Godard, ti voglio bene! 3 – Godard e la dialettica

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godard dialettica

Seberg e Belmondo in Fino all’ultimo respiro

La storiografia suole dividere l’enorme produzione di Godard in tre periodi, riportando alla luce la lo schema dialettico hegeliano. E allora dal ‘60 al ‘67 si parla di primo periodo, quello che per Hegel è il momento intellettuale (la tesi) e coincide anche con i capolavori, per pubblico e critica, del regista della Nuovelle Vague: da Fino all’ultimo respiro a Bande a part; da Il disprezzo a Pierrot le Fou. Possiamo tranquillamente dire che tutte le opere del regista francese, che oggi conosciamo e che ritroviamo “spipponate” nei manuali di storia del cinema, appartengono alla fase – per dirla sempre con Hegel – astratta.

Il secondo periodo, quello negativo, razionale, rappresenta per Godard la fase politica, che riversa completamente nella sua produzione non solo dal punto di vista contenutistico (quello era già visibile prima), ma soprattutto dal punto di vista formale del suo cinema, professando la distruzione delle categorie narrativo-strutturali classiche, per parlare agli operai con un linguaggio diverso, rivoluzionario, che non sia asservito al capitalismo. È il momento di Lotte in Italia, One plus One, Crepa padrone tutto va bene. Sono quelli che Godard definiva “film collettivi” tanto che, quando furono presentati al pubblico, erano anonimi, in linea con l’ideologia leninista-marxista che ha caratterizzato e condizionato una buona parte della vita di Jean-Luc.

La sintesi nella filmografia godardiana va dal 75’ fino a Adieu au language. Cura la tua destra, Prenom Carmen, King Lear, Germania nove zero mostrano in modo sintomatico il momento positivo-razionale nel quale le unità dei periodi precedenti vengono ricomposte e rimescolate in modo sintetico per dar vita ad un modo di fare cinema completamente nuovo e senza dubbio sovversivo.

godard dialetticaGodard è stato sempre attento alle novità tecnologiche che ha utilizzato per produrre immagini, colori e suoni che hanno il dovere, quasi morale, di evocare emozioni e sensazioni nell’animo dello spettatore. L’animo rivoluzionario del dandy della Nuovelle Vague è rimasto intatto negli anni e ha continuato a far discutere: come quando nel ’68 occupava il festival di Cannes e si batteva in prima persona, non è mai riuscito a dividere il cinema dalla  sua vita e questo gli ha regalato la possibilità di non rammollirsi nemmeno alla veneranda età di ottantacinque anni, quando ha presentato il suo ultimo film alla stessa mostra, uscendone anche vincitore, con il premio per la regia.

Come ogni genio, e quindi anche come Hegel, i cineasti, dalla fine degli anni ’80 (forse Scorsene con Mean Street ha anticipato, di troppo, i tempi), hanno cominciato a “fare film alla Godard” o a citarlo, non sempre in modo consono e rispettoso (non tutti, sia chiaro) e potremmo, a buon grado, dividere anche i “seguaci” in destra e sinistra godardiana. Penso a Tarantino che ha fatto un vero e proprio abuso di citazioni a scene del primo periodo, passando da Gaspar Noè, fino al recentissimo premio Oscar, Inarritu, che in Birdman apre con i titoli di testa di Pierrot le Fou. Il limite, a mio modo di vedere, è che si facciano ancora i film come li faceva Godard, guardando però solo al primo periodo – appunto – e non si è riusciti a comprendere che egli stesso ha superato, a tratti in modo troppo estremo, quella visione del cinema che era giustificata dalla volontà di scardinare lo star system a ridosso degli anni ’70.

Chi si è appropriato del cinema, o anche solo delle teorie o delle citazioni del personaggio Godard, ha posto un freno al cambiamento e al ruolo che lo stesso reputava al cinema all’interno del linguaggio e dell’arte, mai della cultura: le rivoluzioni hanno il secolare difetto di incardinarsi in una burocrazia incatenante che frena l’animo rivoluzionario e ricrea uno status che abbisogna di un’altra rivoluzione per essere sovvertito. Godard ha provato, e ancora prova, ad evitare che questo succeda con il suo cinema, ma ormai è il solo, nel suo giardino in Svizzera, che innova e trasmette sogni, sempre in modo nuovo, su uno schermo, “fino all’ultimo respiro”.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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