La Foja di una Napoli che ci piace raccontare

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Foja © partedeldiscorso.it / Giorgia Spizzuoco

Foto di Gorgia Spizzuoco

Nella musica dei Foja c’è indubbiamente qualcosa di molto intimo e il live ospitato nella libreria Il fuori orario di Napoli ne è la conferma: l’arrangiamento acustico, poche decine di spettatori e la presentazione del vinile Astrigneme cchiù fort, “Stringimi più forte”. Anche se difficilmente si riesce a immaginare di essere avvolti da un abbraccio ancora più vigoroso, considerando che le melodie folk del gruppo hanno la mistica facoltà di condensarsi in una stretta avvolgente, un contatto che viene percepito come fisico oltre che emotivo. Sarà che il legame dei napoletani con il loro dialetto d’origine non è mai di estraneità o che quei brani, fossero pure cantati in russo, sarebbero comunque toccanti all’estremo, ma quando Donna Maria‘o sciore e ‘o viento cominciano a riempire la stanza, trattenere la commozione è difficile, così come non si può restare fermi con Cca niente se fà e ‘a malia. Di tutto questo avevamo però già parlato in un precedente live report e accolti dal frontman Dario Sansone cominciamo proprio da lì.

Il concerto di Natale al Teatro Sannazaro era ricco di ospiti. Quanta importanza date alla coesione tra artisti?

Per noi è fondamentale, perché siamo un gruppo che crede molto nella condivisione delle arti in generale più che nella musica nel senso stretto, quindi ci viene naturale condividere il nostro lavoro con altri artisti e miscelare le esperienze di tutti per crearne qualcosa di nuovo, così come ci piace contribuire a progetti che riteniamo validi e che rappresentano bene la nostra città.

Un po’ come è successo con L’arte della felicità (film di Alessandro Rak, ndr).

Esatto. Quello è stato un esperimento che è riuscito ad accendere i riflettori su una serie di artisti, non solo musicisti e disegnatori, e di fare una fotografia della scena culturale napoletana. Un piccolo spaccato di una città piena di artisti e di progetti, che è riuscito a creare una scena significativa.

Vivete la vittoria agli EFA come un traguardo della band?

In realtà è un traguardo di tutti quelli che hanno lavorato a questo progetto e soprattutto di una città che ogni tanto compare per meriti culturali e non di cronaca nera, fortunatamente. È più una vittoria della città che degli individui, perché quando facevamo il film lo stesso Alessandro aveva l’idea di creare una comunione di intenti più che semplicemente di singoli che lavorassero a qualcosa.

L’animazione di Rak fa parte anche dei vostri video, si può dire che le vostre carriere si siano sostenute a vicenda.

Tra me e lui c’è un rapporto di amicizia e di lavoro profondo, essendo anche io un disegnatore. Abbiamo anche convissuto, ma non come coppia di fatto, avevamo una casa-studio assieme tanti anni fa. La pensiamo alla stessa maniera, musicalmente e artisticamente, e grazie a questo riusciamo a fare squadra nelle nostre produzioni.

Foja © partedeldiscorso.it / Giorgia Spizzuoco

Foto di Gorgia Spizzuoco

C’è un nesso tra la capacità dell’animazione di raccontare una storia senza limiti pratici e la scelta di sfruttarla per dar vita ai racconti dei vostri brani?

Assolutamente. In realtà l’unico problema dell’animazione è il tempo, dunque anche i costi, allungando il periodo di lavorazione. Riesci però a raggiungere livelli di poesia molto alti, si miscela molto bene con la musica e si possono così creare dei piccoli cortometraggi. Fare un videoclip di tre o quattro minuti, a seconda del brano, significa riuscire a esprimere meglio e a raccontare nel migliore dei modi la storia di cui parli in musica.

Fate parte di una generazione di artisti napoletani che fa del dialetto e delle proprie radici non un limite, ma un punto di partenza e un valore aggiuntivo. Dimostrate che questo genere di linguaggio non si traduce necessariamente in musica neomelodica. Napoli rimane comunque presente nelle vostre canzoni?

Effettivamente mi sono reso conto che in tutti i testi che ho scritto non parlo mai di Napoli, non c’è mai una citazione diretta. Però, anche se non è palese, è inevitabile che la città sia presente, è parte di noi. In una canzone come Donna Maria è magari più percepibile l’atmosfera partenopea. In ogni caso, è il posto dove siamo nati, dove creiamo e che ovviamente ci ispira di più, altrimenti ce ne saremmo andati. È una città che ha tanta barbarie, ma anche tanta poesia e se si riesce a esprimere l’uno e l’altro e a far convogliare il tutto nell’arte, ti svincoli da un certo modo di raccontare.

Cantare in dialetto ha rappresentato un limite per il vostro successo all’infuori della Campania?

No, anzi, credo sia stato il nostro punto di forza, perché è una cosa diversa, soprattutto se proposto con un sound più internazionale. Molti ci rimanevano secchi quando si rendevano conto che da questa città provengono delle musicalità che sono una mescolanza di culture e di suoni.

Dopo otto anni di carriera, quali sono i ricordi più belli degli esordi?

In certe circostanze ci sentiamo ancora agli esordi. Ci ricordiamo soltanto la grande fatica e tutto il lavoro che è stato fatto, che ha portato a dei risultati davvero soddisfacenti. Soprattutto non dimentichiamo tutte le persone che ci hanno aiutato dall’inizio fino a oggi.

Un lavoro ripagato anche dal rapporto con il pubblico, a cui vi lega una forte intimità.

Sì, è fantastico, sempre al di sopra delle nostre aspettative. A noi piace fare le cose con sincerità e la musica che facciamo ci rispecchia. Siamo ragazzi alla mano e non ci distacchiamo da chi ci segue e si riconosce in quello che facciamo.

Quest’ultima affermazione è provata dalle battute con i fan durante l’esibizione, i dialoghi prima di suonare tra un bicchiere di prosecco e l’altro e il fatto che, a microfoni spenti, la chiacchierata sia continuata senza che nessuno si sentisse fuori posto, senza la soggezione tipicamente provata quando ci si avvicina a qualcuno di noto, quell’impressione di rubare tempo. Ci ha parlato del nuovo prodotto della MAD Entertainment, Gatta Cenerentola, che lo vede nuovamente impegnato con Rak, delle musiche scritte e dell’amore per un lavoro che ripaga di tutti gli sforzi. Poi, proprio come succede tra confidenti, amici, Dario si fa sfuggire una piccola lamentela: EFA o non EFA, i soldi continuano a mancare e la fatica rimane la stessa, ma nel dirlo il sorriso non è venuto meno e il risultato finale – lo assicuriamo noi – vale tutti i sacrifici fatti.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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