#ARTforshe 4 – Riflessioni e descrizioni di femministe nero su bianco

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Copertine dei libri citati di seguito

«L’idea di fondo è che dalle elementari al liceo ci siano corsi che, dimenticando i luoghi comuni in primo luogo, rimandino ad un’idea di storia, letteratura e costruzione del mondo in cui si racconti anche il contributo delle donne». Queste sono le parole di Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato autrice di un disegno di legge che mira a introdurre l’educazione di genere nella scuola pubblica, a dispetto di un’istruzione che attualmente «ignora quanto l’altra metà del cielo ha fatto in tutti campi». La descrizione è più che mai veritiera e basta aprire un qualunque libro di Italiano o Filosofia per rendersene conto, così come è necessario fare un giro nella sezione Donne in libreria, dove ai saggi di teoria femminista si affianca Sposati e sii sottomessa di Costanza Miriano (storia vera, lo assicura la sottoscritta).

È però tra gli stessi scaffali che in quell’occasione trovai anche Il secondo sesso, della filosofa e scrittrice Simone de Beauvoir, presa in considerazione dai testi scolastici solo in quanto compagna di Sartre, pur essendo stata lei stessa un’insegnante.

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Accanto dunque a un romanzo definito retrogrado e integralista, che impone la visione di una donna col dovere di «uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio», era esposta l’opera della femminista francese e tutto ciò che mi era concesso fare era immaginare le nere lettere stampate disposte a comporre frasi come «Se oggi la femminilità è scomparsa, è perché non è mai esistita» scalpitare nel tentativo di uscire dalle pagine e darsi all’attacco armato del sopracitato compagno di mensola. Perché la de Beauvoir, che probabilmente non è mai stata tra le letture preferite della Miriano, non si limita a liquidare la questione della sottomissione femminile come un valore innato e innegabile, ma sulle pagine del suo saggio tesse un’analisi minuziosa atta alla ricerca delle cause di quest’ultima partendo dalle origini biologiche. Inutile dire che qualunque apparente motivazione naturale viene razionalmente confutata dall’autrice. L’analisi dell’evoluzione storica della società – che passa dall’ancestrale matriarcato, in cui il mistero della vita poneva la donna in una sacra condizione di prestigio, al patriarcato – culmina scorgendo nella nascita della proprietà privata la condizione di sottomissione della donna. Viene infatti riportato il caso eccezionale di Sparta, in cui il regime comunitario era prevalente e la parità era difatti superiore alla norma: «Le ragazze erano educate come i maschi; la sposa non era relegata nel focolare del marito; […] il cittadino privo di beni propri e di discendenza personale, non possedeva neanche una sua donna». È però nel Medioevo che si può percepire un ulteriore sviluppo della struttura economica e, di conseguenza, della società: i feudatari cadono sotto la supremazia del potere regale, dunque i doveri dei signori si riducono a una prestazione in denaro e la tutela sparisce. Questo perché «la donna non poteva fare il soldato, ma era in grado quanto l’uomo di assolvere un impegno in danaro», dunque godeva di eguali diritti, governava il feudo che possedeva amministrandone la giustizia. Si cominciano però a creare i primi paradossi, di cui ancora oggi subiamo gli effetti. All’interno del matrimonio, lo sposo diviene custode dei beni comuni e dunque l’emancipazione rimane possibile solo col rifiuto (malvisto) delle nozze. Sembra logico far coincidere dunque l’asservimento della donna con la voglia di possesso. Non a caso, con l’abolizione della servitù della gleba, fu possibile verificare la condizione di totale uguaglianza vissuta dagli sposi nelle piccole comunità. De Beauvoir scrive: «la donna non è una cosa né una schiava; questi sono lussi da uomo ricco; il povero sperimenta la reciprocità del vincolo che lo lega alla sua metà; nel lavoro libero, la donna conquista un’autonomia concreta, perché ritrova un posto economico e sociale. Farse e favolelli medievali riflettono una società di artigiani, di piccoli commercianti, di contadini, ove il marito non ha sulla donna altro privilegio che di poterla picchiare: ma ella oppone l’astuzia alla forza e gli sposi restano pari. Mentre la donna ricca paga con la sottomissione il suo ozio». Questa è però la sintesi di meno di un terzo dell’opera, divisa in due libri (I fatti e i miti L’esperienza vissuta), che fanno del corposo trattato la Bibbia del femminismo.

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La storia del movimento ha visto tantissime donne lottare per il miglioramento della propria condizione. Una di queste era Mary Wollstonecraft, scrittrice considerata una dei capisaldi dell’ideologia femminista. Il marito William Godwin racconta la sua vita e il suo impegno civile e artistico in un’omonima biografia. Cita le sue stesse parole tratte dall’incompiuto L’oppressione della donna parlando dell’infanzia della protagonista – di ispirazione autobiografica – trascorsa in un nucleo familiare estremamente patriarcale, in cui «le continue limitazioni nelle faccende più banali, l’incondizionata sottomissione a ordini che, perfino da bambina, le sembrarono ber presto del tutto irragionevoli in quanto contraddittori e incoerenti, e il fatto di essere obbligata a stare per tre o quattro ore in presenza dei suoi genitori senza poter osare proferir parola». Mary fu, secondo la postuma descrizione del coniuge, una bambina che «non ha mai apprezzato le bambole […] ed è sempre stata più propensa a praticare quegli esercizi dinamici e pericolosi che praticavano i suoi fratelli». Manifestò precocemente la necessità di indipendenza dal nido e si dimostrò essere una persona di incredibile fermezza e al contempo dotata di immensa sensibilità. Fu governante delle figlie di Lord Kingsborough, sottoposte dalla madre a rigide restrizioni perfino riguardo i libri che era loro permesso di leggere. Mary «restituì immediatamente la libertà alle ragazze», guadagnandosi il loro affetto e un trattamento di tutto rispetto all’interno della famiglia. È nel 1792 che pubblicò il lavoro che l’avrebbe resa nota nei secoli a venire: William Godwin la definisce come «un’opera incostante e molto lacunosa nel metodo e nella forma», ma aggiunge anche che «se si considera l’importanza delle idee e la grandezza del genio, sono sicuro che sarà letto finché la lingua inglese esisterà» e che ha il merito di «rappresentare e difendere quella parte dell’umanità la quale stava soffrendo sotto un giogo che, con il passare del tempo, aveva degradato la donna da essere razionale a qualcosa di simile a una bestia». A questa descrizione corrisponde I diritti della donna.

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Mary e William considerarono il matrimonio con diffidenza, un vincolo non necessario che privava il sentimento della sua spontaneità, riducendolo a un riconoscimento pubblico. Anche se, come le biografie ci insegnano, finirono comunque per sposarsi. Chi invece avrebbe voluto piacevolmente venir meno al sentito obbligo di indossare l’abito bianco è Evelyn Couch, personaggio del romanzo Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg. È una femminista che non ha il coraggio di definirsi tale per paura di sentirsi dare della lesbica, così come una moglie, una madre e un’amante contro la sua volontà, costantemente vessata dalla paura del giudizio altrui. La pressione della sottomissione è la sua quotidianità, capisce di non aver mai desiderato il matrimonio quando ha ormai già due figli («Il movimento di liberazione della donna è arrivato troppo tardi per me!»). Le sue riflessioni sono un’efficace e spesso comica sintesi della filosofia femminista. Il marito è un uomo arrogante, lo specchio perfetto dell’ideale patriarcale, che fa della povera Evelyn il suo scendiletto e lei, pur non essendo religiosa, si conforta del fatto che questo suo ruolo di sottomessa venga difeso, se non esaltato, nella Bibbia. L’insicura, soggiogata donna di queste pagine è alla costante ricerca dell’approvazione altrui e per una vita ha sacrificato la sua felicità per ottenerla. Arrivata vergine al matrimonio, il suo rapporto col sesso è di totale inibizione: finge l’orgasmo per non sentirsi frigida, ma non riesce a godere dell’amplesso perché rilassarsi la fa sentire una “ragazzaccia”, eppure questo non basta a renderla immune dalle offese tipicamente rivolte alle donne. «Perché,» si chiede Evelyn «quando gli uomini volevano umiliare gli altri uomini, li chiamavano donnicciole? Come se fosse la cosa peggiore del mondo. Che cosa abbiamo fatto per essere considerate in questo modo? Per essere chiamate vacche?». Proprio dopo essere stata insultata da un ragazzo in un supermercato, la rabbia comincia a ribollire e dal rancore nasce il suo alter ego, Towanda la vendicatrice. Sarebbe stata lei, nella sua fantasia, ad andare a caccia di molestatori, a demolire i canoni estetici femminili di Hollywood, a promuovere l’uguaglianza politica e a punire l’apostolo Paolo per aver imposto alle donne il silenzioso ruolo delle schiave domestiche. Nel romanzo è il solo personaggio ad affrontare esplicitamente il tema della discriminazione di genere, ma sono significative anche Idgie ThreadgoodeRuth Jamison: la prima è il meno convenzionale personaggio femminile che io abbia mai incontrato in un libro, forte, determinata e incredibilmente istintiva, l’altra ha invece il coraggio di fuggire dal marito violento e possessivo, reo di averla più volte picchiata e violentata, nel 1928, anno in cui venire meno al sacro vincolo del matrimonio era più o meno come avere l’ebola e starnutire sui passanti.

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I primi decenni del Novecento furono vissuti anche da un’importantissima autrice e militante femminista, Virginia Woolf, che nell’ottobre 1928 tenne due conferenze, successivamente modificate e ampliate in un saggio dal titolo Una stanza tutta per sé. In quest’opera l’autrice ripercorre il ruolo delle donne nella storia della letteratura, mettendo in luce le contraddizioni di una società come quella inglese contemporanea a Shakespeare che racconta le donne (per citare le più celebri: Cleopatra e Lady Macbeth) e allo stesso tempo impedisce loro di scrivere. La Woolf ipotizza infatti l’esistenza di una sorella del drammaturgo, talentuosa e volenterosa, destinata però per il suo essere donna alla derisione e all’emarginazione, fino a essere spinta al suicidio. Si passa poi all’età vittoriana, durante la quale le scrittrici erano costrette a usare pseudonimi maschili per proteggere i propri lavori da pregiudizi di genere: è il caso di Jane Austen e delle sorelle Brontë. Particolare enfasi viene posta sulle lapidarie opinioni maschili, ree di privare le aspiranti letterate di ogni speranza. Vengono citate le poesie di Lady Winchilsea, una nobile indignata per la condizione delle donne che scriveva: «Più dall’Educazione che non dalla Natura / raggirate; impedita ogni crescita mentale, / ignoranti per norma e per destino». La carriera letteraria, ritenuta un «presuntuoso sbaglio», può infatti compromettere il valore morale della donna, che è tenuta a bramare doti come «buone maniere, moda, ballo, giochi e vestiti». Questo generalmente diffuso biasimo è generato dall’idea che le donne non siano per loro natura irrequiete, non considerando che queste «hanno bisogno come i loro fratelli di esercitare le loro facoltà e di avere un campo per i loro sforzi […] ed è meschino da parte dei loro simili più privilegiati dire che esse dovrebbero limitarsi a fare budini e a sferruzare, a suonare il piano e a ricamare borsette». Secondo Virginia Woolf, sono diversi gli elementi che negano alle donne una funzione attiva all’interno della produzione letteraria. Tra questi non vi è solo il giudizio degli uomini, che cercano di dimostrare che la migliore delle donne «sia intellettualmente inferiore al peggiore degli uomini», ma anche una mancata indipendenza economica e sociale, che non permette loro di godere del necessario per la scrittura di un romanzo: denaro, supporto e una stanza tutta per sé. Il viaggio della Woolf approva fino al XX secolo, delineando un quadro completo dello sviluppo del ruolo delle donne nel panorama letterario.

Senza fiducia in noi stessi siamo come bambini in culla. E come possiamo generare in noi, più rapidamente possibile, questa imponderabile eppure inapprezzabile qualità? Pensando agli altri come esseri inferiori a noi. Sentendo che abbiamo qualche superiorità innata rispetto agli altri – può essere la ricchezza o il rango, il naso diritto o il ritratto del nonno fatto da Romney (poiché i patetici sotterfugi dell’immaginazione umana sono infiniti). Di qui l’enorme importanza, per un patriarca che deve conquistare, che deve governare, la possibilità di sentire che un gran numero di persone, la metà della razza umana, invero, è per natura inferiore a lui. Anzi dev’essere una delle fonti principali del suo potere. […] Perciò Napoleone e Mussolini insistono tanto enfaticamente sull’inferiorità delle donne, perché se esse non fossero inferiori cesserebbero di ingrandire loro.

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Infine (quasi) c’è lei, J.K. Rowling, la donna che ha il merito di aver avvicinato una generazione e quelle successive alla lettura, di aver spinto dei bambini incantati dal mondo magico da lei creato a diventare dei divoratori di pagine stampate. La saga di Harry Potter è ciò che di più perfetto la narrativa per ragazzi ci abbia donato per educare fin da giovanissimi al femminismo ed ho due diversi motivi per dirlo. Il primo riguarda la perfetta caratterizzazione dei personaggi femminili, incisivi quanto quelli maschili e per niente piatti, bidimensionali. Prima su tutte Hermione, parte essenziale del Golden trio e geniale strega, la più brillante della sua età. Penso poi anche a Luna Lovegood, mio personaggio preferito in assoluto, ragazza eccentrica e sempre divertentissima per i suoi imprevedibili atteggiamenti sopra le righe, sicuramente anticonvenzionale. C’è poi Molly Weasley, la forte donna sempre pronta a difendere i suoi figli che, quando Bellatrix cercherà di colpire Ginny con un Avada Kedavra, non esiterà a farla fuori all’urlo di «MIA FIGLIA NO, CAGNA!». Il secondo motivo per cui la zia Rowling merita di essere citata in questo articolo è che si definisce senza paura una femminista e lo ha dichiarato in difesa della cara Molly, facendo riferimento proprio al suo scontro con la Lestrange: «Agli inizi della scrittura della serie, ricordo una giornalista dirmi che la signora Weasley, “Be’, sai, è solo una madre”. E io ero assolutamente furiosa per quel commento. Ora, io mi considero una femminista, e ho sempre voluto dimostrare che solo perché una donna ha fatto una scelta, la libera scelta di dire “Be’, alleverò la mia famiglia e questa è la mia decisione. Potrei tornare a lavorare, potrei avere un lavoro part-time, ma è una mia decisione” non significa che questo sia tutto ciò che è in grado di fare. E come abbiamo attestato in quello scontro, Molly Weasley viene fuori e si dimostra alla pari di ogni guerriero sul campo di battaglia». Ecco perché il grintoso intervento del personaggio dell’ultimo libro della saga risulta essere il più significativo nella sua caratterizzazione: è quello che la rende una donna libera dallo stereotipo della casalinga fragile e dedita alle basilari mansioni domestiche. Mamma Weasley è pronta a uccidere e a mettere in gioco la propria vita per Ginny, certo, ma anche per la pace di tutto il mondo magico. Nella stessa intervista aggiunge infatti: «Non mi piace che le donne siano emarginate quando scoppia la battaglia, anche noi dobbiamo combattere». Le donne di Harry Potter sanno infatti essere anche personaggi tutt’altro che materni: lo dimostrano la malvagia Dolores Umbridge e la già più volte nominata Bellatrix Lestrange. La saga della Rowling è un caleidoscopio di femminilità.

Stefano-Benni

Come mi piace sempre fare per concludere, citerò un insospettabile e sono felice di farlo parlando di un uomo ogni volta che è possibile. Nell’articolo dedicato alla musica vi avevo parlato di Caparezza, in quello riguardante il fumetto di Zerocalcare, due inimmaginabili femministi italiani. Il nostro Paese ha però dato i natali anche a uno scrittore a cui va il merito di aver saputo raccontare l’universo femminile nel modo meno stereotipato possibile. È infatti sicuramente vero dire che è molto più semplice scrivere di un personaggio in cui sia naturale identificarsi, che corrisponda dunque al genere dell’autore. Scrivere di donne se si è un uomo può sembrare difficile, ma non è impossibile e Stefano Benni riesce a farlo evitando le banalità. Suo è il personaggio di Margherita Dolcevita, che è tutto fuorché stereotipato e che osa menzionare lo spinoso e misterioso tema della masturbazione femminile: dunque anche le donne anelano al piacere sessuale? Che scandalosa scoperta. Come faremo a vivere ora che la sacra, pura e innocente immagine delle nostre madri è irreversibilmente compromessa? Be’, a questo punto io consiglio la lettura di Le Beatrici, giusto per mettervi di fronte al fatto che, oltre che di un corpo tentato dall’erotismo, le vostre genitrici potrebbero essere pericolosamente munite anche di una personalità. Vi vedo già tremare. Le Beatrici non è un romanzo: è una raccolta di monologhi teatrali scritti da Benni e aventi ognuno come protagonista una donna, unica rispetto alle altre. L’attrice Valentina Virando ha avuto l’onore di interpretare uno di questi incredibili personaggi scaturiti dalla penna dello scrittore e descrive i modelli di cui l’universo femminile è schiavo come un prodotto dei «poteri dominanti attraverso i mass media. Poteri che in Italia sono in mano agli uomini». Quella di Benni non è sicuramente una visione fallocentrica della femminilità, una sessualizzazione forzata. Scrive plasmando personaggi che non confina in costrutti sociali e che non sono prodotti delle sue fantasie erotiche e quando sono pronti «volano via liberi». Non restano schiavi nemmeno del loro autore.

Come d’abitudine, vi chiedo di commentare citando gli autori e le opere che hanno lasciato il segno nel femminismo. Insomma, tutto ma non 50 sfumature di grigio.


Fonti:
1. Fedeli: "Educare contro gli stereotipi di genere fin da banchi di scuola" su Repubblica.it
2. Il secondo sesso di Simone de Beauvoir
3. The women of Harry Potter, intervista a J. K. Rowling e al cast
4. Le Beatrici, intervista a Stefano Benni tra donne, politica e la sua piéce teatrale di Elisa Murgese

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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