Godard, ti voglio bene! 2 – Godard e le donne

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godard donne

Moi, je crois qu’on est toujours responsable de ce qu’on fait, et libre. Je lève la main, je suis responsable. Je tourne la tete à droit, je suis responsable. Je suis malheureuse, je suis responsable. Je fume une cigarette, je suis responsable. Je ferme mes yeux, je suis responsable. J’oublie que je suis responsable, mais je le suis… Après tout, tout est bon: il n’y a qu’à s’intéresser aux choses et les trouver belles. Un message, c’est un message; une assiette, c’est une assiette; les hommes sont les hommes, et la vie c’est la vie.

Una delle sequenze più forti del Godard del primo periodo: Anna Karina, con un viso angelico, guarda in camera e si dichiara responsabile di ogni propria azione. Siamo nel ’62, la rivoluzione sessuale è alle porte e Nana vuole decidere della propria vita, vuole essere responsabile! Quasi un grido di libertà di una giovane donna che desidera più di ogni altra cosa essere protagonista attiva e utilizza ogni mezzo per farlo, anche la prostituzione.

È un tema frequente nella poetica godardiana quello della vendita del corpo e lo stesso ha più volte dichiarato di guardare alla prostituzione come una delle migliori metafore per rappresentare la società dei consumi. E infatti in 2 ou 3 choses que je sais d’elle che la telecamera pedina nell’arco delle 24 ore Juliette, che occasionalmente si prostituisce per comprare beni che altrimenti non potrebbe permettersi. È sposata, ha due figli e sembra che la sua vita al di fuori di quella domestica rappresenti una sorta d’evasione.

godard donneSi è detto che il personaggio di Madame Bovary in realtà fosse un uomo, nel senso che Flaubert aveva dato ad Emma Bovary tutte le caratteristiche che sono prettamente maschili, creando quindi – per l’800 – una femminilità che non si conosceva. Ebbene, credo che la femmina dei film di Godard abbia proprio queste stesse caratteristiche: non importa che sia impegnata, istruita, borghese, povera, sola; ella parla, pensa, si esprime su ogni cosa e ci tiene fortemente a dare il proprio parere, la propria visione. Se in Pierrot le Fou un’annoiata Marianne, quando viene accusata dal compagno di non avere idee ma solo sentimenti, non ha esitazione nel ribattere che i sentimenti sono fatti di idee, così in Vivre sa vie, quando Nana conversa al bar con Brice Parain, filosofo del linguaggio, esprimendo le proprie emozioni, viene fuori una conversazione nella quale la differenza sociale dei due interlocutori viene completamente assottigliata dalla genuinità e allo stesso tempo profondità dell’obiezione della giovane donna.

Non solo nei rapporti umani, la femmina godardiana è anche impegnata politicamente e come non si può prendere ad esempio La Chinoise, nel quale Veronique è capo di una cellula terroristica di stampo maoista. Qui la stessa donna è anche l’azione: incaricata dell’assassinio del Ministro della Cultura dell’Unione Sovietica, non si lascia condizionare nemmeno dall’errore che la porta a uccidere l’uomo sbagliato e porta a compimento l’attentato.

godard donneGuardando a un cinema diverso, nel quale la figura della donna però ha un ruolo comunque centrale, viene subito in mente Antonioni e la sua tetralogia sulla nevrosi: L’Avventura, La Notte, L’Eclisse ed infine Il Deserto Rosso. È qui Monica Vitti la musa ispiratrice del regista ferrarese che però, a differenza di Godard, mostra una donna schiacciata dal conservatorismo borghese della società in cui vive. In alcuni di questi film è quasi una gabbia d’oro nella quale la donna viene costretta a sopravvivere. Un appiattimento creativo che conforma la protagonista all’ambiente circostante.

Sicuramente è una figura più psicologica, introspettiva e riflessiva rispetto a quella del cineasta francese che invece vuole mostrare un tipo di donna che anche nell’impegno politico vuol mostrare una certa leggerezza, che preferisce lasciarsi guidare dalle passioni e dai sentimenti liberandosi dalle congetture della società che per millenni hanno attanagliato la figura della donna e che in Antonioni vediamo riversarsi interamente nella fragile psiche delle stesse protagoniste.

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Jean-Claude Brialy e Anna Karina in Une femme est une femme

Se volessimo attenerci alla definizione schopenaueriana del genere femminile della specie umana, il filosofo tedesco divide etimologicamente “femmina” e “donna” e a quest’ultima fa corrispondere lo status di moglie. Non tanto lo status ci interessa ma quello che discende da questo sotto forma di sovrastrutture e alienazione degli istinti. E allora potremmo, seguendo questa definizione, chiamare “donne” le protagoniste dei film di Antonioni e “femmine” quelle di Godard.

Tra i due autori non azzarderei mai a esprimere un giudizio a favore di uno a scapito dell’altro, ma sicuramente la visione della femmina godardiana mi affascina maggiormente e non posso che concludere con una citazione di un suo film che, guarda caso, si chiama proprio Une femme est une femme e nella scena finale Jean-Claude Brialy accusa la propria compagna di essere infame e lei (Anna Karina) con un sguardo malizioso alla telecamera risponde: «Je ne suis pas infâme, je suis une femme».

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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