Gli scatti immor(t)ali di Zanele Muholi

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zanele muholi

Mostra di Zanele Muholi

Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia: sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa. Ogni mattina, in Africa, un leone si sveglia: sa che deve correre più della gazzella o morirà di fame. Ogni mattina, in Africa, non importa che tu sia un leone o una gazzella, ma se sei una lesbica è meglio che cominci a correre perché stai per trascorrere una giornata di merda. Questo perché il Sudafrica non è certo un paradiso di caramello e zucchero filato per la comunità LGBT. Qui gli omosessuali sono soggetti a vere e proprie punizioni e no, non parlo semplicemente di uno stigma sociale e del conseguente disprezzo generalizzato per i dischi di Lorella Cuccarini e dei Village People – perché tanto si sa che tutti abbiamo un angolo del nostro cuore dedicato alla musica trash che cerchiamo ingiustamente di reprimere o nascondere, anche gli omofobi. Mi riferisco a fortissimi discriminazioni e a torture.

Restano impuniti numerosissimi casi di stupro, che non poche volte sfociano nell’omicidio, perché classificati come “correttivi“. Come se l’omosessualità fosse una malattia e la carnalità forzata e indesiderata potesse curarla. Il destino dei ragazzi non è molto differente: anche per loro si tenta la rieducazione, ma non attraverso la violenza sessuale. È noto il caso dell’Echo wild game rangers, il campo che si prefiggeva lo scopo di far diventare le proprie reclute “dei veri uomini”. Perché i veri uomini devono essere rudi, virili, preferibilmente analfabeti e soliti procacciarsi il cibo a mani nude. Chi non rispetta i canoni di mascolinità preistorici, molto spesso, va incontro alla morte, come accaduto a Raymond Buys. Una realtà culturale in forte contrasto con la stessa Costituzione, che all’articolo 9 recita «Lo Stato non può porre in essere, in via diretta o indiretta, ingiuste discriminazioni sulla base di uno o più motivi, tra cui razza, genere, sesso, maternità, stato civile, origini etniche o sociali, colore, orientamento sessuale, età, disabilità, religione, coscienza, credo, cultura, lingua o nascita». Nemmeno la Carta firmata da Mandela riesce a frenare i soprusi che ancora si verificano.

zanele muholiIn questo contesto di gratuita atrocità affonda le proprie radici l’arte di Zanele Muholi, autrice dei ritratti di gay, lesbiche e trans sudafricani. Uno dei suoi progetti più apprezzati è l’essenziale Faces and Phases, le cui fotografie, prevalentemente scattate in uno scarno bianco e nero, trasudano dignità. Ogni sguardo, ogni ferma espressione rivolta all’obiettivo dell’attivista visuale – come lei stessa si definisce – è il linguaggio che il soggetto dello scatto usa per raccontare la propria storia e incredibilmente ci riesce. Ritratte senza pose particolari ed elaborate composizioni, l’estetica minimale degli scatti indica la volontà di rappresentare nient’altro che semplici persone, così come agli occhi di una società sana queste dovrebbero apparire.

Nel presentare il proprio lavoro Zanele scrive: «Di fronte a tutte le sfide che le donne lesbiche nere incontrano ogni giorno, ho intrapreso un viaggio di attivismo visivo per assicurare visibilità alla comunità queer nera. È importante marcare, mappare e preservare i nostri mo(vi)menti attraverso storie visive di riferimento per i posteri, in modo che le future generazioni possano sapere che siamo stati qui». La necessità di testimoniare la propria esistenza diventa urgente non solo artisticamente, ma soprattutto sul piano sociale. Uno qualunque dei soggetti delle fotografie di Muholi potrebbero oggi essere stato ucciso, ferito, isolato. Grazie all’obiettivo della fotografa sudafricana, questi diventano immortali tasselli atti a comporre il mosaico del riscatto sociale.

Nell’esposizione MO(U)RNING, allestita nel 2012, tornano gli scatti in bianco e nero. L’intima serie LiTer toglie il fiato con la sua profonda affettuosità. La tenerezza delle due amanti è incorniciata dalle luci che ne rendono la pelle argentea, scultorea. A queste si contrappongono però le foto (a colori) intitolate Crime Scene, accanto a cui l’artista affigge riproduzioni di inserti di giornale riportanti notizie di stupri e omicidi subiti da donne lesbiche in Sudafrica. Se prima i toni freddi dei luminosi grigi nascondevano il reale calore del gesto amoroso, qui i colori caldi contrastano con la gelida crudeltà evocata dal corpo nascosto di una donna assassinata e violentata, come il dettaglio dei pantaloni lasciati all’altezza delle caviglie fa supporre. Qui il tema centrale della fotografia dell’artista è più che in ogni altro caso manifesto. Non a caso le copie dei quotidiani sono raccolte sotto il titolo di Every bead of my art (letteralmente, Ogni goccia della mia arte).

zanele muholiIl più riuscito dei progetti a colori di Zanele Muholi non è però questo. Una delle sue esposizione prende il titolo di Being (Esistendo) ed è la prova dell’ordinarietà delle coppie omosessuali. Sono soprattutto gli scatti dedicati a Katlego Mashiloane e Nosipho Lavuta quelli divenuti più noti per la loro calorosa familiarità. Le due donne ritratte abbattono qualunque pregiudizio sull’amore saffico e mostrano la loro vita coniugale, fatta di condivisione e reciproco affetto, mettendo lo spettatore di fronte a un quadro scevro da qualunque tipo di perversione. Non c’è peccaminosità, soltanto il quotidiano della coppia messa al servizio dell’arte. Nel casto bacio fotografato come nei corpi nudi è sovrana un’estrema purezza. L’immagine del loro bagno decontamina i soggetti non da una tanto millantata degenerazione della sessualità, ma dall’idea continuamente affiancata all’amore lesbico: perverso, traviato.

Di perversione non si può parlare nemmeno del caso della più cruda raccolta Only half the picture, che fa da lente d’ingrandimento sul mondo della transessualità. È la ricerca di un corpo in cui identificarsi quella che Zanele Muholi traspone in immagini. Uomini che tentano di indursi la femminile menorrea, donne rappresentate nel tentativo di nascondere il proprio seno, mutilando il tratto fisico distintivo dell’effeminatezza. Eppure queste fotografie non racchiudono solo la volontà di trovare la propria identità di genere: sono mostrati anche i corpi martoriati dalle cicatrici delle vittime sopravvissute ai crimini d’odio. La sudafricana lascia che il suo lavoro urli al mondo: «Siamo trans. Pensate di ferirci nel fisico, ma questo corpo non è il nostro. Quella che state distruggendo è la nostra dignità». Ed è proprio della fierezza che queste persone sembrano private, è la sofferenza di questo calvario (Ordeal) che cercano di lavare via. Un senso di colpa edificato dalla cultura del disprezzo e dell’emarginazione che è propria dei nostri tempi e contro cui dolorosamente lotta l’intera comunità LGBTQI per riappropriarsi della libertà che gli spetta.

Cosa fare per cambiare tutto questo? Basta davvero poco: il giusto voto in cabina elettorale, il rispetto per le diverse forme d’amore, il rifiuto di ogni sorta di discriminazione. Insomma, solidarietà. Restiamo umani.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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