Ida, il film che ha sbaragliato la concorrenza agli EFA

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Ha letteralmente sbaragliato la concorrenza agli European Film Awards. Dopo aver trionfato per regia, sceneggiatura e fotografia, è stato anche selezionato come la pellicola preferita dal pubblico e il miglior film europeo. Girato in bianco e nero, riesce a far convivere l’ispirazione neorealista con la sperimentalità antiaccademica di molte inquadrature. È diretto dal regista polacco Pawel Pawlikowski ed è tra i nominati al Golden Globe come miglior film straniero. Stiamo parlando di Ida.

Quella a cui ci stiamo riferendo è una pellicola di contrasti: come già accennato, la regia – che spesso sfida le regole tenendosi in bilico tra sperimentazione e scorrettezza (senza però mai cadere in errore) – stride con l’atmosfera creata dal bianco e nero, che insieme alla sceneggiatura trasporta lo spettatore nel pieno degli anni Sessanta. La ricerca non è però solo artistica: a questa si affianca la vera e propria scoperta del passato di Ida e del destino della sua famiglia, che gradualmente si ricompone. Alla stessa regia è imputabile la scelta di contrapporre l’ultima inquadratura, fortemente instabile e incerta come emotivamente appare il personaggio ripreso, alla fissità che ha caratterizzato l’intera opera. Inoltre, la forte religiosità della protagonista si confronta con l’amoralità dei costumi e dei trascorsi professionali della zia Wanda, che è costretta a incontrare prima di prendere i voti in quanto sua unica parente.

idaÈ proprio la zia a offrirle il proprio aiuto per ritrovare i resti dei suoi genitori, ebrei e senza sepoltura, pur dimostrando all’inizio poche speranze, o meglio, poca fede. Quando Ida si dimostra determinata a intraprendere la ricerca, lei infatti replica: «E che accadrà se andrai lì e scoprirai che Dio non esiste?». Wanda è la tentatrice, che cerca di coinvolgerla nella sua impurità. Una lascivia che rimane comunque relativa e che è umano bisogno e tentazione. Nasconde dietro la sua severità un latente istinto di protezione verso la nipote. La sua tutela non va però intesa nel senso più convenzionale del termine: quello che tenta di fare è invogliare Ida a vivere libera dai dettami religiosi o almeno a provare il divertimento spensierato prima di scegliere a priori la rigida vita monasteriale. Non ne contesta la fede, ma le modalità in cui questa viene esternata. Le ricorda che al suo Gesù «piaceva la gente come me, come Maria Maddalena» e che «non stava in una caverna con i libri, usciva tra la gente». La protagonista rimane però spesso spettatrice passiva dell’indagine e filtra le brutture del mondo attraverso il suo sguardo innocente, come «vetro colorato vicino a sterco di vacca».

Contro le aspettative, non è un film lento, ma caratterizzato da tempi estremamente reali, in cui non si escludono silenzi, imbarazzi e contemplazioni, fatto al di là del quale la pellicola riesce comunque a non annoiare. Molte inquadrature vantano composizioni dettate dal mero estetismo, che però non verte su una vacua pomposità ma, al contrario, trasmette un evidente senso di studio e attenta elaborazione. Ne sono esempio le ampie oggettive focalizzate sui soggetti in movimento, che lasciano allo spettatore la facoltà di ammirare i paesaggi invernali, le architetture o le rurali abitazioni che caratterizzano gli sfondi di diverse scene. Non sono però le ambientazioni ad attirare maggiormente l’attenzione: gli occhi scurissimi della protagonista sono il punto focale di ogni inquadratura e catturano con eccezionale intensità anche a dispetto della fotografia in bianco e nero. Profondi, torbidi, al di sopra di ogni coinvolgimento come colei che ne è posseditrice.

idaPuò suonare strano per chi non ha visto il film, ma un ruolo fondamentale è rivestito dai capelli di Ida. Le hanno permesso di avere salva la vita – perché rossi e dunque non scuri come quelli tipici degli ebrei – ed è scoprendoli che la ragazza sancisce il suo primo contatto con il mondo dei comuni peccatori, è ammirando il disfacimento dell’acconciatura che tiene legata la lunga chioma sotto il velo che dimostra la sua curiosità nei confronti di una vita non regolata dagli abiti che indossa.

Le due donne su cui la pellicola si incentra compiono una ricerca che ha come oggetto non solo le loro origini, ma anche e soprattutto il loro destino. Ida finirà per dimostrarsi tentennante rispetto la monacazione e Wanda abbandonerà definitivamente un presente troppo incerto con l’austerità e la fermezza tipica del personaggio. La libertà è il vero obiettivo comune alle protagoniste e le radici sono il punto di partenza finalizzato a ottenerla.

Ida è l’introspettiva analisi psicologica di due personaggi agli antipodi, di due donne che mostrano i diversi modi di vivere la femminilità e la moralità che pretende di definirla, senza condannare o privilegiare l’uno o l’altro. Alla sceneggiatura, perfettamente inserita nel contesto storico, fanno da contorno i riferimenti politici e la colonna sonora all’insegna dell’eleganza, in cui dominano in assoluto le sonorità jazz. Stupisce che un film del genere, severo e crudamente realistico, sia stato premiato dal pubblico degli EFA. Quella che sembra essere una produzione di nicchia, destinata a nostalgici e inguaribili cinefili, conquista anche la grande platea europea, da cui ci si sarebbe aspettati una scelta più mainstream (e di competitors riconducibili a questa definizione ce n’erano). Una speranza per il cinema moderno?

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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