Charlie Hebdo: dopo tanto parlare, ecco cosa penso

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charlie hebdo

Evito qualunque introduzione a quello che, banalmente, definirò come ogni notizia di cronaca che si rispetti “Caso Charlie Hebdo“. Mi concedo il lusso di evitare tante chiacchiere perché mi aspetto che ormai tutti siate informati sulla vicenda parigina e che quindi qualunque spiegazione ulteriore risulti inutile. L’accaduto ha fatto sicuramente versare sangue, ma anche fiumi di inchiostro e parole, in correnti spesso contrastanti. A questa marea aggiungo ora anche le mie acque, che negli ultimi giorni hanno raccolto tanti detriti da essere inquinate da una quantità infinita di risentimento nei confronti di chi, come un avvoltoio, si è scagliato contro le vittime o ha fatto dell’attentato un motivo per dare voce al demone xenofobo che alberga dentro di loro. Uno alla volta, ecco i sassolini che voglio togliermi dalla scarpa. Ecco perché Je suis Charlie.

Salvini e simil-salvini che «ve l’avevo detto»

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Guerra di religione. Di questo parlano gli esterofobi che al sentire la parola “Islam” generano nel loro microcefalo la traduzione “bombe a orologeria”. Ad alzare la bandiera di questa categoria è il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, che inneggia al «chiudete le moschee e via dale bàle». Però no, Salveenee, questo non ha nulla a che fare con la fede e chiudere dei luoghi di preghiera non avrebbe alcun risvolto salvifico. Il tragico evento a cui Parigi (e il resto del mondo) ha assistito è mosso da un fanatismo che non è rappresentativo, che non è dettato né ordinato da nessun Dio, se non dall’insano fondamentalismo basato su ottuse e rigide interpretazioni e che usa l’Islam come giustificazione per attentati che sono anche politici. Lo dimostra Igiaba Scego e con lei tutti quei musulmani che si sono fortemente dissociati dall’azione terroristica e hanno urlato a gran voce «Non in mio nome». Che la destra usi l’accaduto come pretesto per perpetuare la propria lotta al diverso e che Libero titoli la prima pagina con “Questo è l’Islam”, però, non stupisce e purtroppo la rabbia non è nuova. Eppure vi chiedo ugualmente la grazia di non fare di Oriana Fallaci l’ultima delle profetesse, se possibile.

Quelli che non sono Charlie, ma Ahmed

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«Io non sono Charlie, sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie ha messo in ridicolo la mia fede e la mia cultura e sono morto difendendo il suo diritto di farlo. #JesuisAhmed». Questo è il tweet che ha generato un’orda immensa di consensi e che io trovo indifendibile sotto diversi punti di vista. Prima di tutto – per quanto Ahmed sia una vittima innocente esattamente come Charb, Cabu, Tignous, Wolinski e Honoré – il mestiere del poliziotto comporta dei rischi. Ahmed, per il lavoro che faceva, sarebbe potuto morire in qualsiasi giorno e in qualunque altra occasione. No, non sto dicendo che meritasse di morire. Ahmed era, come molti hanno detto, “il volto buono dell’Islam”, ha fatto il suo lavoro e ha perso la vita facendolo. Il massimo pericolo che un fumettista dovrebbe correre nell’esercitare la sua professione dovrebbe essere scheggiarsi l’unghia con un temperamatite. Inoltre che i vignettisti del Charlie Hebdo abbiano messo in ridicolo l’Islam non è corretto: hanno fatto satira, hanno cioè messo in luce i punti critici generati non dall’innocua e lecita fede, ma da un fanatismo che influenza politica, costumi e diritti, tra cui quello di parola, stampa ed espressione, dunque di contestazione. Proprio di questo diritto si sono serviti per realizzare quello che non esito a definire un lavoro di immenso valore sociale, che nel suo mirino aveva non solo l’Islam, ma anche il cristianesimo e la politica. In più giustificare la loro morte con il fatto di aver fatto ironia riguardo la religione sa tanto di “se la sono cercata” e un pensiero del genere non è in alcun modo accettabile. Ahmed è stato coraggioso, i disegnatori morti anche. Aver stuzzicato il can che dorme non è un motivo valido per puntare il dito contro le colonne portanti (ormai abbattute) del settimanale francese.

Io sono (non solo) Charlie

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Se la notizia mi ha scossa tanto non è solo perché, come qualcuno mi ha fatto notare, sono una (aspirante, aggiungo io) giornalista. Non è perché sostengo i contenuti della loro satira. Ciò che maggiormente ha determinato il mio totale sgomento è la mia ingenuità. Trovandomi prima dell’attentato di fronte a un numero di Charlie Hebdo avrei detto «Questo è un simbolo di libertà». Una libertà che, fino a pochi giorni fa, davo per scontato esistesse. Ora, invece, vedo gli stessi disegni sotto un punto di vista profondamente diverso: non sono simbolo di libertà, ma della lotta perché questa venga conquistata. Piegarsi alla paura, zittirsi per non diventare bersagli di attacchi che troverebbero così un facile pretesto per verificarsi ci rende tutti schiavi. Con il loro operato Charb, Cabu, Tignous, Wolinski e Honoré hanno invece portato un numero non quantificabile di persone a preoccuparsi per i propri diritti, a scendere in piazza, ad alzare le proprie matite e questo mi sembra essere il migliore dei modi per ripagare un sacrificio che però non ha prezzo.

Lo ribadisco, io sono Charlie, e lo sono sempre, e fortissimamente lo sono, così come sono anche Giancarlo Siani, Carlo Casalegno, Anna Politkovskaja, Peppino Impastato e tanti altri. Sono chiunque denunci ciò che è illecito, sono pronta a farlo io stessa e se il prezzo da pagare sarà la vita, be’, preferisco morire giovane per conquistare un tassello dell’indipendenza di cui qualche mio successore potrà godere piuttosto che aspettare noiosamente e inutilmente che la vecchiaia mi stronchi alla soglia del secolo d’età. Quindi alzerò agenda, quaderno, penna, matita, tastiera. Se necessario, alzerò anche la voce. Solleverò tutto ciò che potrebbe potenzialmente darmi la possibilità di comunicare e continuerò a farlo finché questo non comporterà più alcun rischio e anche allora continuerò. Come lo stesso Charb ha detto: «Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio».

O me, o vita! domande come queste mi perseguitano,
Degli infiniti cortei d’infedeli, di città gremite di stolti,
Di me stesso sempre a biasimare me stesso, (perché chi più stolto di me, chi di me più infedele?)
Di occhi che invano anelano la luce, del significato delle cose, della lotta che sempre si rinnova,
Degli infelici risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo attorno a me,
Degli anni inutili e vacui degli altri, e di me intrecciato con gli altri,
la domanda, ahimè! così triste, ricorrente – Cosa vi è di buono in tutto questo, o me, o vita?
Risposta:
Che tu sei qui – che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

— Walt Whitman

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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