Grand Wes Anderson Hotel, dove alloggia il genio

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grand budapest hotelL’ultimo film di Wes Anderson è IL FILM di Wes Anderson. Il regista americano riesce a portare i suoi microcosmi all’interno di una storia più grande, dove ci sono tutti gli elementi tipici di ciò che una volta, nello star system, veniva considerato un prodotto spettacolare e commerciale. Poi però mi sono chiesto, a mente fredda, se allo spettatore interessasse veramente la storia di questo lussuoso Hotel, chiamato Grand Budapest e situato nella Repubblica di Zubrowka. E pensandoci bene, forse non me frega una mazza del Grand Budapest nella Repubblica di Zubrowka. Allora perché l’ho guardato per quasi due ore (ben due volte), senza spasmi di noia o ingombranti sbadigli? La risposta è semplice e non lo scopro certo io, ma mi va di dirlo e lo dico: perché Wes Anderson è un genio!

È uno dei pochi, tra i contemporanei, ad aver acquisito un marchio di fabbrica. L’inquadratura andersoniana è oramai un cult, adornata poi con colori così vivi e twee da sfiorare l’ipnosi, come forse non si vedeva dai tempi del “rosso Godard”. Insomma, anche i detrattori (che aumentano in modo direttamente proporzionale alla sua popolarità), con un pizzico di onestà intellettuale, dovranno senza dubbio convenire che l’originalità nell’utilizzo della camera deve essere un punto a favore del regista di Houston. Se poi a questo mirabile tocco estetico, si aggiunge una narrazione veloce, straripante ma mai convulsiva, ecco che il quadro è completo e viene fuori la risposta al perché il film in questione è un film che va visto. Senza dubbio l’abilità narrativa, rispetto ai precedenti, cresce in modo esponenziale, senza però perdere quella sottigliezza che si annida tra il ridondante, il grottesco e l’eccesso, che da sempre caratterizza i personaggi e le storie create dall’autore.

grand budapest hotelL’abuso dell’analessi, che facilita il procedimento narrativo a ritroso, ci porta da una giovane del nostro tempo con tra le mani un romanzo, fino alla storia, contenuta nello stesso, raccontata da vecchio proprietario dell’albergo, passando dallo stesso scrittore intento a presentare un documentario sul suo libro. È la curiosità di quest’ultimo da giovane, riguardo all’acquisto della proprietà dell’albergo, che pigia il tasto start, pronunciando la fatidica domanda al vecchio proprietario Zero Moustafa, e parte così il racconto (rimando ad altre fonti o magari alla visione del film per la trama dettagliata).

I personaggi, nel classico stampino wesandersoniano, oltre a utilizzare un linguaggio estremamente forbito e articolato, sono caricati, ai limiti della verosimiglianza, nelle azioni e nei pensieri. Sono forse, paradossalmente, l’elemento più barocco presente nel film e questo li rende incredibili. Dal cattivo Jopling fino a Monsieur Gustave H., pullulano di ficcante comicità. Emblematiche, sul punto, sono senza dubbio le sequenze che riproducono violenza o morte, ma che risultano anche le più divertenti. La profonda sagacia del regista nel donare alle proprie creature una moralità così spiccata porta il personaggio a un disgregazione di se stesso, diventando quasi un cartone animato ma senza mai divenire banale: si fanno amare tutti e non puoi farne a meno.

grand budapest hotelIl ritmo, scandito anche grazie alle favolose musiche di Desplat, è forse l’elemento che permette a Grand Budapest Hotel di essere il film della maturità. A memoria, ricorda Fargo dei fratelli Coen per quanto sia intriso di elementi narrativi o colpi di scena che permettono alla storia di evolversi in modo piacevole, senza mai però mostrarsi incontrollata o in balia degli stessi. Anzi, è tutto sotto controllo e lo dimostra il finale che non lascia scampo: Zero confessa al suo interlocutore che l’unico motivo per il quale ha tenuto l’albergo, anche se in decadenza e poco fruttuoso, è perché è l’unica cosa che gli ricorda la felicità, è l’unica cosa che gli ricorda Agata, il suo grande amore. Quella frase, regalata di sfuggita, alle porte di un ascensore di un vecchio albergo in rovina, è l’apice della poesia di Wes Anderson che dipinge con la delicatezza e la raffinatezza di Fitzgerald ma riesce a coinvolgere con la violenza (narrativa) di Kerouac.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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