Piena di niente: le autrici in dialogo su arte e politica

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Dettaglio della copertina di Piena di niente

Dettaglio della copertina di Piena di niente

Sono venuta a sapere della pubblicazione di Piena di niente nel modo che preferisco: tra gli scaffali della libreria. Lo so, non è la prima volta che introduco un fumetto o un libro parlando del momento in cui ne ho scoperto l’esistenza tra le mensole di un negozio, ma la mia vita da pendolare mi porta a trascorrere tanto tempo tra l’immensa quantità di volumi in attesa del treno che dovrebbe riportarmi a casa (i napoletani capiranno l’uso del condizionale, mannaggia alla Circumvesuviana). Per quanto spesso capiti, però, ogni volta il rinvenimento porta con sé tantissimo entusiasmo. Nessun comunicato stampa né recensione esclusiva, semplicemente una copertina e un titolo ad attrarre l’attenzione. In questo caso, un disegno dal tratto tormentato, una donna ritratta come un manichino col ventre esposto e vuoto, privata di ogni vitalità, annunciava quello che poi, sul retro del volume, si è confermato essere il tema del fumetto: l’aborto. «Giulia, Monica, Elisa, Loveth. Quattro donne sole. Quattro gravidanze non desiderate. Quattro corpi in cui perdersi. Quattro storie di libertà negate» ho letto, ho amato. Ormai la mia indole femminista è nota ai nostri lettori affezionati, quindi non è difficile immaginare il fervore da me provato nell’apprendere di un fumetto che affrontasse lo spinoso tema dell’interruzione di gravidanza, tanto caro a chi combatte per i diritti della donna. Non ho potuto fare a meno di divorare le pagine della graphic novel e di precipitarmi a contattare la sceneggiatrice, Alessia Di Giovanni, e la disegnatrice, Darkam, per parlare del fumetto, dell’impegno politico-sociale e dei problemi legati all’aborto in Italia in una doppia intervista, dando la possibilità a entrambe di godere di ampio spazio per trattare la questione e presentare il proprio lavoro.

Alessia Di Giovanni, sceneggiatrice

Alessia Di Giovanni, sceneggiatrice di Piena di Niente

Sceneggiatrice, scrittrice e videomaker, ha collaborato con Sperling&Kupfer, SkyCinema, R101, Mediaset, Comedy Central, Mondadori e Ilfattoquotidiano.it. Ha co-fondato lo Studio CreativeComics, che si occupa di cinema, fumetto e contaminazione dalla fine degli anni Novanta. Ha diretto il western horror al femminile A pezzi, con Elena Di Cioccio e le musiche di Manuel De Sica. Il suo ultimo documentario, Lavoratrici, indaga le vite di venti ragazze tra violenza e molestie sul luogo di lavoro. Cura la rubrica satirica di genere de-genere Porca Eva! su Radio Popolare. ha sceneggiato Io so’ Carmela per i disegni di Monica Barengo (BeccoGiallo, 2013).

La direzione di un western horror al femminile, la realizzazione del documentario Lavoratrici e la sceneggiatura del fumetto Io so’ Carmela: un impegno artistico diretto verso il riscatto della donna. Quanto la causa della discriminazione di genere ti impegna anche nel quotidiano?

Non credo che il mio impegno sia verso il riscatto della donna, quanto la violenza, non solo fisica, e la violenza non ha genere. Mi interessa indagare le persone e non faccio distinzione di sesso, le emozioni non hanno genere. Il fatto è che, in Italia, qualunque tema decidi di trattare, ci sono questioni irrisolte e quelle legate al genere sono parecchie. Il punto è il voler imporre le proprie idee-preconcetti sugli altri, il problema è di ascolto. Perciò se mi chiedi cosa faccio quotidianamente è questo: cerco di ascoltare.

Sono anche le storie delle quattro donne raccontate a essere terribilmente quotidiane, questo è l’aspetto di Piena di niente che più spaventa.

Sì, era proprio questo che volevamo rappresentare. Il quotidiano rapporto con il corpo, il portarselo dietro come un oggetto. A volte estraneo per colpa nostra, a volte per colpa degli altri, dell’educazione o la mancanza di tale. O della semplice ipocrisia.

Come sei entrata in contatto con le donne protagoniste?

La storia di Monica – che abortisce in casa e si porta in giro per Roma il suo feto nella borsa – è stata la prima che ho approfondito. Mi ha colpito per l’estrema solitudine di una persona che eppure viveva con il padre e con la sorella, che va da un’amica… Mi ha turbato quanto gli altri non vedano o come ci piaccia nasconderci. Nel frattempo stavo lavorando in Puglia e delle amiche mi hanno raccontato quanto sia complicato abortire, trovare non obiettori nei consultori, quanto la legge che c’è in realtà non viene fatta rispettare. Da lì ho cominciato a fare ricerche. È stata un’indagine che è andata avanti per oltre due anni.

A cosa reputi sia dovuta una percentuale così alta, quasi assoluta, di obiettori in Italia?

A molti fattori: la mancanza di un’educazione di genere, un’educazione sessuale, l’affrontare questi temi con serietà e senza ipocrisia, senza ingerenze religiose, cosa un po’ complicata quando nella scuola, come è successo in Umbria, se un professore toglie il crocifisso dall’aula per dichiarare che l’insegnamento è laico, viene sospeso.

Una delle storie è quella di Loveth, il suo non è però un aborto volontario. Perché inserirla nella raccolta?

A differenza delle altre Loveth è l’unica che vuole tenere il bambino, che si sente di voler diventare madre, anche se un nuovo tipo di madre, non come la sua, che l’ha venduta ai suoi sfruttatori. Lei è anche l’unica che viene costretta con la forza ad abortire. Il suo corpo non le appartiene essendo una schiava del sesso, essendo stuprata ogni giorno a pagamento dai suoi clienti. Simboleggia una condizione in cui una donna non ha alcun potere sul suo corpo. Una condizione simile a quelle di molte donne in Italia che non hanno potere sul loro corpo e le cui loro decisioni devono sottostare alla volontà degli obiettori che, in quest’ottica, compiono un crimine.

La scelta di concludere il fumetto con un gioco da tavolo rende evidente le difficoltà affrontate da chi cerca di abortire nel nostro Paese: se non si ha la fortuna di arrivare immediatamente nella giusta casella, si rischia di tornare sempre indietro. Il rifiuto è particolarmente destabilizzante.

Hai capito perfettamente qual è stato l’approccio, abortire in Italia è un gioco dell’oca dove non sai mai se arriverai al traguardo. Il fatto che la pillola dei cinque giorni verrà venduta senza ricetta e test è un’ottima cosa ma… come sopra: anche la legge 194 esiste ma di fatto non viene fatta rispettare. Vedremo ai fatti.

Darkam, disegnatrice

Darkam, disegnatrice di Piena di niente

Foto © Chiara Ioli

Darkam (Eugenia Monti) nasce a San Marino nel 1985. Ha studiato animazione all’istituto artistico I.S.A. di Urbino, e fumetto e illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna e presso la Facultat de Belles Artes di Barcellona. Ha vinto i concorsi Blog&Nuvole nel 2009 e Iceberg sezione fumetto nel 2007. Nel 2009 ha pubblicato Mozziconi (Edizioni del Vento) e in seguito il libro illustrato autoprodotto Il Paese del Silenzio. Ha collaborato con diverse riviste e fanzine e fa parte del collettivo GIUDA – Geographical Institute of Unconventional Drawing Arts. Dal 2010 vive a Berlino, dove lavora come disegnatrice e fumettista.

Raccontaci di cosa ti ha spinto a partecipare a questo progetto.

La proposta di Alessia mi ha conquistato da subito, mi piaceva l’idea di base del libro e soprattutto il suo punto di vista, estremamente obiettivo, una narrazione esente da qualsiasi forma di giudizio. Ho anche pensato che sarebbe stato un libro un po’ “indigesto”, ma mi attirava l’ idea di parlare di aborto, tema del quale non si parla abbastanza, e poi  la sfida di rappresentare le storie di queste quattro donne mantenendo il taglio che Alessia aveva tracciato: intimista, personale, ma allo stesso tempo crudo, diretto, vero.

Le tue illustrazioni hanno un tratto molto violento, in questo rispecchiano particolarmente bene la frustrazione a cui le quattro donne sono soggette. Quali emozioni hai provato lavorando a un prodotto del genere?

Il tratto è un po’ come la calligrafia, un automatismo della mano che in qualche modo conserva la memoria, l’esperienza e il vissuto di chi disegna. Non è però immutabile, costante, ma viene influenzato dall’atmosfera dell’ immagine o della storia, diventando strumentale alla narrazione. Nonostante Piena di Niente sia caratterizzato da tinte forti ha anche diversi momenti di respiro e ho ritenuto molto importante che ci fossero delle aperture anche dal punto di vista grafico, che il registro non fosse costantemente brutale. Anche il colore in questo progetto ha una funzione più narrativa che descrittiva.

Il tuo tratto è molto libero, spesso fitto e angoscioso. Segue un percorso incerto e imprevedibile, come quello delle protagoniste di Piena di niente.

Quando ho iniziato a lavorare a questo progetto ho sentito il bisogno di entrare in ognuno dei personaggi, di immedesimarmi, di esplorare dove vivevano, di immaginare come si muovessero, dentro e fuori dalle pagine di Alessia. È stato intenso e non sempre facile; a volte verrebbe da mantenere una distanza di sicurezza da certe storie, da certi fatti di cronaca in generale. Mi è servito molto entrarci dentro, osservarle da vicino e dargli una forma su carta.

Il fumetto è di chiaro sfondo politico, oltre che sociale. Quanto credi che arte e ragion di Stato possano convivere e influenzarsi?

Quando studiavo la storia dell’arte del ‘900 ricordo che mi aveva molto colpito la definizione di Avanguardia artistica. L’idea che il ruolo, anche involontario, dell’ artista fosse quello di percepire, filtrare, fiutare i cambiamenti e le tensioni sociali e politici prima delle masse. Suona molto romantico, ma se ci pensi è inevitabile che la modalità di osservazione e la sensibilità necessarie alla produzione artistica vengano influenzate dal contesto, da ciò che succede anche al di fuori dell’ individuo-artista. Un po’ come se l’artista avesse delle gigantesche vibrisse.

Oltre a influenzarsi, reputi possibile anche un’aperta influenza e comunicazione tra arte e Stato?

Spesso le manifestazioni artistiche, soprattutto se non direttamente rivolte a un’analisi politica e sociale, risultano essere manifestazioni sintomatiche e sincere del “fuori” e potrebbero eventualmente essere usate come specchio di e per quella che tu chiami ragion di Stato. Non so dirti però se una comunicazione diretta sia possibile, proprio perché un requisito fondamentale per la comunicazione è l’ascolto e l’attenzione da parte di entrambe le parti.

Vivi da circa cinque anni in Germania. Quanto è differente lì (se lo è) la legislazione e l’approccio sociale all’aborto?

Proprio negli stessi giorni in cui Piena di niente è uscito in Italia, in Germania è passata la legge che prevede la vendita della pillola del giorno dopo in farmacia senza bisogno della prescrizione medica. L’ho trovata una simpatica sincronia. Senza dubbio in Germania l’influenza della Chiesa è molto meno presente a livello sociale e questo semplifica molto la gestione della questione aborto, anche se comunque l’approccio varia molto da regione a regione. In generale però l’impressione che ho avuto è che in Germania in linea di massima la religione tenda a occuparsi di religione e l’infrastruttura sociale di sociale.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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