Silvia Ziche: «Lucrezia? Una versione paradossale di me»

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Silvia Ziche

Nello scatto, Silvia Ziche

Da piccola io leggevo Topolino. Fino alla prima adolescenza l’ho fatto, lo compravo ogni settimana e la mia mensola è ricoperta di copertine gialle messe in fila, una dopo l’altra. Centinaia, negli armadi, nelle scatole, i numeri speciali conservati in posti altrettanto speciali. Leggevo Topolino e ne ero totalmente appassionata, mi faceva entrare in un mondo a parte, mi ha insegnato tantissime cose. Presto imparai a distinguere i disegnatori delle storie che mi accompagnavano e tra questi Silvia Ziche è una delle mie preferite, da sempre. Quando ha accettato quest’intervista sono rimasta felicissima e onorata.

Molti ti conoscono per le tue illustrazioni su Topolino. Qual è la storia che ti è rimasta nel cuore? Qual è il personaggio disneiano al quale sei maggiormente affezionata?

Il personaggio a cui sono più affezionata è sicuramente Paperino. È un personaggio così rassicurante, con la sua enorme collezione di difetti, e la sua enorme sfortuna. Anche nelle nostre giornate peggiori, possiamo sempre essere sicuri che c’è almeno un papero a cui le cose vanno peggio che a noi. Le mie storie preferite, da lettrice, erano quelle di Paperino e Paperoga di Giorgio Cavazzano e Giorgio Pezzin, uscite negli anni settanta. Erano le prime storie di Topolino che vedevo, e me ne sono innamorata subito. Poi ho scoperto Barks e Gottfredson: altro colpo di fulmine. La mia storia preferita tra quelle da me realizzate invece è la Papernovela.

Ma da piccola Topolino lo leggevi? Immaginavi di poter diventare parte della crew?

Ho imparato a leggere sulle pagine di Topolino, non me ne sono lasciata sfuggire un solo numero. Più che immaginare di diventare collaboratrice di Topolino, lo sognavo. L’ho sempre sognato. E ancora non mi pare vero di esserci riuscita.

Silvia ZicheChi è Lucrezia e quanto c’è di Silvia in lei?

Lucrezia è una versione paradossale di me. Io non sono lei, ma lei pesca a piene mani dalla mia esperienza, per poi andare per la sua strada. Lei è eccessiva, senza filtri. Io no.

Sappiamo che sei una fan di Leo Ortolani. Cosa ti ha conquistata maggiormente di lui?

Il suo umorismo surreale e irresistibile.

Hai collaborato, oltre che con Topolino, anche con altre importantissimi esponenti italiani. Comix, Linus, Smemoranda, fino a Lucrezia. A quale di questi sei più affezionata?

A ognuno, per motivi diversi. Linus perché è stata la prima rivista a diffusione nazionale che ha deciso di pubblicare le mie storie, Smemoranda perché la usavo a scuola, Comix perché sulle sue pagine è nata Alice a Quel Paese, Topolino perché ho imparato a leggere sulle sue pagine.

Quale credi siano i limiti del fumetto in Italia?

Il fumetto in sé non ha limiti. È l’editoria, semmai, a non essere in perfetta salute. Gli autori, comunque, spesso sopperiscono con la loro creatività.

Ami la letteratura e questo ti spinge a leggere molto. Come influisce la tua cultura in materia letteraria sui fumetti che realizzi?

Per chi vuole raccontare storie, la cultura è necessaria. Bisogna leggere, guardare, ascoltare. E’ un po’ come fare la spesa: se si ha la dispensa vuota, non si può cucinare niente.

Prove tecniche di megalomania. Cosa possiamo aspettarci da un titolo del genere?

Ognuno di noi, anche se non lo confessa, in fondo in fondo pensa di essere un genio incompreso. Ho cercato di raccontare la megalomania che c’è in ognuno di noi.

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