8 marzo, oggi non festeggio

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festa della donna

Foto © Paola Agosti

Quando comincerai a vedere il mondo in un modo diverso, il mondo comincerà a cambiare. Partiamo da questo istante, in cui sto ascoltando Salva Gente dei grandissimi Marta sui Tubi. Partiamo dal momento in cui io, una persona, sto aspettando con timore l’ora in cui qualcuno con cui ho perso i contatti da tempo – e con cui magari non ho voglia di riprenderli – mi scriverà o chiamerà per farmi gli auguri o per offrirmi ingressi gratuiti nei locali. Perché, è forse il mio compleanno? No, e anche in quel caso non amo particolarmente essere sommersa da messaggi e telefonate. Ad ogni modo, lo farà perché è l’8 marzo, la “Festa della donna” (che una festa non è, ma una giornata internazionale). Quindi qualcuno celebrerà al posto mio il fatto di essere nata con una coppia di cromosomi sessuali uguali, ricordandomi quanto sia fantastico essere una femme fatale e lasciandomi chiedere come si sia potuto perdere così tanto di vista l’obiettivo di questa ricorrenza.

Eccoli, cominciano a comparire: post su Facebook con frasi dedicate a queste donne che sono così, dolcemente complicate, sempre più emozionate, delicate. Queste donne che sono madri, sorelle, amiche, mogli, amanti, colleghe e all’occorrenza anche ottimi pezzi d’arredamento. Se questo è davvero il fulcro della celebrazione, allora, perché non c’è anche una festa degli uomini, per commemorarne virilità e forza fisica? Semplice: perché l’8 marzo non è nato per essere questo, la fiera del cliché, e mi rifiuto di condividere questa esaltazione buonista e fortemente stereotipata della categoria in cui ci si aspetta che mi identifichi. Partendo quindi dal presupposto che la Giornata internazionale della donna sia prima di tutto un modo per ricordare le conquiste, in materia di diritti, collezionate negli anni da quello che De Beauvoir definirebbe “il secondo sesso”, vi spiego perché io non ho comunque motivo di festeggiare.

La denominazione stessa della data, della donna, è grossomodo fuorviante. Avendo già appurato che l’obiettivo è sensibilizzare contro la discriminazione sessuale, allora perché non denominarla “Giornata internazionale per la parità di genere”? Soprattutto, è davvero possibile celebrare questa parità? No. Non si può perché non è stata ottenuta. Lo dimostra il fatto che l’ONU, la stessa organizzazione che ufficializzò questa ricorrenza, si ritrova oggi a promuovere un’iniziativa (lodevolissima) come #HeForShe e a chiedere agli uomini: «Voi che ci portate le mimose e poi ci date delle sgualdrine se non siamo sessualmente disponibili con voi, siete sicuri di star facendo davvero qualcosa per noi donne?». Sto parafrasando, ma il senso del terzo grado di Emma Watson è grossomodo questo.

Ecco, altre condivisioni sui social a tema “donne, creature meravigliose”, con grafiche pessime che manco Expo 2015, da parte di quelle stesse persone che strabuzzano gli occhi quando ammetto di non volere figli, che mi dicono che tenere le mie ovaie a riposo mi rende una «donna inutile» o che cercano di convincermi del fatto che un giorno cambierò idea. Un altro motivo per non festeggiare oggi dovrebbe essere proprio questa soffocante ipocrisia, di cui è affetta una società che ci vuole tutte mamme e dimostra il suo falso perbenismo volendo le donne libere per poi giudicarle con una subdola imposizione di ruoli. Una situazione che ha spinto Nicoletta Nesler e Marilisa Piga a girare il documentario Lunàdigas. Il titolo è un termine sardo con cui vengono definite le pecore sterili e questa raccolta di testimonianze vuole mostrare le storie di quelle persone che hanno deciso – pur avendo amato, pur avendo un lavoro, pur non essendo infeconde – di non volere figli. Sono rivolti anche a loro i vostri auguri? Sono forse loro “meno donne” di quel modello antiquato che celebrate l’otto marzo, pensando di esaltare la femminilità?

Tra le protagoniste del lavoro delle due registe c’è Margherita Hack, l’astrofisica italiana che di mettere al mondo qualche marmocchio se n’è altamente fregata. Lei, la stessa persona che professava la sua indifferenza nei confronti della Festa della donna («Perché non credo nella divisione tra donne e uomini. Siamo tutti cittadini con uguali diritti e uguali doveri, quindi mi ha fatto sempre un po’ ridere quest’idea della Festa della donna»), che per affermarsi ha dovuto lottare il doppio degli uomini. Una scienziata che ha combattuto per far riconoscere i suoi meriti, incontestabili seppur appartenenti a una donna, e che però non si è fatta coinvolgere da questo tripudio di fiori e sviolinate. Evidentemente, anche lei è stata consapevole del fatto che le sue lotte non erano un punto d’arrivo, ma parte di un movimento che ancora fatica a farsi valere: il femminismo.

In definitiva, dunque, cosa mi viene chiesto di festeggiare oggi? Gli stipendi impari, la percentuale minima di figure di potere femminili, le violenze sessuali, le discriminazioni, i limiti imposti? Ecco cosa mi chiedo. Nessuno però mi ha mai risposto, quindi l’ho fatto da sola (Marzullo, sii fiero di me) e mi sono detta: è vero, non c’è nulla per cui far festa, ma come puoi notare c’è tanto per cui lottare quotidianamente.

Torniamo a questo istante. Salva Gente, Marta sui Tubi. Continuo ad ascoltare questa canzone mentre arrivano i messaggi, ma io oggi non festeggio. Oggi non festeggio, perché non credo che la mia identità e la mia volontà siano definite dal mio corredo cromosomico. Oggi non festeggio, perché non ho bisogno che nessuno celebri una versione stereotipata e lontana dalla realtà della mia femminilità. Oggi non festeggio, perché ho voglia di approcciarmi alla società in un modo diverso e cambiarla e, per farlo, comincerò col comportarmi come un qualunque essere umano, comincerò a celebrare la mia individualità e non la mia identità sessuale. Tenetevi le vostre mimose e riconoscete i miei diritti, perché io continuerò a comportarmi come se li avessi. “Quando comincerai a vedere il mondo in un modo diverso, il mondo comincerà a cambiare”.

#OGGINONFESTEGGIO

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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