#ARTforshe 3 – Non sono femminista, è che mi disegnano così

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Copertine e tavole di fumetti citati di seguito

Parlando della nobile e spesso sottovalutata arte del fumetto, la prima casa editrice a cui si tende a pensare è la Marvel. Più generalmente, la si associa immediatamente ai supereroi: da un evergreen della DC Comics come Superman ai recentemente rivisitati sul grande schermo Avengers. Toglietevi però subito dalla mente l’idea che il fumetto sia solo questo e sbarazzatevi del modello di lettore tipo del genere in stile “Comic Book Guy” dei Simpson, irrimediabilmente distante dal mondo concreto. Certo, è un’arte ha il pregio di creare anche questo, un universo a parte in cui è un piacere farsi trasportare, ma bisogna precisare che non è solo dalla galassia degli eroi in tute succinte che questo è formato e che la lettura dei libri illustrati non è sinonimo incontrovertibile di disimpegno. Il fumetto si afferma sempre più come un vero e proprio genere letterario (non a caso il disegnatore Gipi figura tra i candidati al Premio Strega) e offre una vastissima gamma di scelta, sia per quanto riguarda gli stili di disegno che le storie e i soggetti. Insomma, in molti casi non ha nulla da invidiare ai romanzi e diventa il manifesto di pensieri e culture contemporanee all’opera. Anche qui è infatti possibile trovare tantissimi modelli anti-stereotipati di femminilità. Partiamo proprio dall’eroina del fumetto per eccellenza: Wonder Woman.

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Illustrazione di Harry G. Peter in Why 100,000 Americans Read Comics

Rappresenta una delle più celebri icone femministe, ma pochi conoscono l’infinito universo che si cela dietro la sua creazione. La docente della Harvard Jill Lepore ha per questo pensato di dedicarle un libro dai titolo The secret history of Wonder Woman, che ne racconta i retroscena più stupefacenti. Pare infatti essere ispirata a Margaret Sanger, attivista americana per il movimento sul controllo delle nascite, il cui lavoro ha contribuito alla legalizzazione della contraccezione negli Stati Uniti. Apre con la sorella Ethel Byrne la prima clinica abortiva degli Stati Uniti, a Brooklyn, ponendo le fondamenta di quella che sarebbe diventata l’International Planned Parenthood Federation. La donna è non a caso una familiare di William Moulton Marston, creatore del fumetto e particolarmente interessato al movimento per il suffragio femminile. Si laurea in legge ad Harvard, dove non sono ammesse donne e l’intervento della militante Emmeline Pankhurst viene vietato («Il più ignorante degli uomini, che non sa nulla dei bisogni delle donne, si crede il legislatore più competente solo perché uomo», replica l’attivista in un discorso). La descrizione appena fatta non coincide sicuramente con quella di Marston, che nel 1915 sposa la femminista Elizabeth Holloway e si interessa particolarmente allo studio della sfera emotiva. A lui è attribuita l’invenzione della macchina della verità, che spiega perché l’eroina porti con sé un lazzo che impedisce a chiunque sia legato di mentire. Dopo aver condotto un esperimento secondo il quale le donne sarebbero «più attente, coscienziose e imparziali rispetto a tutti i testimoni dei membri maschili della giuria», Martson viene licenziato dalla American University. È nel 1925 che si risposa con Olive Byrne, nipote di Margaret Sanger, e che le vite del fumettista e della femminista si incontrano. La neo-moglie lo inizia a una confraternita, in cui le matricole vengono costrette a superare diverse prove arrivando in una stanza dopo aver camminato bendate e legate (fatto che pare averlo ispirato al ricorrente uso che fa Wonder Woman del bondage). Lo stesso Martson è autore di un articolo intitolato Why 100,000 Americans Read Comics, nella cui impaginazione compare un disegno di Harry G. Peter che vede l’eroina spezzare le catene del pregiudizio e della supremazia maschile, un tipo di iconografia particolarmente ricorrente quanto si parla di suffragette. Wonder Woman è un personaggio dominante (e definirlo tale sembra quasi riduttivo), la prima donna a entrare nella Justice Society, che incontra non poche difficoltà: la censura, nel 1942, della National Organization for Decent Litterature e il licenziamento di un membro del comitato editoriale della DC Comics. Difatti la Wonder Woman degli anni Cinquanta, quella post-Marston dell’antifemminista Robert Kanigher, subisce una radicale inversione di rotta che non rende affatto giustizia al personaggio autentico e che il capostipite del fumetto (lo stesso infuriatosi vedendo l’eroina rilegata al ruolo di segretaria della Justice Society e che tramite i balloon esprime il suo appoggio per il Women’s Army Corps) non avrebbe mai permesso.

In quale delle due versioni credete che rivedremo l’eroina nel film Batman v Superman? Ai microfoni di Wired.it, Jill Lepore non si dimostra molto ottimista e ne prevede la bocciatura al Bechdel test, che prende il nome dalla fumettista Alison Bechdel. È infatti lei l’autrice di Dykes to Watch Out For, serie che racconta la vita di un gruppo di personaggi, perlopiù lesbiche, intervallando alla semplice narrativa momenti di irriverente satira politica e di costume. In una delle più note strisce del fumetto si gettano le basi di quello che è poi diventato il test sopracitato, che giudica il ruolo dei personaggi femminili nel cinema (e non solo). Come spiega anche una delle protagoniste delle vignette, per essere promossi è fondamentale la presenza di almeno due personaggi femminili, coinvolti in un dialogo tra loro riguardo qualcosa che non siano gli uomini. Piuttosto restrittivo, ma particolarmente utile per definire la valenza data alle donne non tanto nelle singole opere giudicate (incentrare un film esclusivamente su un personaggio maschile non è sessismo, ma non permetterebbe di passare il test), quanto invece nella maggioranza di quelle rivolte al grande pubblico. Fortunatamente sono sempre di più i film che riescono a superare l’esame, come potete notare anche dal precedente articolo della serie, indice della diffusione di protagoniste femminili dal ruolo sempre meno marginale. Sono criteri applicati solitamente al cinema, questo è vero, ma che nascono grazie a un fumetto che non è solo femminista, ma anche gay-friendly. In più, questo test è definito da James Lowder come «il principio secondo il quale la critica femminista giudica televisione, cinema, letteratura e altri media».

Il test Bechdel in Dykes to Watch Out For

Stando a bechdeltest.com, sapete quale film ispirato a un’opera edita dalla Marvel è giudicato idoneo secondo questi criteri? Kick-Ass 2, ultimo capitolo cinematografico tratto dall’omonima serie di fumetti. Probabilmente vi starete chiedendo cos’ha di femminista. Esatto, proprio niente, però è nel prodotto di Mark Millar e John Romita Jr. che riveste un ruolo fondamentale il personaggio di Hit-Girl: ha solo undici anni ed è abilissima nel combattimento e nell’uso delle armi da fuoco grazie all’intenso addestramento di Big Daddy. È forte, determinata e indipendente, sicuramente il più carismatico tra i protagonisti della serie, a cui non a caso sono dedicati dei volumi spin-off. Non si arrende di fronte a nessuna avversità e SPOILER anche la morte del padre diventa per lei motivo di riscatto. È incredibile come una persona così giovane possa dimostrarsi tanto perseverante e coraggiosa, specialmente se contro ogni cliché questa è una ragazza. Non lotta solo contro i criminali, ma anche contro gli stereotipi. Ruba decisamente la scena.

Un precursore della battaglia contro le consuetudini morali è Charles Schulz. Nei suoi Peanuts, ambientati negli anni Cinquanta, non ci sono adulti: in un’America dominata dalle idee puritane che rendono prassi la discriminazione di genere, questo mondo infantile è ugualmente guidato da bambini e bambine e ribalta completamente i luoghi comuni. Quelle del fumetto sono le donne che avrebbero poi guidato la seconda ondata femminista: Lucy, che domina sui compagni, è sentimentalmente intraprendente e fa spesso riferimento esplicito al femminismo (o, per estremizzazione, alla dominazione femminile), Patty, leader incontrastata e carismatica in ogni sport, e Marcie, la sua migliore amica, che si rivolge spesso a lei con un Sir. Contrariamente, Charlie Brown e Linus sono emotivi, estroversi, l’uno spesso impegnato nei flussi di coscienza caratteristici del personaggio e l’altro perennemente legato alla sua coperta, la sua certezza e solidità contro le intemperie del mondo esterno. Questi nuovi ruoli ridefiniscono completamente ciò che il pubblico è stato abituato a vedere: uomini forti e donne sensibili. Sono loro i futuri adulti destinati a ribaltare l’opprimente situazione vissuta dalle precedenti generazioni. Le strisce di Schulz riescono ad andare oltre l’intrattenimento per un pubblico di tutte le età, diventando anche un’educativa e genuina satira sociale, il tutto strappando spesso un sorriso.

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Come potete notare, due dei fumetti più influenzati dal femminismo e dalla parità di genere, Wonder Woman e i Peanuts, sono opera di uomini. Sono loro, infatti, a dominare in questo mercato e anche nella scena indipendente non va molto meglio. Si parla addirittura di una diffusa misoginia all’interno del settore editoriale in considerazione. Questo spinge la disegnatrice Trina Robinson a fondare un collettivo tutto al femminile, da cui nasce It Ain’t Me Babe. Si tratta di un volume auto-conclusivo, dalle cui ceneri nel 1972 sorge Wimmen’s Comix, una serie che continuerà a essere pubblicata per vent’anni, in cui le autrici si concentrano prevalentemente sul mondo femminile. Nel volume d’esordio della serie è proprio Trina a pubblicare il primo racconto in assoluto, nella storia del fumetto, basato su una donna apertamente lesbica. Tra i temi principali affrontati dall’opera non figura solo il sessismo, ma anche l’aborto, la sessualità e la politica. Lee Marrs, una delle creatrici del fumetto, dichiara che in realtà il loro lavoro non è confinato al femminismo e che non c’è nessuna restrizione riguardo i temi: «L’intento era lasciar fare a tutte ciò che faceva incazzare gli altri. Volevamo mostrare la vera essenza delle donne». Inoltre Sharon Rudahl, una delle collaboratrici, è autrice di una biografia illustrata incentrata sulla vita di Emma Goldman, anarchica femminista russa che si batté, come la Sanger, per il controllo delle nascite e la contraccezione, oltre che ovviamente per l’emancipazione femminile.

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Dal gruppo di fumettiste emergono anche Joyce Farmer Lyn Chevely, autrici di Abortion Eve, un unico volume incentrato sul diritto all’aborto. È un’opera caratterizzata da un palese sarcasmo e da una scanzonata ironia, che rappresenta una vera e propria guida alla prevenzione delle gravidanze indesiderate e all’educazione sessuale: le donne qui ritratte discutono non solo sul loro diritto all’interruzione della maternità, ma anche sul perché una donna potrebbe non desiderarla, inveendo contro chierici («Quei vecchi uomini che fanno le regole e non hanno mai cresciuto un bambino» o ancora «Ho l’impressione che le regole della Chiesa non tengano conto del fatto che le donne sono persone») e aspettative sociali, spiegando nei dettagli la prassi medica seguita per affrontare l’intervento. Le protagoniste sono molto diverse tra loro, per età, ideologie ed estrazioni sociali, ma tutte giungono alla stessa conclusione: avere un bambino è un’enorme responsabilità di cui non sempre è possibile farsi carico e l’aborto è un diritto. Diritto e non dovere, una scelta e non un obbligo. Il riconoscimento di questa possibilità da parte della legge non ha come diretta conseguenza lo sterminio di massa di feti indifesi. Se spesso, infatti, l’opzione dell’aborto non viene valutata è a causa della forte disinformazione a riguardo. Se ne enfatizzano i rischi (ma anche il parto non è estraneo a imprevisti), lo si trasforma in una colpa e si tende a far sentire la donna che subisce l’intervento come una carnefice. A Farmer e Chevely va dunque il merito di essersi fatte autrici, con questo singolo volume, di una vera e propria innovazione, trasformando il fumetto in propaganda politica e sociale.

Alcune persone soffrono di “gravidanza indesiderata” più di altre? Sì!
Ricerche scientifiche dimostrano che alcune categorie di persone sono immuni da questo terribile male. Ad esempio: nessun presidente degli Stati Uniti ne ha mai sofferto. In tutte le guerre conosciute dal nostro orgoglioso Paese, nessun generale dell’esercito, ammiraglio della flotta navale o un più semplice pilota d’aerei ha mai contratto questa piaga malevola. Presidenti di banche, fisici nucleari, idraulici e ingegneri sono anch’essi statisticamente “puri”.
Fareste bene a chiedervi, allora, chi è che ne soffre maggiormente?
Per qualche strana ragione ne soffrono dattilografe, come infermiere, segretarie, assistenti sociali e soprani. Anche qualche attrice o atleta famosa ne è stata vittima. Analisi estese mostrano che il denominatore comune nelle persone che contraggono una gravidanza indesiderata è:
SONO TUTTE DONNE!
Il modo che hanno le donne per evitare questo odioso tormento è fare uso di contraccezioni ogni giorno – come di una dieta corretta e di esercizio. Sarete felicissime di verificare quanto è gratificante!

 

Anche Persepolis, autobiografia dell’iraniana Marjane Satrapi nota soprattutto per la sua trasposizione cinematografica, assume ancor più di Abortion Eve un carattere decisamente politico. Figlia di genitori progressisti, la madre della piccola protagonista è costretta a nascondersi e tingersi i capelli dopo essere stata fotografata in una manifestazione contro l’imposizione del velo. Nipote di un comunista, fin da bambina Marjane ha voglia di partecipare alle proteste e di prendere parte alla rivoluzione. Il sottotitolo è non a caso “Storia di una ragazza ribelle”. Anche la nona arte si schiera efficacemente contro la tipica figura della donna indifesa, regalandoci non solo personaggi di grande ispirazione ma anche storie e illustrazioni che sono dei veri e propri cult e delle perle femministe che rimangono nella storia del fumetto.

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Il femminismo fa da sfondo anche ad alcuni lavori di Zerocalcare, sempre attento a dosare la facile ironia basata su stereotipi e a trattare con accortezza le questioni di genere. Lo si può notare nel suo Dodici, in cui Veruska viene difesa dal padre fortemente condizionato da una cultura patriarcale che lo porta a disporre della propria figlia «come fosse un oggetto», ma anche quando Secco si prodiga in un momento di fantomatico citazionismo in una vignetta che recita: «Sai che diceva Confucio? Quando torni a casa la sera mena tua moglie, tu non sai perché ma lei lo sa. Bruttissima frase eh, Confucio stava indietro con le questioni di genere». La stessa Katja è una figura assolutamente anticonvenzionale, data la sua determinazione e forza fisica, per niente tipica dei personaggi femminili. Anche il London Report pubblicato sul seguitissimo blog del fumettista tratta in parte l’argomento. Perché, insomma, siamo onesti: respirare accanto a Scarlett Johansson non vi dà diritto a un buono regalo per un coito. Zerocalcare, con il suo esilarante sarcasmo, regala ottimi spunti di quotidiana riflessione e si aggiudica un meritato posticino in chiusura di questo articolo.

Ora lascio la parola a voi, cari lettori: quali fumetti avete letto che trattano la tematica femminista? Ricordate, come nel caso di Zerocalcare, accenni significativi all’argomento in opere di altro genere? Potete risponderci nei commenti.


Fonti:
1. The Last Amazon - Wonder Woman returns di Jill Lepore su NewYorker.com
2. Triumph of The Walking Dead: Robert Kirkman’s Zombie Epic on Page and Screen di James Lowder
3. A Tribute to Charles Schultz, the Feminist di Jesse Fask su baltimorechronicle.com
4. Adventures in Feministory: Women's Comics of the '70s and '80s di Kjerstin Johnson su bitchmagazine.org

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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