Il nudo tra rifiuto e celebrazione (o di cosa è volgare e cosa no)

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Colazione sull'erba (Manet, 1862-3), oggetto di scandalo per la presenza di nudo

Colazione sull’erba (Manet, 1862-3), oggetto di scandalo per la presenza di nudo

Ho una strana passione per le contraddizioni. Mi piace scovarle, analizzarle, capirne l’origine e i possibili modi per risolverle e ne incontro sempre a dismisura, in ogni contesto: politico, sociale, artistico. Una di quelle che più trovo intricate riguarda la sessualità libera di cui questa società si fa paladina. Eppure appare incontestabilmente evidente che la maggioranza di noi non è abituata alla nudità, o almeno a una nudità che non sia finalizzata alla soddisfazione maschile, specie di adolescenti vittime di una mancata educazione sessuale e di genere, abituati a una sessualizzazione costante della donna messa in vetrina. Perché va bene che Studio Aperto trasmetta senza troppo pudore servizi ricchi di panoramiche sulle lunghe gambe e i seni compressi nelle aderenze delle sempre nuove (e sempre hot) fiamme dei calciatori, ma se in un film come Caos calmo si inserisce una scena realistica ed esplicita (ma neanche troppo) di sesso, allora il pubblico non trova altro di cui parlare circa la pellicola. Proviamo allora a sciogliere questa intricata matassa e a comprendere qual è l’elemento discriminante che separa, ai nostri occhi, ciò che è accettabile da ciò che è volgare e soprattutto perché.

Il corpo (nudo) delle donne, ma solo delle donne e di alcune donne

Il rapporto col nostro corpo diventa ogni giorno sempre più difficile. La morbosità e il senso di illecito piacere legati alla femminilità sono all’ordine del giorno: ce lo spiega perfettamente il documentario Il corpo delle donne, realizzato da Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù, in cui si mette in luce il ruolo puramente estetico e decorativo delle donne sul piccolo schermo e affini, un ruolo sicuramente consensuale ma che sembra ormai essere l’unica alternativa accettabile e possibile per le donne in televisione. Eppure l’imperante patriarcato addita chi nel quotidiano scopre qualcosa di più della caviglia e il controsenso non si ferma qui. Un seno scoperto o un sedere seducentemente mostrato in trasmissioni e spot destano curiosità (da cui spesso ci si dissocia ipocritamente), ma cosa succederebbe se un uomo si mostrasse – accidentalmente o meno – nudo nello stesso contesto? Semplice, si diffonderebbe un senso altrettanto ipocrita di disgusto. In fondo, la massa considera doverosa la contestualizzazione della nudità e la sua mascolina selettività: si chiama male gaze ed è la normalizzazione capitalistica del punto di vista del maschio bianco etero, che appare come l’unico possibile e adottabile dalla massa. A prova di ciò, credo sia particolarmente significativo notare che sono rarissimi nel cinema i casi di nudi maschili. Tempo fa ho avuto occasione di vedere Lupo solitario (Sean Penn, 1991) e mi ha stupito, leggendone la pagina Wikipedia, notare che la distribuzione del film (prevalentemente affidata a circuiti indipendenti e per questo non così fruttuosa dal punto di vista economico) è motivata dalla presenza di «scene di forte impatto, registicamente ineccepibili ma che possono disturbare qualche spettatore, fra cui nudi maschili». Insomma, il nudo, ma solo quello degli uomini, se integrale, non è fatto per il grande pubblico; tantissimi esempi ci dicono il contrario per le donne. Perché, allora, solo a queste e solo a determinate donne è permesso mostrarsi e sedurre?

Non siamo poi tanto lontani, ideologicamente parlando, dai decenni che ci separano dalla realizzazione di Ultimo tango a Parigi – talmente esplicito da provocare censure, sequestri, processi giudiziari – come dagli anni Sessanta dell’Ottocento, periodo in cui Manet realizzò il noto dipinto Colazione sull’erba, opera che diede fin da subito molto di cui parlare per il semplice motivo che tra i personaggi raffigurati ci fosse una donna nuda, che non era inserita in un’ottica mitologica o divina. Le parole che Zola utilizza per descrivere il lavoro del pittore francese suonano profetiche: «I pittori, e specialmente Édouard Manet, che è un pittore analitico, non condividono l’ossessione delle masse per il soggetto: per loro il soggetto è solo un pretesto per dipingere, mentre per le masse esiste solo il soggetto». Difatti è proprio questo il problema, il voler continuamente contestare la nudità, anche se correttamente finalizzata o innocentemente e realisticamente rappresentata, ma accettarla quando lo scopo ultimo è il soddisfacimento delle proprie basse pulsioni attraverso idealizzazioni e spersonalizzazione di corpi esposti come manichini.

D’altra parte, quando il corpo viene esibito involontariamente, senza che quindi sia palese fin dall’inizio la volontà di sedurre, le reazioni sono ben differenti. Nessuno urla allo scandalo (o lo fanno ben pochi) se Raffaella Fico viene mostrata come curvilineo elemento decorativo in Prendere o lasciare o se viene (s)vestita come l’euro in Il colore dei soldi (di nuovo, la natura commerciale della sessualizzazione), nessuno batte ciglio se una ragazza viene presentata solo in quanto bellezza e letteralmente offerta e venduta agli spettatori. Le reazioni non sono altrettanto indifferenti – per non dire compiaciute – se il reggiseno di Amanda Palmer viene momentaneamente meno alla sua funzione e ne scopre una proibita mammella, anzi: il Daily Mail le dedica un articolo, fa notizia e urla allo scandalo, per giudicare e deridere. Cosa ci spinge dunque a reputare necessaria la censura della nostra stessa anatomia? Perché percepirla così eccessivamente come proibita?

Quel nudo così reale che ci fa paura

Quello che ci spaventa è l’autenticità. Accettiamo che un seno eccessivamente rifatto e che corpi fittiziamente proposti come reali vengano sbandierati in televisione e sulle riviste perché in questi non c’è nulla che rispecchi la verità anatomica. Tornando a Colazione sull’erba, infatti, mi viene da pensare che anche oggi, come allora, l’unico nudo che non smuove le nostre coscienze è quello “mitologico”, inteso come idealizzato; quello sponsorizzato e pubblicizzato dai mass media come l’unico standard possibile. D’altro canto, messi di fronte alla fotografia esplicita di Zanele Muholi ci sentiamo offesi, quando un prodotto come Nymphomaniac arriva nelle sale ci sentiamo provocati, quando il seno di Veronica Maya si scopre accidentalmente in diretta ci sentiamo impressionati perché solo lo stereotipo riesce a farci sentire al sicuro e a legittimare il nostro sguardo. Sarà anche per questo che molte campagne body positive vengono censurate sui social network, insieme a quelle armi temibili di distruzione di massa che sono i capezzoli femminili (avrete infatti sicuramente sentito parlare della campagna #freethenipples).

nudoI nostri corpi non sono mai stati davvero sdoganati. Il disgusto che ne deriva è diffuso e patologico. Lo stupore che ci crea è ancora terribilmente infantile. È però proprio la provocazione la sola via possibile per smuovere l’opinione delle masse. Quando queste saranno sconvolte, l’evoluzione avrà inizio. L’unico modo per abituare alla nudità pura è semplicemente mostrarla. Per questo non condanno le scene erotiche in La vita di Adele, che mostrano l’ancestrale e spesso violento istinto sessuale (per di più saffico, ma egregiamente rappresentato con estrema normalità, quella di cui abbiamo bisogno). Così come esalto lo studio della sessualità fatto da Lars von Trier nel suo già citato Nymphomaniac, che attraverso l’estrema sperimentazione sessuale della protagonista ninfomane riesce a raccontare la vera essenza di un istinto innato, senza censure e buonismi – dunque nel solo modo che ci si sarebbe potuto aspettare dal regista in questione – e mettendo in scena una storia che non attrae solo perché traboccante di sessualità e sensualità, ponendo come principale destinatario del racconto un uomo asessuato e per questo profondamente imparziale.

L’errore più grande generalmente compiuto è forse proprio questo: voler contestualizzare la nudità e non la sessualità, voler filtrare eroticamente ogni input visivo, separando gli stimoli in ciò che attrae e ciò che è indifferente o ripugnante, e abituare a farlo usando lo stesso erotismo come esca per le masse. Se ora, dunque, viene accettata una nudità parziale-ma-non-troppo e volontariamente peccaminosa, si rifiuta l’esplicita ma de-sessualizzata rappresentazione dei corpi. Chi compra i calendari delle più avvenenti e prosperose show girl è spesso la stessa persona che giudica il nudo artistico come volgare, che sputerebbe su una fotografia di Ren Hang, su un autentico corpo senza veli rappresentato senza l’intenzione di risultare appetibile, e lo farebbe semplicemente perché quel corpo non è indirizzato alla letizia dei suoi genitali. Perché questo cambi sarà necessaria una lenta e radicale rieducazione, che possa riportarci a una pacifica convivenza col nostro, autentico corpo prima che con quello degli altri.

Stacy Martin in Nymphomaniac, di Lars von Trier

Stacy Martin in Nymphomaniac, di Lars von Trier

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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