazzismo vadano di pari passo nel cinema. Ne è un esempio il recentissimo The Help, lavoro di Tate Taylor che è valso un premio Oscar a Octavia Spencer, interprete della sfacciata Minny, incentrato su Eugenia “Skeeter” Phelan: giornalista, scrittrice e figlia di una donna che la vorrebbe sposata, compie la coraggiosa scelta di sfidare la cultura razzista del Mississipi negli anni Sessanta. Il suo libro, infatti, raccoglie le testimonianze delle domestiche di colore, sfruttate e denigrate dalle padrone bianche, a cui sono perfino dedicati dei bagni esterni appositi. Il personaggio di Emma Stone riconosce però il fondamentale ruolo di queste donne nelle case della borghesia bianca e soprattutto ricorda con affetto l’afro-americana che la accudì fin da piccola, diventando il suo principale punto di riferimento e figura sostitutiva di quella materna. È sicuramente un esempio di femminismo la protagonista, che alle ambizioni sentimentali antepone la sua audace lotta sociale, in una pellicola che riesce a raccontare il dramma con un pizzico di comicità, senza che questa finisca per stridere con la serietà dei toni.

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La difesa dei diritti di tutti, in particolar modo delle categorie oppresse, è un pilastro portante anche nella pellicola del ’79 Norma Rae, che permette di introdurre una seconda figura simbolica nel mondo femminista: la working girl. Norma lavora in un’industria tessile, rivendica il diritto alla libertà sessuale e si batte a favore degli operai sottopagati. Madre e lavoratrice, ma anche amante, la protagonista della pellicola è una sindacalista che non accetta silenziosamente le violenze degli uomini, la possessività del padre e i soprusi in fabbrica e che non reputa il matrimonio un obiettivo necessario per qualunque donna rispettabile, ma una possibilità reciprocamente voluta. Ciò che rende questo film, se così si può dire, subdolamente femminista è che Norma non si batte in quanto donna ma operaia né i piatti lavati (anche) dal padre vengono mostrati come una conquista. Tutto è presentato come un elemento di normalità, un’utopica visione paritaria nell’ambito professionale e sociale, in cui sono i maschilisti e razzisti a essere contestati, fatto che per l’epoca, in cui ancora si cercava di metabolizzare la nuova ondata culturale, era assolutamente rivoluzionario. Il sindacato risulta essere un ottimo pretesto per affrontare il tema dell’uguaglianza, della parità di diritti.

Una delle più importanti prese di posizione storicamente ricordate sul piano professionale da parte delle donne è lo sciopero avvenuto nel 1968 di quasi duecento operaie Ford, addette alla cucitura dei sedili. Come raccontato nel film Made in Dagenham, quello delle manifestanti è un reparto tutto femminile, che hanno la più che giusta pretesa di ottenere uno stipendio che, a parità di competenze, equivalga a quello degli uomini. Questa protesta rappresenta una sfida contro i potenti, che non credono nella possibilità che le donne possano scioperare, a cui dimostreranno invece che l’intera produzione dipende da loro. Lo stupore dei dirigenti, infatti, ben dimostra la totale mancanza di credito dato alle donne. Per farli ricredere l’unico mezzo è ovviamente quello di scendere in strada innalzando striscioni di protesta richiedenti supporto, rispetto e uguaglianza, quelli che dalla stessa protagonista vengono definiti «diritti, non privilegi». Una piacevole commedia, con quel tanto che basta di sentimentalismo e di retroscena strappalacrime, che affronta il tema della parità professionale con incredibile leggerezza, scomodando Marx e la sua più che esplicita teoria secondo la quale «il progresso sociale si può misurare con esattezza dalla posizione sociale del bel sesso». La straordinarietà ideologica di questo film? Anche gli uomini si schierano contro lo sfruttamento delle donne e il sindacato maschilista, prova che non è necessario avere una coppia di cromosomi xx per essere a favore della parità.

A proposito di Marx, un titolo italiano che è doveroso segnalare è Vogliamo anche le rose, documentario del 2007 diretto da Alina Marazzi. Nel film, infatti, non solo vengono mostrati gli argomenti, gli sviluppi e le conquiste del movimento femminista italiano (come le leggi che hanno reso l’aborto legale e abolito la potestà maritale e il delitto d’onore), ma è forte anche il ruolo del comunismo, di quelle “compagne” rivoluzionarie che discutono di emancipazione e anche (purtroppo) di alcuni compagni, per cui la libertà di una donna è in realtà imposta e “sei una piccolo-borghese se non la dai via a tutti”. Il percorso del movimento femminista in Italia appare fortemente ostacolato da un potere clericale onnipresente e da una mentalità patriarcale diffusa soprattutto nel Sud. Significativo a questo proposito l’intervento di una donna siciliana, che pur appoggiando le lotte per l’emancipazione fortemente dibattute dall’opinione pubblica del Paese dice: “Da me comanda soltanto mio marito. […] Hanno ragione, per me! Ma per mio marito… Mio marito ha un’altra testa”.

Uomini femministi avanti e dietro la macchina da presa

tumblr_m13j1c7fFR1rnk8yfo1_500C’è un regista, però, che non aveva “un’altra testa”; un autore che ha fatto la storia e che ha sempre avuto la capacità di raccontare le donne con estrema realtà, spesso trattando esplicitamente il rapporto difficile tra queste e le aspettative che la società ripone nel ruolo femminile. Sto parlando di Igmar Bergman, che con Monica e il desiderio si fece precursore dell’idea di libertà sessuale. Cercherò di spiegare brevemente perché. La Harriet Andersson del film, presa durante l’inverno da una forte passione per Harry, decide di scappare con lui durante l’estate su un’isola, lontano dalla città. Quando però Monica si scoprirà in dolce attesa, i due saranno costretti a tornare indietro alla fine dell’estate, con l’idea di mettere su una numerosa e felice famiglia. Alla nascita della bambina, però, Monica si rende conto di essere incompatibile con il cliché della madre completamente dedita ai suoi figli, introiettato dalla sua esperienza familiare e dalla società. È celebre a questo proposito lo sguardo in macchina della Andersson (che si intrattiene con altri uomini con l’intenzione di consumare un tradimento) che sembra sfidare la moralità dello spettatore, fiero ma allo stesso tempo consapevole del giudizio che i più le rivolgeranno. Similmente gli stessi temi, con ancora più attenzione a quello della maternità, vengono proposti in Persona. In quello che potremmo definire un lungo “dialogo monopolizzato” (di seguito parzialmente riportato, ndr), in cui Alma si rivolge alla silente Elizabeth raccontandole la storia che il suo silenzio le aveva suggerito, vengono messe in evidenza le drammatiche conseguenze di una maternità non voluta. È forte il conflitto tra gli obblighi sociali e l’indole della persona, che rifiuta un desiderio banalmente considerato come innato, ma che necessita invece di una forte consapevolezza. Anche Alma nasconde dei segreti immorali: imprigionata in una sessualità castamente repressa e nella totale devozione al partner, l’infermiera ritrova un giorno la libertà grazie a un casuale incontro con due giovani su una spiaggia. Per i dettagli, vi lascio al film.

Accadde una sera a una festa, è vero? C’era frastuono e confusione. Verso le prime ore del mattino qualcuno della compagnia disse: «Elisabeth, il tuo campionario ora è quasi completo, come donna e come artista, ma ti manca la maternità». Tu ridesti perché la cosa ti sembrò ridicola. Ma poi ti accorgesti che quelle parole ti ossessionavano. La tua inquietudine aumentò. Finché ti decidesti ad avere un figlio. Volevi essere madre. Però quando rimanesti incinta, ne avesti paura. […] Di nascosto cercasti di interrompere la tua maternità. Ma senza riuscirci. Quando capisti che era inevitabile, cominciasti a odiare il bambino e a desiderare che egli nascesse morto. Tu desiderasti avere un figlio morto. […] Alla fine i parenti e un’infermiera si presero cura di tuo figlio e tu potesti lasciare la clinica e ritornare al teatro. Ma le sofferenze non erano terminate. Tuo figlio fu preso da un immenso e incomprensibile amore per te. Invece tu lo respingi disperatamente perché non sai ricambiare il suo amore. Eppure ci provi, tenti. Ma tutto si limita a dei rapporti goffi e crudeli tra te e tuo figlio. Non ci riesci, rimani fredda e indifferente. Ed egli ti ammira, ti guarda con tanta dolcezza e ti ama. Mentre tu vorresti che ti lasciasse in pace.

Non sono affatto pochi neppure gli attori – uomini – che si dichiarano apertamente femministi. Tra questi c’è Jospeh Gordon-Levitt, che nel video RE: Feminism affronta l’argomento dicendo che per lui “femminismo” significa che il proprio genere non può e non deve definire l’identità e il ruolo sociale della persona. Con grande onestà, l’attore ha anche criticato l’atteggiamento di un personaggio da lui stesso interpretato nel ben noto film 500 days of summer, etichettandolo come egoista e facendo notare che quello che in molti hanno visto come un eroe romantico non fa altro che proiettare tutti i suoi desideri sulla ragazza amata, ignorando il fatto che lei non ricambi realmente i suoi sentimenti. Insomma, qui si parla di rispetto reciproco ed erronee pretese, altro che nice guy e not all man. Pollice recto per Joseph.

Interpreti contro gli stereotipi

Photo by Darren Michaels

Photo by Darren Michaels

Oltre a Gordon-Levitt, sono tanti altri i personaggi di spicco dell’industria cinematografica che hanno abbracciato la causa. Ellen Page è una di loro. Sostenitrice della riforma di Obama, che concede alle donne la pillola contraccettiva cosiddetta “del giorno dopo” anche senza prescrizione, l’attrice si è sempre dimostrata molto coinvolta dall’argomento. Potete infatti essere certi che i suoi stessi ruoli non saranno mai legati alla visione stereotipata della donna insicura e innocente: basti pensare a Juno, in cui interpreta una ragazza alle prese con una gravidanza indesiderata che decide di dare il figlio in adozione, o Hard Candy, che la vede vestire i panni di una giovane tanto coraggiosa da adescare un pedofilo online e consumare la propria macabra vendetta sull’uomo. Come dimenticarla poi in Whip It, in cui Ellen cita Amelia Earhart a un concorso di bellezza alla domanda “Con chi ceneresti?” e inveisce contro sua madre chiedendole di «smetterla di cercare di ficcarmi in testa la tua psicotica idea del modello femminile degli anni ’50». Ai microfoni del The Guardian ammette infatti la sua ammirazione per la femminista radicale Shulamith Firestone e dice: «Non so perché la gente sia così riluttante nel definirsi femminista. Magari ad alcune donne semplicemente non importa, ma come potrebbe essere più ovvio che viviamo ancora in un mondo patriarcale se “femminismo” è considerata una parolaccia?». Fa anche notare che solo il 23% dei personaggi principali nel cinema sono donne, tema affrontato anche da Cate Blanchett nel suo discorso di premiazione per gli Oscar.

Ammetto di nutrire per quest’attrice un senso totale di devozione, non solo sul piano professionale. Ne ricordo il sagace rimprovero alle telecamere di E! sul red carpet dei SAG Awards, ree di far uso di carrellate che non tralasciavano alcun centimetro del suo corpo («Do you do that to the guys?», chiede la Blanchett al cameramen noncurante del dialogo con la giornalista), ma anche il già citato discorso tenuto al ritiro della prestigiosa statuetta, in cui sostiene il valore dei film aventi donne come protagoniste, tra cui ad esempio il suo stesso Blue Jasmine. Lei per prima è infatti interprete di icone femminili non convenzionali, forti e potenti, come potrebbe essere considerato il suo personaggio nel The Aviator di Scorsese, ma soprattutto Elizabeth, in cui interpreta la sovrana inglese della dinastia Tudor, tanto devota al suo popolo da definirsi sposata con esso e da prendere il nome di Virgin Queen. È inoltre storicamente noto – e perfettamente riportato nella sceneggiatura – che la regina fu riluttante ad abbracciare la fede cristiana e a imporla ai suoi sudditi. Questo fa di lei una figura assolutamente rivoluzionaria ed esprime a pieno la sua coscienza libertina e per questo anticonvenzionale.

«Mi prometti una cosa? Alla mia morte, farai il possibile per sostenere la fede cattolica. Non toglierai alla gente la consolazione della Beata Vergine.»
«Quando sarò regina, prometto di agire come mi detterà la mia coscienza.»

Insegnare l’uguaglianza sin da piccoli

mulan femminsmoOvviamente il cinema non è solo quello live action, ma anche d’animazione. Sempre di più sono le eroine che si discostano dalle classiche principesse salvate da tizi in calzamaglia su un cavallo bianco grazie a un bacio miracoloso, come se fossero dei defibrillatori ambulanti. L’icona assoluta di questi personaggi arriva da una pellicola risalente al ’98 firmata Disney, Mulan, a cui sono incredibilmente legata (vuoi perché mi viene affibbiata una presunta somiglianza fisica col personaggio o perché fin da piccola ho sempre intrattenuto la famiglia con riproposizioni improvvisate della famosa scena del taglio di capelli). Chiudendo la parentesi dedicata alla mia rimpianta infanzia felice e precocemente cinefila, quello che rende Mulan palesemente femminista è il fatto che, a dispetto delle aspettative iniziali, riuscirà a rendere onore alla sua famiglia non grazie al matrimonio e rilegandosi al ruolo di angelo del focolare, ma salvando la Cina. Fingendosi un uomo, la Fa entra nell’esercito e riesce a sventare l’attacco degli Unni mettendo al sicuro il Paese. A lei si affiancano altri intraprendenti personaggi figli dello studio di animazione più longevo al mondo, tra cui ricordiamo Merida in Brave, ma anche Jasmine in Aladdin, che rifiuta il matrimonio forzato.

Impossibile non affiancare a loro la famosa strega nata babbana della saga di Harry PotterHermione. Scaturita dalla penna di J. K. Rowling (anche di questa scrittrice avremo modo di parlare presto), la Granger è tra i protagonisti di una saga che ha segnato una generazione ed essendo prevalentemente destinata a un pubblico di giovane età rappresenta una figura esemplare di determinazione per qualunque ragazza. Nessun uomo che la salvi, nessun pericolo che la spaventi: la signorina Granger ha la risposta a ogni domanda e, se necessario, è pronta a prendere a cazzotti Malfoy e a saltare in groppa a un drago indomabile. La sua interprete sul grande schermo è Emma Watson, di cui mi sembra doveroso citare l’impegno come ambasciatrice di UN Women. È infatti portavoce della campagna #heforshe (a cui si ispira il titolo di questa rubrica) con cui la giovane britannica si è fatta promotrice della necessità di avere uomini e donne schierati gli uni accanto alle altre e ugualmente impegnati nella lotta contro la discriminazione di genere.

cinema femministaTornando all’animazione e all’Oriente, Hayao Miyazaki è senza dubbio un gran femminista. A sostenerlo non sono solo io, ma anche Toshio Suzuki, produttore dello Studio Ghibli. Un esempio che lo provi? In Porco Rosso Marco è inizialmente dubbioso del fatto che delle donne possano riparare il suo idrovolante e non si trattiene certo dall’esprimere le sue incertezze. Trovandosi di fronte al progetto – e poi al lavoro finito – sarà però costretto a cambiare idea e ad ammettere che il suo aereo non è mai andato meglio. Tutto grazie all’ingegnere capo-progettista della milanese Piccolo S.p.A., la giovanissima Fio. In più la ragazza riuscirà anche a convincere Porco a farla partire con lui, contro ogni codice morale di rispettabilità. Va ricordato anche che Fio non è la sola donna a lavorare nella ditta dello zio. In realtà, di uomini non ce ne sono affatto. Questo perché Porco Rosso è ambientato nell’Italia fascista, periodo in cui (come spiegato dal signor Piccolo) non c’era lavoro e gli uomini immigravano. Spettava dunque alle donne il compito di guadagnarsi da vivere nel proprio Paese e quello di… comprare qualcosa per i pronipoti!

I film e gli interpreti di cui parlare sono però molti altri, ve ne viene in mente qualcuno? Parlatene con noi nei commenti!

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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