Hungry Hearts: un film dagli equilibri sottili e perfetti

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Foto di scena da Hungry Hearts

Foto di scena da Hungry Hearts

Il “dovere morale” è l’unico elemento che riesce a sciogliere il nodo della trama, che poi è molto semplice, nel film Hungry Hearts di Saverio Costanzo. Una storia estremamente chiara nella quale una coppia, in seguito alla nascita del primogenito, finisce per sfaldarsi disperdendosi nelle scelte su come educare il figlio dal punto di vista alimentare. Qui il bambino rappresenta  un vero e proprio oggetto – tanto che non se ne conosce nemmeno il nome – al centro dell’egoismo dei due personaggi (gli ottimi Adam Driver e Alba Rhorwacher) che finiscono praticamente per annullarsi e creare una barriera di incomunicabilità tra loro.

Ottima regia di Costanzo che mescola i generi, riuscendo a rendere sempre viva la narrazione, allungando l’asticella al limite del grottesco, ma senza mai finirci dentro. Le musiche di Piovani e l’utilizzo della camera come se stesse girando un thriller tengono lo spettatore perennemente legato allo schermo in stato di semi-ansia: spazzi angusti, primi piani stretti e in movimento e la freddezza disarmante del personaggio femminile sono alcuni degli elementi di cui fa uso il regista italiano.

L’abilità dello stesso sta nel fatto che non mette mai lo spettatore di fronte a una scelta, ma lo spinge semplicemente a riflettere su dinamiche familiari, trasportate in modo estremo su uno schermo, ma che sono più verosimilmente realistiche di quanto una trasposizione cinematografica possa lasciar immaginare.

C’è un perfetto dosaggio di pesi e misure anche nell’utilizzo dei personaggi e di come incidono sulla storia e nella storia, che poi diventa funzionale allo svolgersi della trama, creando quasi una vera e propria equazione matematica. Hungry Hearts sono i cuori affamati dei due protagonisti con l’amore da una parte (madre) che diventa tossico e alienante, mentre dall’altra un pizzico di egoismo che viene mascherato dalla razionalità del padre che psicologicamente viene da una situazione familiare senza dubbio più sana di quella della sua compagna.

Tu si ‘na cosa grande diventa quasi il collante sistematico della storia con Costanzo che, come non si vede spesso (da qualche anno, ormai), ci regala l’unico dei finali possibili.

P.S.: unico rammarico un doppiaggio che non ho trovato assolutamente all’altezza del film. Un film poco pretenzioso e forse anche per questo estremamente riuscito. Consiglio vivamente la visione e anche per questo mi sono limitato al minimo, senza spoiler.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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