L’occhio del secolo: i tre periodi di Henri Cartier-Bresson

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Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento

Dal Centre Pompidou di Parigi, è arrivata anche a Roma la mostra sull’Occhio del Secolo, Henri Cartier-Bresson (1908 – 2004). La mostra copre, attraverso più di cinquecento opere, la vita dell’artista tra scatti, film, dipinti, disegni e manoscritti, tra cui alcuni inediti e molto rari, partendo dall’inizio degli anni Venti fino ad arrivare alla sua morte ripercorrendo attraverso la sua vita anche il secolo scorso e i suoi grandi eventi, dalla seconda guerra mondiale alla guerra fredda, dalla rivoluzione civile spagnola alla decolonizzazione scandendo il tutto in tre periodi:

Il primo, dal 1926 al 1935, nel quale Cartier-Bresson frequenta i surrealisti come il regista e fotografo Jean Renoir (col quale collaborerà per tre film), il fotografo David Seymour e Robert Capa, compie i primi passi nella fotografia e intraprende i suoi primi viaggi;

Il secondo, dal 1936 al 1946, è quello del suo impegno politico, del suo lavoro per la stampa comunista e dell’esperienza del cinema. Si unirà infatti alla resistenza francese continuando comunque la sua attività fotografica, sarà catturato nel 1940 dalle truppe naziste per poi evadere dai carceri al terzo tentativo dopo circa 35 mesi di prigionia e nel 1945 fotograferà la liberazione di Parigi;

Il terzo, dal 1947 al 1970, va dalla creazione della prestigiosa agenzia Magnum Photos con Robert Capa, George Rodgers, David Seymour e William Vandivert fino al suo abbandono del fotoreportage per dedicarsi alla pittura, suo vero amore.

La mostra è divisa in nove parti,  le trecentocinquanta stampe d’epoca, le ristampe e i cento documenti, tra cui i quotidiani, i ritagli di giornali, le riviste, i manoscritti, i film e poi i dipinti e i disegni, tracciano e accompagnano nelle diverse fasi di vita e di lavoro del fotografo francese. Proprio nel 1947 gli sarà organizzata una mostra “postuma” in suo onore. Si era infatti diffusa la diceria che egli fosse morto in guerra.

Il percorso espositivo inizia mostrando le prime fotografie degli anni di apprendistato e dei viaggi fotografici in Africa, continuando con quelle in cui è evidente il fascino che subì per il Surrealismo. Venne segnato soprattutto dall’atteggiamento surrealista, da quello spirito sovversivo, dal gusto del gioco, dallo spazio lasciato all’inconscio, dal piacere degli andirivieni urbani, dalla bellezza convulsa, dalla predisposizione ad accogliere il caso, tanto da essere considerato uno dei fotografi più autenticamente surrealisti della sua generazione

Si continua poi con gli anni dell’impegno politico a New York (con Paul Strand e il Nykino group) e a Parigi (con Jean Renoir e l’Associazione degli artisti e scrittori rivoluzionari AEAR), fino agli incontri con Robert Capa e Louis Aragon. E, ancora, con la sua attività durante la Seconda guerra mondiale per documentare il ritorno dei prigionieri fino agli anni della fondazione dell‘Agenzia Magnum Photos. Dai reportage in Cina e in India, ai funerali di Gandhi, fino alla fase in cui il fotografo decise di abbandonare il reportage per approdare ad un tipo di fotografia più contemplativa poiché ritiene che la Magnum si allontani sempre più dallo spirito con cui era stata creata e si concentra sulla supervisione dell’organizzazione del suo archivio, sulla vendita delle foto, sulla pianificazione di mostre o di libri.

Henri Cartier-Bresson

La fotografia è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perenne, che afferra l’attimo e la sua eternità. Il disegno, invece, per la sua grafologia, elabora ciò che la nostra coscienza ha afferrato di quell’attimo. La foto è un’azione immediata; il disegno una meditazione.

Nella sua carriera userà sempre la sua Leica M3 utilizzando quasi sempre la lunghezza focale di 50 mm, solo poche volte ne utilizzerà altre. Il non aver utilizzato Reflex o macchine fotografiche a medio formato ci fa capire meglio la sua concezione di fotografia, questa per lui era «riconoscere in una frazione di secondo il significato d’un evento e simultaneamente individuare l’organizzazione precisa della forma che conferisce a quell’evento la sua espressione appropriata. Vivendo in modo reattivo, la scoperta di se stessi avviene parallelamente alla scoperta del mondo circostante, che ci plasma, ma che allo stesso tempo subisce la nostra influenza. Occorre trovare un equilibrio tra questi due mondi dentro e fuori di noi e questo processo, costante e reciproco, crea infine un unico mondo. E questo è il mondo che dobbiamo comunicare. Tutto ciò, comunque, interessa solo i contenuti d’un’immagine. Non pensava però che si possa separare il contenuto dalla forma. Per forma intendeva una rigorosa organizzazione geometrica dell’interazione tra superfici e linee, e i loro rapporti. Le idee e le emozioni si concretizzano e diventano comunicabili solo all’interno di questa organizzazione visiva e in fotografia può emergere esclusivamente grazie a un istinto ben sviluppato». Sembra quasi che voglia rendere presente l’osservatore nel momento dello scatto.

Henri Cartier-Bresson

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Francesco Montagnese

Francesco Montagnese

Classe '97, Calabrese di nascita, ma romano d'adozione. Nel tempo libero scrivo poesie e suono il violino.

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