In inverno le mie mani sapevano di mandarino, Sergio Gerasi illustra la memoria

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Chi mi conosce sa che la mia memoria non è esattamente tra le migliori in circolazione: dimentico ciò che mi è stato appena detto, non ricordo i nomi delle persone, fatico a memorizzare perfino la data di nascita dei miei genitori e sono costretta a segnare ogni impegno su un’agenda, altrimenti smetterei anche di respirare, concentrata su altre attività. Okay, forse ho un pochino esagerato, vi concedo un’espirazione catartica. Chiunque si stesse preoccupando per me stia tranquillo: la mia condizione non è (per ora) patologica e, qualora vogliate consigliarmi di aprire la cerniera che ho sulla testa per migliorare la situazione, sappiate che non è questo il caso.

Chi invece ha la facoltà di gestire i propri ricordi, permettendo o meno alla memoria di fare il suo dovere, è Nani, il protagonista di In inverno le mie mani sapevano di mandarino, la grapich novel di Sergio Gerasi (esatto, la, sostengo che sia un sostantivo femminile e mi ostino a pensarla così). In breve: Nani è nato con una zip proprio al centro della testa, che quando è chiusa non permette ai ricordi di essere elaborati, quindi questi rimangono stagnanti all’interno della sua testa. L’unico modo per vivere un’esistenza normale è tenere la cerniera aperta, ma spesso l’oblio è la migliore alternativa alla sofferenza che il passato può creare. Allo stesso tempo, la nonna del protagonista si ritrova a lottare con un Alzheimer galoppante (nel caso ve lo stesse chiedendo: sì, la citazione a Scrubs è voluta), dunque il nipote dal cuore di marzapane decide di affrontare un viaggio alla ricerca di una memoria nuova da donarle.

La trama è farcita di elementi grotteschi al limite del satirico, che sfociano in un lavoro che, qualche secolo fa, avrebbe potuto portare la firma di Jonathan Swift. Senza fare importanti anticipazioni, basta sapere della lampo tra i capelli di Nani per intuire quanto fuori dal comune siano i personaggi della storia. Gerasi, d’altra parte, diventa un “fumettista caratterista”, capace con il suo tratto caricaturale e sopra le righe di accompagnare perfettamente questo aspetto della sceneggiatura, enfatizzando all’estremo le peculiarità di ogni soggetto. Eppure i protagonisti del fumetto riescono a mantenere una profonda umanità, commovente, sconvolgente e terribilmente reale. Non parlo soltanto dei drammi affettivi legati alla malattia della nonna o a quel passato che tanto si vorrebbe dimenticare, ma anche a comparse particolarmente incisive che descrivono perfettamente la nostra quotidianità: dalla malattia dell’invidia – che Pasolini avrebbe spiegato dicendo che «tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo» – ai venditori senza scrupoli, realizzando la caricatura di un mondo che è di per sé una parodia.

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Non ci si stupisce del fatto che Nani preferisca non ricordare nulla: eventi, persone, emozioni. Se ciò che ci circonda è infinitamente corrotto, se la vita ci destina inevitabilmente alla sofferenza, dimenticare diventa la soluzione più comoda. Eppure, come il titolo anticipa, la mente non è l’unica custode delle nostre memorie. Spesso i ricordi si insinuano dove non potremmo prevederlo: in un luogo, in un sogno, in un profumo. Ci resta sulle mani e non possiamo evitare che ci pervada le narici e ci investa con tutta la sua intensità. Raggirare il processo di archiviazione diventa impossibile. Pur cercando di ignorare le nostre cicatrici, queste torneranno a far male, finché non ce ne occuperemo e non faremo il necessario per rimarginarle.

Nani diventa in poche pagine il simbolo perfetto dell’uomo vittima degli eventi, dal pessimo tempismo e la sensibilità incredibilmente spiccata, con cui risulta difficile convivere. Eppure il nostro eroe umano, troppo umano non è certamente un vigliacco: affronta la malattia della cara nonna, il passato, le intemperie del viaggio e le assurdità del mondo. Il fumetto di Gerasi è il quadro perfetto di un’umanità gettata in acque sempre agitate, sballottata da un turbinio di situazioni ingestibili. L’obiettivo è non lasciarsi affogare. In fondo, che gusto c’è a farsi travolgere dagli eventi quando si può combattere?

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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