Irene Facheris, artista senza confini (se non una linea gialla)

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irene facheris

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Musicista, psicologa, videomaker e scrittrice, Irene Facheris è un’artista a 360°. Cantautrice e femminista, è una delle fondatrici di Bossy.it e ha da poco realizzato il suo primo album, Allontanarsi dalla linea giallaAbbiamo cercato di scoprirla al meglio sfiorando tutti i campi in cui è possibile ritrovare la sua creatività, il suo impegno e la sua vena artistica.

Musicista, psicologa e videomaker. Come concili le tue diverse identità in funzione della tua produzione artistica?

Non sento la necessità di conciliare, anzi, sono contenta che le mie competenze si mischino. Quando edito un video cerco di farlo seguendo il ritmo della canzone che ho scelto, quando sono in un’aula di formazione utilizzo dei video per far sì che i concetti passino più facilmente e quando scrivo un brano scelgo parole che mi aiutino a prendere più coscienza di ciò che sto raccontando, provo a contattarmi e ad ascoltarmi.

In più ti dedichi anche alla poesia, parlaci di Hurting Poets, libro e blog.

Hurtingpoets è nato come blog nel 2007, quando ero convinta (e in parte lo sono ancora) di saper scrivere bene solo di cose brutte. Ho conosciuto dei personaggini che hanno fatto sì che anno dopo anno io continuassi ad accumulare scritti, ma è stato un bene, l’ho detto anche nei ringraziamenti del mio libro. A un certo punto ho sentito proprio la necessità di toccare fisicamente quello che era stato il mio dolore, vedere che ero riuscita a trasformarlo in qualcosa di bello, di positivo, di generativo. Così ho deciso di stampare Hurtingpoets. Mi spiace molto non aver potuto fare la stessa cosa con il mio album. È vero, è uscito, ma non esiste in forma fisica e ne sento un po’ la mancanza. D’altra parte, era un costo che non avrei potuto sostenere.

Sul tuo canale YouTube curi una serie di video dedicata alla musica, #DoReCIM. I criteri seguiti per approcciarsi criticamente all’operato degli altri e quelli per decidere delle sorti del proprio lavoro sono differenti?

Bella domanda. No, credo in fondo siano gli stessi, solo meno palesi. Un brano per piacermi deve essere orecchiabile oppure deve essere molto particolare e non seguire nessuna regola. In seconda battuta ci sono i testi. Per la mia musica vale la stessa cosa, penso a brani come Tre giorni a Milano o L’inverno, che rimangono in testa, oppure Ciclicamente torna, che volutamente non ha ritornello. E non ho mai scritto qualcosa solo perché “faceva rima”. Proprio perché arrivo dalla poesia, sono molto precisa e puntigliosa quando si tratta dei miei testi. Voglio scrivere cose che per certo potrei cantare anche fra dieci anni senza sentirmi fuori luogo. Forse l’unica canzone che non passa questo test è Gemito, ma sono contenta di aver avuto il coraggio di scriverla. È stata una delle più terapeutiche, per me.

Nell’album sono contenute due cover completamente rivisitate. Quali sono gli elementi che una canzone deve avere perché tu possa considerarla adatta a te?

Anzitutto deve poter essere nelle mie corde, letteralmente. Non amo alzare le basi, mi sembra sempre di stravolgere troppo la canzone. E poi deve dirmi qualcosa, deve ricordarmi un momento. Devo potermi emozionare cantandola.

irene facheris

Sei influenzata in qualche modo dalla scena shoegaze/dream pop?

Sono due macro generi che ascolto, sì, ma non credo di fare musica che possa avere quell’etichetta. Anche perché non la so proprio fare. Sono pezzi che magari mi piace ascoltare ma che non mi divertono e io sotto questo punto di vista avrò per sempre cinque anni, se una cosa non mi diverte non la faccio. Vale anche per il lavoro (finché si può).

Dai molta importanza alle parole non solo in quanto autrice ma anche da ascoltatrice. Quanto la qualità del testo influisce sul giudizio che dai di una canzone?

Una canzone può anche avere il ritornello più “catchy” del mondo, ma se dice “the pen is on the table”, dopo un po’ mi annoia e smetto di cantarla. Di contro, una canzone che non mi piace musicalmente può diventare una delle mie preferite se il testo è in grado di colpirmi.

Sei una delle fondatrici di Bossy.it e in uno dei tuoi articoli parli di Hard out here di Lily Allen (lo abbiamo fatto anche noi nel primo capitolo di #ARTforshe, ndr). Credi nella musica come strumento di comunicazione sociale?

Ci credo e ci spero. Quando sento Beyoncé che cita Chimamanda Ngozi Adiche, penso che allora forse ce la possiamo ancora fare. Credo che il femminismo sia andato molto di moda quest’anno e che la musica abbia portato la gente a parlarne ancora di più. Bene così, il femminismo deve uscire dalle orecchie, deve diventare qualcosa di ordinario, di quotidiano. La gente pensa che il femminismo sia il contrario del maschilismo, rendiamoci conto. È dovere di tutti far passare certi concetti e credo che la musica abbia un potere enorme e un bacino di pubblico troppo ampio per non sfruttare la cosa.

A questo proposito, a canzoni che esprimono una sana voglia di cambiamento se ne affiancano troppo spesso altre che invece riflettono i più urgenti problemi radicati nella collettività. Da femminista, come spieghi il successo di brani come, ad esempio, Blurred Lines?

Come spiego anche un tizio che scrive su Facebook “troia sei morta” dopo aver ammazzato la compagna e riceve più di 200 like: gli idioti esistono. Poi l’inglese non ci aiuta. Quanti ascoltano una canzone e vanno a leggersi il testo (e, nel caso, la traduzione)? È facile farsi acchiappare dalla melodia e dal ritmo, ma poi finisci per cantare cose assurde e nemmeno te ne accorgi. Quindi c’è chi non sa cosa stia dicendo il cantante, dunque rientra nel campo dell’ignoranza («ignorante nel senso che ignora», direbbero Aldo Giovanni e Giacomo) e c’è chi ha capito benissimo il messaggio ma, semplicemente, se ne frega. Non pensa che anche la musica sia un luogo di educazione e questo è molto triste, oltre che pericoloso.

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Attualità, cultura e confronto. Parte del discorso vuole rappresentare ogni lettore e renderlo partecipe al dibattito.

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