Noi e la Giulia al cinema: cinque film italiani contro le mafie

0

film mafia

Cosa succede se i cinque proprietari di un agriturismo, minacciati da un camorrista richiedente il pizzo, decidono di non sottostare ai suoi soprusi? Edoardo Leo ha deciso di raccontarcelo nel suo nuovo film Noi e la Giulia, una commedia pro-legalità che incoraggia a prendere posizione contro la criminalità organizzata. Un film che sicuramente non crea un precedente: il tema è stato ampiamente trattato da più prodotti del cinema italiano, spesso raccontando le storie di chi a questo scontro con le mafie non è sopravvissuto. Vi consigliamo cinque storie esemplari.

I cento passi

Metti caso, proprio tu che stai leggendo, di essere imparentato con un mafioso. Ipotizza anche che questo tuo parente, per essere precisi tuo zio, venga ucciso quando sei ancora un ragazzino e che tu scopra così l’esistenza della mafia. Aggiungi che vivi in un paesino della provincia di Palermo abbastanza piccolo da farti distare solo cento passi dalla casa di un boss chiamato don Tano, rispettatissimo da tutti i cittadini. Per sentirsi vicino a tutto questo Giuseppe “Peppino” Impastato non ha dovuto fare nessuno sforzo di immaginazione: questa è stata la sua vita e il fatto di dover convivere con un padre da lui definito «un leccaculo» non lo rendeva particolarmente felice. Peppino, la mafia, voleva combatterla. Per questo fondò Radio Aut, ma il suo lavoro e la sua sfacciataggine gli costarono la vita. Questo film è il racconto di un’esistenza sacrificata per la lotta all’illegalità, un omaggio a un uomo esemplare che è un dovere morale conoscere.

Il divo

film mafia

Il divo fu uno dei tanti soprannomi dati a Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio. Questa è infatti la biografia di uno dei più potenti e noti politici della storia italiana e parlarne in riferimento alla criminalità organizzata sembra un controsenso. Eppure nella storia di Andreotti la mafia è un elemento fondamentale, che ha scalfito irreparabilmente la sua reputazione. Il film di Sorrentino si apre con l’elenco di una serie di omicidi, tra cui quello del generale Dalla Chiesa e del magistrato Falcone. Questi e altri delitti furono ricollegabili alla figura del presidente, come ci riassumono le testimonianze dei pentiti all’interno della stessa pellicola e come ancor più efficacemente descrivono le parole rivolte da Eugenio Scalfari direttamente allo statista.

«Dunque, presidente, è un caso che i familiari di alcune persone assassinate la odino? La odia il figlio del generale Dalla Chiesa: dice che c’è la sua mano nell’omicidio del padre. La odia la moglie di Aldo Moro che la ritiene uno dei responsabili della morte del marito. È un caso che la odi la moglie del banchiere Roberto Calvi? Dice che lei minacciò prima e ordinò poi l’omicidio di Calvi. Dice che non l’uccise lo Ior, ma due persone: Andreotti e Cosentino, che adesso è morto. E poi mi domando: è un caso che lei fosse ministro dell’Interno quando Pisciotta è stato assassinato con un caffè avvelenato? Si disse che Pisciotta avrebbe potuto rivelare i mandanti dell’omicidio del bandito Giuliano. È un caso che il banchiere Michele Sindona sia stato assassinato allo stesso modo? Anche lui, costretto in carcere, avrebbe potuto fare rivelazioni fastidiose. È un caso che tutti dicano che lei abbia ripetutamente protetto Sindona? È un caso che il suo luogotenente Evangelisti abbia incontrato Sindona da latitante, a New York, in un negozio di soldatini? È un caso quello che dice il magistrato Viola, che se lei non avesse protetto Sindona non sarebbe mai maturato il delitto Ambrosoli? E ancora: è un caso che lei annota tutto scrupolosamente nei suoi diari e dimentica di annotare del delitto Ambrosoli? Ed è un caso che nel triennio ’76-’79, quando lei era presidente del Consiglio, tutti i vertici dei servizi segreti erano nelle mani della P2? È un caso che nei suoi ripetuti incontri con Licio Gelli, capo della P2, parlavate – solo ed esclusivamente – dei desaparecidos sudamericani? Così ha detto lei: «Solo chiacchiere amichevoli». Infine, è un caso che lei sia stato tirato in ballo in quasi tutti gli scandali di questo Paese? E tralascio tutti i sospetti che aleggiano sui suoi rapporti con la mafia. Insomma – come ha detto Montanelli – delle due, l’una: o lei è il più grande, scaltro criminale di questo Paese, perché l’ha sempre fatta franca; oppure è il più grande perseguitato della storia d’Italia. Allora le chiedo: tutte queste coincidenze sono frutto del caso o della volontà di Dio?»

Fortapàsc

film mafia

Premettendo che io stessa vivo nella città in cui ha sede Radio Siani, intitolata a suo nome, che la co-fondatrice del sito Anna abita lì, a Torre Annunziata, dove Giancarlo ha vissuto e fu assassinato, e che la nostra collaboratrice Federica, che anche lei ogni giorno percorre quelle strade che erano familiari anche a Siani, ci aveva parlato di lui in un articolo, è facile giungere alla conclusione che una gran parte di noi è molto legata alla figura del giornalista. Qualcuno aveva considerato la sua storia degna di essere ricordata prima di Parte del discorso, ovviamente: abbiamo già citato il lavoro di Radio Siani, ma ricordiamo anche Bruno De Stefano – e i tanti altri scrittori che ne hanno ricostruito la biografia – e soprattutto Marco Risi. Regista di Fortapàsc e figlio del celebre Dino, ha raccontato nel suo film (certamente non impeccabile, ma di grande valore commemorativo) le dinamiche dell’uccisione del giornalista. Un ragazzo come molti, che nel pieno degli anni Ottanta ascoltava Vasco Rossi, faceva l’amore, rincasava tardi, ma che diversamente dagli altri aveva il coraggio di non tacere. Però la camorra sa come zittire chi parla troppo e di certo non usa le buone maniere.

La mafia uccide solo d’estate

film mafia

Quando Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, fu premiato agli European Film Awards per aver realizzato la Migliore commedia, ritirò la statuetta dedicandola a tutte le vittime della criminalità organizzata e aggiungendo «In Europa, non c’è il reato di associazione mafiosa e questo è una vergogna». Il regista, alla prima impresa cinematografica, si è già fatto precedentemente conoscere per il suo Il testimone, trasmesso da MTV, in cui la storia fatta di faide e clan della sua natia Palermo era stata più volte raccontata. Sembra un controsenso definire “commedia” una pellicola che parla di mafia, ma la leggerezza con cui viene affrontato l’argomento è sorprendente. Va anche detto che il felicissimo accento siciliano di Diliberto è difficile da prendere sul serio: ogni volta dalla tv sento la sua voce sfodero un sorriso che mi percorre il viso da un orecchio all’altro. Eppure le risate di La mafia uccide solo d’estate sono accompagnate da un’amara denuncia e il risultato è tutt’altro che un prodotto disimpegnato che ridicolizza il fenomeno mafioso. Il film è il racconto agrodolce di una realtà che influenza la vita anche di chi si considera estranea a essa.

La trattativa

Qual è il ruolo della politica nella persistenza del fenomeno mafioso? Perché questo fatto umano, come lo definiva Falcone, non vede ancora la sua fine? Sabina Guzzanti ha cercato di spiegarlo e il risultato è quantomeno sperimentale. La sua ricostruzione, presentata a Venezia, mostra con interviste e grottesche recitazioni (la stessa Guzzanti truccata e acconciata a dovere interpreterà Berlusconi) il ruolo per nulla marginale della politica nella sopravvivenza e nella crescita della criminalità organizzata, dalla strage di Capaci alla nascita di Forza Italia. Uno spettacolo nello spettacolo nello spettacolo, o meglio una recita all’interno di un film inserito in quella grande farsa che è la trattativa Stato-mafia. Perché la più grande messa in scena è l’Italia stessa.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

No comments

Potrebbero interessarti

In foto, la cantautrice inglese Florence Welch, autrice del brano Hunger

Abbiamo tutte fame

"A 17 anni, ho iniziato a lasciarmi morire di fame/ Pensavo che l'amore fosse un tipo di vuoto/ Ma almeno  ho capito in quel momento ...

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi