Gipi in dialogo su fumetto, cinema e solitudine

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Gipi

Gipi al lavoro su La terra dei figli

Facciamo un passo indietro, anzi, forse ce ne servirà qualcuno in più. Torniamo al momento in cui Parte del discorso era teoricamente già nato, era attivo sul web, ma in pratica era un blog ancora allo stato embrionale, che riusciva a pubblicare circa tre post al mese. Forse, al massimo. In quel periodo Gipi, su questo sito, già c’era: non in prima persona, non attivamente, ma ne avevamo parlato. Difatti è così che il progetto è iniziato: due sole collaboratrici e brevi retrospettive che avevano la pretesa di presentare complessivamente il lavoro degli artisti che più stavano a cuore a quelle due entusiaste adolescenti e di cui era dunque forte la necessità di scrivere.

A molto tempo di distanza da quell’articolo, non solo Parte del discorso risulta essere incredibilmente cresciuto (nelle ambizioni come nel sostegno effettivo di collaboratori e lettori), ma Gipi entra realmente nel sito, con la sua voce e le sue parole. Lo abbiamo incontrato, ci abbiamo brevemente dialogato e, seppure il tempo non fosse dalla nostra parte, siamo comunque riusciti a ricavare dall’intervista che segue qualche riflessione degna di nota. Parliamo con Gianni di fumetto, ma non solo: il Premio Strega, la società, la solitudine, La terra dei figli, il suo cinema, quello degli altri… tutto in nove domande.

Vi invitiamo alla lettura più sentitamente di altre volte, con più orgoglio e un pizzico di commozione, non dimenticando di ringraziare Gipi per averci dato quest’occasione e per essere il prezioso punto di partenza e allo stesso tempo d’arrivo del nostro lavoro.

Primo fumettista in assoluto a essere candidato al Premio Strega, quest’anno invece tocca a Zerocalcare: due stili narrativi e grafici, i vostri, che messi a confronto hanno poco o nulla in comune. Cosa pensi che lo Strega abbia voluto premiare dei vostri lavori?

Credo semplicemente che il libro mio e quello di Zero siano dei buoni libri, sono stati presentati allo Strega e sono stati presi. Auguro a Zero di andare più avanti di quanto sono riuscito ad andare io. C’è un cambio di interesse riguardo i libri a fumetti, è evidente. Anche il mondo che prima ci snobbava adesso ci apre le porte.

Il fumetto sta ricevendo una rivalutazione anche grazie a Internet.

Sì, ma anche l’economia sta aiutando tanto, alla fine è quella che muove tutte le cose.

Stai lavorando a una storia, La terra dei figli, con protagonisti un padre e i suoi due figli in un mondo ormai irriconoscibile. L’annullamento della società civile è utopia o distopia?

È distopia, chiaramente. Io immagino che sia successo qualcosa di molto brutto e che quindi la civiltà per come la conosciamo sia terminata in modo drammatico. Credo che comunque sia solo un pretesto, che la storia giri intorno ad altro.

La solitudine è quasi un valore, non ho mai pensato all’accettazione come qualcosa da ricercare.

C’è una forte critica alla società e alla paura del diverso anche in L’ultimo terrestre: l’unicità da valore diventa colpa. Il rifiuto della collettività è un problema che senti in prima persona?

No, sono uno che anche quando è in una stanza insieme ad altre tre persone si sente già a disagio. La solitudine è quasi un valore, non ho mai pensato all’accettazione come qualcosa da ricercare. So che questa non è una buona cosa, forse questo è un difetto. In teoria le società degli uomini dovrebbero essere legate tra di loro, io però per formazione mia questa sensazione di appartenere alla società ce l’ho veramente pochissimo (ride, ndr).

Gipi

A proposito di socialità, venerdì ti abbiamo avvistato qui all’ARF in compagnia di Matteo Garrone. In che rapporti sei col regista e con i suoi lavori?

L’ho conosciuto e quando ci incontriamo ci salutiamo, quando lo vedo spero sempre di poterci parlare un po’ perché è una persona molto molto intelligente, il suo cinema mi piace tanto e alcune cose come Gomorra le trovo pazzesche, mi sembra uno molto onesto e che lavora con passione.

Però Garrone diceva proprio l’altro giorno (alla conferenza dedicata a Tale of Tales tenuta all’ARF, ndr) che i ricavi non sono stati giganteschi.

È normale, tutte le volte che si prova a sperimentare, che si sfida un modo più sicuro di lavorare è normale che succeda.

La terra dei figli a volte me lo immagino portato sul grande schermo. Se dovessi lavorare al cinema di nuovo mi piacerebbe lavorare su qualcosa di non realistico.

A questo punto è doveroso chiederti se tornerai mai a fare cinema.

Non lo so, perché a volte mi torna la voglia di scrivere. Ho fatto altre due cose dopo L’ultimo terrestre che però non ha visto nessuno, perché non le ho fatte circolare io. Ho imparato tanto, ho fatto qualche esperimento di produzione per vedere se era possibile raccontare in modo più leggero di quanto ho fatto con L’ultimo terrestre, poi però il disegno si prende tutto lo spazio. Non lo escludo comunque, La terra dei figli a volte me lo immagino portato sul grande schermo. Se dovessi lavorare al cinema di nuovo mi piacerebbe lavorare su qualcosa di non realistico.

Hai iniziato lavorando per delle riviste di fumetto, che per vari motivi oggi non esistono più. Vista la tua importanza nel mondo del fumetto, ha mai pensato a una rinascita di qualcosa di simile insieme ad altri autori?

No, per il semplice motivo che adesso il mondo è cambiato. Si dovrebbe lavorare online, la versione in carta ormai non avrebbe senso. So che adesso stanno lavorando a un progetto, al quale ho anche dato la disponibilità a partecipare perché mi piace l’idea che esista, ma oggettivamente il mondo è cambiato, non so se potrebbe esistere mercato per qualcosa del genere, penso che adesso bisogni inventarsi sistemi nuovi.

L’avvento del digitale nel mondo del fumetto apre nuove frontiere o è una disgrazia?

Sicuramente è una cosa buona, le società si modellano su quello che accade. Io non sono uno che lavora in digitale, ma vedo lavori in digitale di assoluto rispetto. Anzi, come tutte le cose ha aspetti buoni e meno buoni, non esiste un mezzo che ha connotazioni buone o negative, sono le nostre mani a creare qualcosa.  A volte i social mi sembrano l’inferno, ma grazie ai social riesco a comunicare con persone con cui lavoro, tutto ha aspetti buoni e meno positivi.

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Attualità, cultura e confronto. Parte del discorso vuole rappresentare ogni lettore e renderlo partecipe al dibattito.

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