Qualcuno volò sul nido del cuculo secondo Gassmann

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qualcuno volò sul nido del cuculo

Qualcuno volò sul nido del cuculo ha vissuto numerose vite: nasce come celebre romanzo, diventa poi spettacolo per Broadway e infine fortunatissimo film, interpretato da Jack Nicholson. Ora la storia si reincarna sul palco, trentaquattro anni dopo e a un oceano di distanza dall’originario Oregon, portando le dinamiche interne all’ospedale psichiatrico di Aversa, in Campania. Pensare che il racconto ormai cult venga contaminato dal dialetto (e che la partita di baseball diventi la finale dei mondiali) faceva presagire di assistere a una versione più vicina all’Italia e a Napoli della nota sceneggiatura, ma non è semplicemente così: le vicende grossomodo inalterate affondano perfettamente le radici anche nel nuovo contesto, dimostrando l’universalità del racconto.

Alla base dello spettacolo figura l’eterno conflitto tra individuo e collettivo, la fuga costante dalle soffocanti regole della società. Norme da cui è tanto spaventato chi nell’ospedale psichiatrico ha volontariamente deciso di restare, ma di cui non riesce a liberarsi in alcun modo. Suor Lucia (corrispettivo dell’infermiera Ratched) è infatti autrice di un irragionevolmente severo sistema di leggi, mirato alle creazione di una “comunità terapeutica formale” che simuli doveri e divieti del mondo esterno, allo scopo di riabilitare i pazienti e permettere loro di vivere nella piena normalità. Il risultato però non è quello sperato: alcuni dei cosiddetti malati sembrano affetti soltanto da un paralizzante terrore. Intimoriti tanto dal mondo esterno quanto dalla monaca, non trovano più via di fuga. Tra un ipersessuale ossessivo compulsivo, un pittore allucinato e un loquace bipolare, ci sono anche Fulvio – tormentato dal morboso e soffocante rapporto con la madre e da una balbuzie che lo rende perennemente insicuro, generando in lui istinti suicidi – e Muzio – ricco e spostato con una donna di ceto inferiore, intimorito e soggiogato dalla sensualità della moglie e palesemente omosessuale – che di malato non hanno assolutamente nulla, se non il costante senso di inadeguatezza.

Qualcuno volò sul nido del cuculo

L’arrivo di Dario Danise (Randle) risulta per questo essere rivoluzionario: appena trasferito dal carcere, abituato a uno stile di vita al limite del consentito e affetto da disturbo istrionico della personalità, attacchi di collera e sessualità compulsiva, è un perfetto esemplare di uomo che non sottostà ad alcun tipo di norme. Premesse che fanno certamente presagire l’incompatibilità tra i suoi atteggiamenti istintivi e libertini e la severità di Suor Lucia. È lui l’unico a cercare di tenerle testa e a generare la sua collera, facendo schierare dalla propria parte perfino il dottor Festa e affrontando punizioni corporali e istigazioni verbali dettate dai deliri di onnipotenza della sorella, che con la lobotomia cerca di castrarne l’irruente personalità non conforme alla sua idea di disciplina. Nell’interpretazione dell’estroverso Dario, Daniele Russo riesce a essere assolutamente spettacolare e a vestire nel migliore dei modi i panni di questo spontaneo ribelle, oltre che a incantare con la fantasiosa parlantina del personaggio e gli irriverenti battibecchi con la compagna di palco Elisabetta Valgoi, fortemente credibile nel ruolo dell’incorruttibile religiosa.

È facile immaginare che per forza di cose l’intera storia ruoti attorno ai diversi pazienti e altrettanti disturbi, coinvolgendo anche il personale dell’istituto e presentando un caleidoscopio di folli personalità. La versione portata a teatro dal regista Alessandro Gassmann, però, per quanto l’adattamento di de Giovanni lasci invariati i principali sviluppi della storia, mostra un punto di vista totalmente differente. La mente è protagonista indiscussa e ci si gioca non solo per mezzo delle manie dei personaggi, ma anche con la scenografia stessa: marmorea, severa, che ben riflette l’ordine rigido del micromondo creato da Suor Lucia. A questo si aggiunge uno studiatissimo uso delle luci, che da sole costituiscono elementi di scena, modificano illusoriamente le scenografie e ci portano in una dimensione differente da quella reale del palco. Grazie alle videografie di Marco Schiavoni, lo spettatore è trasportato in una realtà illusoria, in cui le sovraffollate menti dei pazienti vengono condivise con la platea e rese visibili. Perfino il buio gioca un ruolo fondamentale, angoscioso, introspettivo e inquietante.

In un tripudio di follia e disperazione, addolcito da un felicissimo linguaggio, l’unica pazzia sembra quella di restare compostamente conformi alla massa circostante e sopprimere gli istinti che ci fanno sentire davvero vivi. Liberatevi di schemi, regole e paure e lasciatevi coinvolgere dalla sana follia degli attori, al Teatro Bellini fino al 19 aprile.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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