Luca Di Martino, ritratti e storie in dialogo

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Luca Di Martino

In foto, Luca Di Martino

Di Luca Di Martino avevo già avuto occasione di parlare (in diversa sede), dopo aver visto al PAN la sua esposizione Malesia – out of border. Come spiegato, la mostra si incentra sul viaggio fatto da Luca, appunto, in Malesia e sugli usi così distanti dai nostri delle popolazioni tribali che la abitano. Per mia fortuna l’articolo è riuscito ad arrivare all’attenzione del fotografo napoletano, fatto a cui segue una classica conversazione di cordiali ringraziamenti e complimenti reciproci. Tra un “grazie a te” e un “no, grazie a te”, fisso il biglietto da visita di Luca sulla scrivania – che mi sono procurata con destrezza proprio al Palazzo delle arti – e mi dico: «Daje, chiediglielo, Parte del discorso ha bisogno di te, il momento è propizio». Propongo un’intervista, che accetta subito calorosamente. Dopo più di un mese da quel giorno (tra peripezie mediche e impegni diversi e numerosi di entrambi) riusciamo finalmente a incontrarci. A questo punto, volendo aprire una parentesi di superficialità, mi chiedo per quale sfortunata incidenza astrale sia riuscita a trovare un momento comune di libertà proprio nel bel mezzo nel periodo più acneico che il mio volto ricordi da diversi anni a questa parte. La mia momentanea impresentabilità, però, non è per il buonsenso di cui sono dotata un valido motivo per rimandare a chissà quando la chiacchierata.

Ci diamo appuntamento proprio all’esterno del PAN e, per la prima volta nella mia trascurabile carriera da intervistatrice, non ho domande già pronte. Lo incontro con semplicemente qualche appunto sottobraccio sui suoi lavori, prevedendo un amichevole e felice dialogo davanti a qualcosa di caldo da bere nel frattempo. Le mie aspettative non si discostano più di tanto dalla realtà, se non fosse che invece di bere mi sono data all’ingrasso con gli spuntini servitici al bar. Per un attimo ripenso a tutto il tempo trascorso da quando gli proposi la prima volta questo incontro e al fatto che, per due volte di fila, mi abbia parlato di alcuni fantomatici ragazzi del corso da portare in gita che lo tenevano impegnato. Allora la prima domanda, dopo aver esordito con un sentito «Finalmente!», è proprio: ma quali ragazzi? Ma quale corso?

«Tengo dei corsi di fotografia di base a dei ragazzi, che non pretendono di seguire lezioni di livello avanzato» mi spiega «però sono tutti ragazzi che vogliono avvicinarsi al mondo della fotografia e che tempo fa, sapendo della mia attività, mi chiesero di insegnare e sono già al terzo corso. Mi diverto, anche se molte volte ho a che fare con ragazzi che non sono motivati nemmeno dalla passione e mi chiedo che vengano a fare da me. Non che io pretenda di insegnare a fondo la tecnica, ma voglio trasmettere il piacere di fotografare. Quando ho la macchina fotografica in mano sono molto più tranquillo, sereno. È uno strumento che mi permette di entrare in contatto con le persone e questo è molto bello, perché sono una persona timida e non mi avvicinerei mai a qualcuno semplicemente per parlargli, con la macchina fotografica è tutta un’altra cosa».

© Luca di Martino

© Luca di Martino


Quando ho la macchina fotografica in mano sono molto più tranquillo, sereno. È uno strumento che mi permette di entrare in contatto con le persone


L’inseparabile fotocamera è lì con lui anche durante l’intervista e, anche se non sta scattando, questo suo potere terapeutico deve comunque fare effetto, perché Luca non sembra affatto imbarazzato. Anche se, va detto, io non sono certamente una persona capace di mettere qualcuno in soggezione, semmai mi succede molto spesso il contrario. Continua poi a parlarmi del suo corso, incentrato sulla storia della fotografia e i rudimenti tecnici, lezioni che culminano nella realizzazione di un progetto a tema. Da qui però ritorno a chiedergli di quel filtro tra lui e gli altri che è l’obiettivo, del fatto che i suoi scatti siano principalmente ritratti. Mi spiega che ci sono due tipi di ritratto fotografico: quello in studio e quello en plein air. Il primo, paradossalmente, è quello più difficile, «perché ti trovi in un ambiente non tuo, asettico, con le luci fortissime che ti oscurano e devi tenere in considerazione l’imbarazzo del soggetto». Un impaccio da lui sicuramente condiviso, visto che dice di avere difficoltà a stare dall’altra parte della camera («Non devono neanche provarci a farmi le foto!»). Qui arriviamo dunque agli esempi di ritratto all’aperto, quelli prediletti da Luca, che parla di quanto sia importante instaurare un rapporto di confidenza con il soggetto. Introduce il progetto Malesia e racconta di non aver fatto fotografie nel primo periodo di soggiorno nei villaggi, proprio per permettere agli abitanti locali di abituarsi alla sua presenza.

© Luca di Martino

© Luca di Martino

Mentre mi racconta dell’esperienza con le tribù arriva il cameriere, ci interrompiamo per un paio di minuti per cominciare ad avventarci (o meglio, -mi) sul cibo. Si offre di pagare e io, da brava spilorcia quale sono, non mi ribello più del socialmente consentito alla decisione, anche se prima di arrivare all’appuntamento mi tormentavo dubbiosa sul dover offrire o no lo spuntino. I fatti sono stati favorevoli a me e al mio portafogli. Proprio mentre mordo una pizzetta con la raffinatezza di un irlandese ubriaco al pub, Luca mi parla di come si sia avvicinato al mondo della fotografia in Nepal, viaggio da cui nasce la sua prima mostra. Avendo studiato regia, il suo obiettivo era quello di girare un reportage sulle religioni. «In questi posti la concezione della fede è particolare: il capofamiglia è allo stesso tempo buddhista, induista, animista… e mentre magari prima di pranzo ha gettato il riso nel fuoco per Buddha, dopo esce fuori e taglia la testa a una gallina per Shiva», racconta. «Ad ogni modo, io ero lì per realizzare un documentario, se non fosse che dopo poco tempo mi si ruppe una scheda di memoria. Avendone ormai solo una, mi sono detto: mi godo il viaggio e faccio delle foto per me». Da qui, tra vicissitudini e un po’ di fortuna, riesce ad allestire l’esposizione, prima a Napoli e poi a Milano. Poi però aggiunge: «Io oggi, quando vedo quelle foto, quasi mi vergogno. Non mi piacciono, se non come ricordo. Sono tutti ritratti e tutti decontestualizzati. Con dei primi piani così stretti racconti la persona e l’emozione, mentre invece nell’ultimo lavoro (Malesia – out of border, ndr) c’è anche tutto l’ambiente a circondare il ritratto e questo è sicuramente un passo avanti». Ed è vero, il progetto dedicato al Nepal è prevalentemente composto da ritratti e noto che la maggior parte degli scatti mostra dei bambini. Gli chiedo il perché della scelta, il fotografo mi risponde spiegandomi che erano loro gli unici a parlare in inglese e con cui fosse quindi possibile comunicare: «L’inglese è stato inserito nelle scuole solo dodici anni fa. Ovviamente lo parlano a un livello elementare, ma che permette di comunicare. I bambini fino a tredici anni conoscono l’inglese, se ne hanno quattordici no». In più secondo lui «fotografare un bambino è molto più facile, non solo sono più spontanei, ma una foto fatta a un bambino – anche se non è bello da dire – ha molto più “successo”».


In questi posti la concezione della fede è particolare: il capofamiglia è allo stesso tempo buddhista, induista, animista… e mentre magari prima di pranzo ha gettato il riso nel fuoco per Buddha, dopo esce fuori e taglia la testa a una gallina per Shiva


Il merito dell’evoluzione del lavoro di Luca – che prima era sicuramente di grande valore visivo ma che ora, in più, ha il pregio di essere incredibilmente eloquente – è di quelli che lui definisce i suoi maestri, Sergio Siano e Roberto Stella. Grazie a loro i reportage sono riusciti a diventare l’espressione completa di empatia e testimonianza, ma pare abbiano ancora un difetto: «Con i reportage, come puoi ben immaginare, non si guadagna. Con il lavoro sulla Malesia sono riuscito appena a pareggiare le spese». Mentre lo dice, io continuo a ingozzarmi di patatine e penso a quanto poraccia sia stata a lasciare che lui offrisse tutto questo bendidio. Poi però ricordo di aver comprato il catalogo della mostra e che io invece, col mio lavoro, ci rimetto soltanto e mi sento subito meglio. «Solo la mostra» continua «mi è costata più di quattromila euro. Le stampe delle foto, il libro… le copie le ho dovuto comprare io, per poi rivenderle per dare il guadagno in beneficenza. Non ho raggiunto la quota che volevo, quindi non si costruirà più una palafitta come desideravo fare, ma si fonderà una ONG a Londra per migliorare la vita di questi popoli. Non che vivano male, ma possiamo, ad esempio, fornire un motore per le barche. Le mie fonti di guadagno sono i corsi, le still life, la moda, i ritratti. Eppure mi piacciono molto meno che raccontare una storia, preferisco sicuramente partire e andare in un posto ai più sconosciuto».

© Luca di Martino

© Luca di Martino

Alcuni di questi reportage vengono commissionati, ma non è il caso della Malesia. «In realtà» racconta «volevo andare in Mongolia. Però era estate e sarei rimasto venti giorni, quindi sono stato convinto ad andare in un posto dove ci fosse il mare. Non abbiamo mai fatto un bagno. O meglio, io non l’ho fatto, perché alle sei o alle sette ero già con gli abitanti del villaggio a costruire case, a coltivare. Questa è la cosa importante, quando si visitano certi luoghi, essere uno di loro. Per farti accettare, devi renderti utile e adottare le loro stesse abitudini, mangiare quello che mangiano loro, dormire a terra con loro. Paradossalmente sto meglio là che qua». Al che io ripenso alla pizzetta buonissima già citata e mi chiedo se mai avrei il coraggio di dire anch’io che preferirei dormire per terra piuttosto che avvolta nel mio caldo e amato piumone. Una vita senza pizzette, questa cosa non riesco proprio a immaginarla, mi sembra il peggiore degli incubi.

Racconta inoltre di quanto genuina sia la vita in questi villaggi, dove ci si sveglia al sorgere del sole e ci si addormenta quando fa buio. Non ci sono monete, si baratta e si formano delle comunità in cui il ruolo del capo-villaggio è semplicemente quello di supervisore: si assicura che tutto sia ripartito equamente tra i componenti della tribù, non ha alcun tipo di privilegio. Se funzionasse così anche nel nostro occidentale (e non per questo migliore) mondo, probabilmente talenti artistici come quelli di Luca non si ritroverebbero a sentirsi fortunati semplicemente per non aver rimesso niente dal proprio lavoro. D’altra parte, bisogna ricordare che Di Martino nasce come regista, ma da videomaker si è ritrovato a fare i conti con committenti che svalutavano il suo operato. Anche per questo passa alla fotografia. Insomma, non che abbia dato una svolta radicale alle sorti del suo conto in banca, ma quando si nasce artista non si può morire ingegnere. Noi gli auguriamo comunque di avere tanto successo da poter comprare una scorta a vita di ottime pizzette.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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