Come insegnare L’arte della felicità: intervista ad Alessandro Rak

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l'arte della felicità

Viviamo una contemporaneità che continua a presentarci falsi problemi e che ci mette in guardia da peccati fittizi: la crisi economica, l’accettazione sociale, i doveri morali. Il vero dramma che ci affligge tutti, indistintamente, è però un alto e sembra inguaribile, geneticamente radicato nella collettività come un morbo di cui ancora non si conosce la cura: l’infelicità. Quello che Alessandro Rak fa con la sua opera è insegnare L’arte della felicità (senza improvvisarsi fattucchiere, ma mantenendo il ruolo di regista e illustratore) e il metodo che propone per ricercarla deve essere davvero valido, perché è stato acclamato a Venezia, Londra, Bruxelles e Buenos Aires. Funziona così bene che lasciarlo imprigionato nei 77 minuti della pellicola sarebbe stato quasi come costringerlo in una gabbia – com’è secondo uno dei personaggi il corpo per l’anima – e la tentazione di rendere la storia concreta nell’accezione più letterale del termine, tangibile e atemporale è stata fortissima. Diventa dunque graphic novel (o fumetto, che dir si voglia) e proprio a seguito di una presentazione del lavoro nella sua nuova forma abbiamo l’occasione di fare qualche domande a colui che ne è il creatore. Ecco come ci ha risposto.

È pratica comune ormai trarre film da fumetti, così facendo si aggiunge quella dinamicità che manca solitamente al disegno. Il percorso fatto con L’arte della felicità è stato inverso. Non ti sembra che con questa trasposizione l’opera originaria subisca una privazione?

Queste sono cose che si pensano quando si fanno certe operazioni: qualunque questa sia, c’è sempre un rischio. A fronte di che poi non si sa, l’intento è sempre quello di realizzare un oggetto e fare in modo che questo piaccia o possa avere un valore, significare qualcosa o avere una sua integrità. Nel caso di L’arte della felicità abbiamo potuto giocare con l’enorme quantità di immagini che abbiamo prodotto per il film – perché chiaramente per una pellicola, rispetto a un fumetto, se ne producono molte di più – ed è stato appassionante il fatto di dover scegliere quelle che più si prestavano alla narrazione fumettistica. Tante cose nel film si possono capire attraverso il movimento, invece nel fumetto la sua assenza ti obbliga a una regia di tipo completamente diverso. Proprio per via di queste differenze “tecniche” registiche, il prodotto subisce già una trasformazione, una dimensione nuova: quella di potersi spostare a proprio piacimento avanti e indietro all’interno della lettura, come anche di fissarsi su un’immagine e fruirne con un tempo proprio. Il fumetto ha quindi assunto una sembianza propria, una qualità intrinseca che è indipendente dal film.

Quindi credi che l’opera sia valorizzata di più dalla dinamicità dell’animazione o dalla staticità del fumetto?

Onestamente non credo sia possibile metterli in relazione, l’unico momento in cui è stato necessario farlo è stato chiaramente quello in cui ho avuto la necessità di capire quale sarebbe stato il modo migliore per operare la trasposizione. Quando abbiamo lavorato al fumetto, abbiamo lavorato solo a questo, non c’era più il pensiero del film. Rimangono invariate le sensazioni, ma anche queste vengono distillate in maniera diversa o nuova nel caso della graphic novel. Ogni avventura in sé ha il suo compimento indipendente.

l'arte della felicità

L’animazione in Italia è quantitativamente poco proficua e vanta pochi autori d’eccellenza, come Enzo D’Alò. Il fatto che L’arte della felicità sia approdato a Venezia e abbia ricevuto diversi premi a livello internazionale può essere considerato un riscatto per il genere?

Personalmente credo che in Italia ci sia un principio troppo “salvifico”, per cui le persone si devono liberare da qualcosa, riscattare, come se provenissimo sempre da una condizione di disastro. Penso semplicemente che si possano fare delle cose di qualità, anche a low budget, che aspettiamo a farle? Non c’è altro da aggiungere.

Al David di Donatello ‘A Malìa è stata nominata come Miglior canzone originale. Un riconoscimento che non solo valorizza la pellicola in sé, ma che definisce il ruolo di primaria importanza giocato dalla musica nella storia.

Il bello del cinema è proprio che puoi metterci tutto dentro. Ci riversi gran parte delle esperienze sensoriali possibili e questo è uno dei motivi per cui il cinema mi appassiona anche da spettatore. La musica nel film è stata fondamentale soprattutto come tessuto connettivo, nel senso che i musicisti stessi sono stati fondamentali. Le persone che hanno lavorato a questo film sono tutte giovani e hanno prestato contributo reciproco al lavoro gli uni degli altri. Questo lavoro è stato la prova che si può collaborare anche tra ambiti e settori completamente diversi. Il fatto di poter fare la mia playlist è stato fantastico, considerando quanto sono numerosi gli autori nella scena musicale emergente partenopea.

Dunque: una colonna sonora candidata al David di Donatello in dialetto e una città – quella partenopea – che non si limita a fare da sfondo, ma che è parte imprescindibile della storia. Quanto è presente la necessità di raccontare Napoli in quest’opera?

La necessità non è tanto quella di raccontare una Napoli generica, vista dall’esterno, ma di raccontare la propria città. Noi siamo di Napoli, di conseguenza l’ambientazione è quella, ma non c’è nessuna voglia di trasformarla nella città fondamentale in cui localizzare questa storia, è più che altro la voglia di trasformare quella che è una città diversa da tante altre in un ambiente in cui il racconto possa emergere perché è quello in cui il lavoro è stato fatto. La città ti restituisce tanto nella misura in cui conserva i tuoi segreti, più di quanti ne conosca tu stesso, e ogni persona che lavorando sceglie la propria città come ambientazione ha una cultura enorme del luogo in cui vive che non è possibile nemmeno stimare. Sono tutti punti di forza che potevamo giocare e lo abbiamo fatto.

Quindi in realtà non avrebbe avuto senso ambientare la storia in un’altra città.

Avrebbe avuto senso eccome se fossimo nati in un’altra città.

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La prefazione della graphic novel è curata da Roberto Saviano, che nonostante tutto prova per Napoli un amore incondizionato. Perché scegliere lui per questa introduzione?

Roberto Saviano mi risulta essere – pur non conoscendolo approfonditamente – un appassionato di fumetti, ne pubblicai uno tanti anni prima con la Grifo Edizioni che ebbe una sua recensione. Al tempo non era così noto com’è adesso e dopo questa sua critica appassionata ebbi anche modo di conoscerlo e mi fece pensare che fosse una persona avente una cultura e una passione evidente in materia di fumetto. Anche quando uscì L’arte della felicità Roberto scrisse una recensione entusiastica che servì molto al percorso del film, mettendolo ulteriormente in risalto nel panorama cinematografico. Sembrava la persona più giusta per commentare il lavoro anche nella sua versione a fumetti. Quando gli è stato proposto ha accettato subito volentieri.

Paolo Mereghetti paragona i disegni della vostra pellicola a quelli di Valzer con Bashir. È un’ispirazione voluta? 

No. È un paragone che fa Mereghetti da cinefilo, affiancando due produzioni simili. Sono entrambi film per adulti a cartone animato e l’associazione è stata per lui immediata. Senza nulla togliere a Mereghetti, non so quanto sia esperto di fumetto, però sicuramente si riconosce una somiglianza tra le due opere: quella di essere prodotti realistici e quindi destinati a un pubblico adulto, per come si impongono visivamente. In sé non c’è grande ispirazione, anzi: non figura tra le nostre influenze, mie come degli altri partecipanti ai lavori.

«Un pensiero felice vale come un pensiero triste. La tristezza te la danno per poco, ma pure la felicità non costa nulla. Allora, tu che scegli?»

Io scelgo la tristezza (ride, ndr). Che dire, penso che la domanda in sé sia la risposta: è un invito a tenere presente questo quesito, ad avere la lucidità mentale di porselo anche quando si è coinvolti in un momento che sembra non dare spazio alla felicità, subendolo senza pensare che questo si possa vivere tenendo conto anche della propria decisione.

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