Il racconto dei racconti: uno stupefacente tripudio visivo

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Quello che anche solo sulla carta stupisce del nuovo lavoro di Garrone è certamente la scelta del genere: il regista del fortunato Gomorra e di quel piccolo gioiellino (Grand Prix Speciale della Giuria nel 2012) che è Reality si fa infatti autore di un film fantastico tratto dalle fiabe di Gianbattista Basile, con una netta inversione di marcia rispetto a una produzione che era spesso drammatica, sempre realistica. Il dialetto partenopeo delle due già citate pellicole è però solo apparentemente abbandonato: l’opera decameronica dello scrittore è infatti edita nella lingua napoletana, che ciò nonostante non è presente nei dialoghi. La dimensione acquisita dal film è infatti tutt’altro che popolare, sia per la vastità del pubblico a cui è indirizzato che per la sua produzione internazionale, con un cast che trascende ogni limite di provenienza: dal Messico (Salma Hayek) alla Francia (Vincent Cassel), dal Regno Unito (Toby Jones, Stacy Martin) alla Toscana (Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini). Il merito più surreale che si può riconoscere al regista è forse proprio quello di portare Massimo Ceccherini sul red carpet del Festival di Cannes, fatto che però, a ben pensarci, mantiene comunque un retrogusto lievemente drammatico. L’attore, purtroppo o per fortuna, è difficile da prendere sul serio anche in papillon e rimane per questo coerente al ruolo (praticamente muto) affidatogli nella pellicola: il giullare. Tralasciando però questo discorso, veniamo al film.

Se il titolo Il racconto dei racconti, per la prepotente anteposizione del singolare, poteva far prevedere una narrazione lineare e unitaria, la visione della pellicola ribalta completamente le aspettative, rendendo possibile una nuova interpretazione del titolo stesso: i fatidici racconti sono tre (La regina, La pulce e Le due vecchie), raccolti in una singola narrazione che era per Basile la stessa raccolta letteraria e per Garrone un montaggio frammentariamente alternato, che fa da alternativa a una banale e già più volte vista successione lineare di aneddoti. Il regista si fa dunque cantastorie per il pubblico in sala, con una trasposizione certamente ben riuscita, dalle atmosfere fiabesche miste al macabro, grazie a risvolti mai scontatamente felici. Un filo comune ai tre racconti è però presente: l’inevitabile è alla base di tutto, così come l’impotenza di fronte alle vite altrui. Non è possibile, come viene detto dallo stregone, «separare l’inseparabile» (né far coesistere l’incompatibile, aggiungo io). Ne consegue che il disperato tentativo della regina di Longtrellis di allontanare Elias e Jonah finisca in tragedia, come quello di Dora di riconquistare la sua giovinezza per ricongiungersi a un mondo che ormai non le appartiene più o dell’orco di prendere in sposa una principessa contro la sua volontà.

Il racconto dei racconti

Anche se è ormai pienamente ribadito che la sceneggiatura rappresenta un esperimento assolutamente inedito per Garrone, va detto che la sua regia, dinamica ma non confusionaria, è grossomodo riconoscibile. Stupiscono e affascinano le ampie inquadrature di ambientazione, che sono solo uno dei diversi esempi di saggio e magistrale uso di computer grafica all’interno del film: ne diventa doveroso l’utilizzo nell’introduzione delle diverse creature fantastiche che rientrano nei racconti, così come nella costruzione di diversi paesaggi. Che le scelte narrative siano soggettivamente opinabili – ma personalmente apprezzate – non c’è dubbio, ma la realizzazione tecnica è assolutamente incontestabile. Le ricostruzioni digitali sono fortemente verosimili, la fotografia perfetta per le atmosfere fiabesche. Va fatta notare una colonna sonora che passa del tutto inosservata (o meglio, inudita): Garrone compie la scelta azzeccata di mostrare le potenzialità di coinvolgimento delle scene da lui girate semplicemente grazie ai dialoghi e, in altri casi, ai silenzi, accentuando la drammaticità di alcune sequenze e la spontanea ironia di altre. Sparuti e ben dosati, dunque, gli accenni musicali. D’altronde, quello che viene proiettato è qualcosa di più di un racconto fiabesco: è prima di tutto un’esperienza visiva di grande intrattenimento, lungi dal voler mettere in primo piano l’aspetto moraleggiante.

Se dunque per le storie vale il divieto di far coesistere l’incompatibile, sul fronte autoriale Garrone si rivela fortemente versatile. Non solo il suo occhio si adatta perfettamente anche alle differenti luci del fantasy (non però troppo traumaticamente, considerati i risvolti amari delle tre storie), ma anche il cast si dimostra eccezionale e in perfetta armonia col racconto. Sono grandi nomi per grandi interpretazioni quelli che questo film propone agli spettatori. Su tutti, è certamente Vincent Cassel il più convincente: l’attore francese è qui un re dalla sessualità compulsiva, irascibile, indomabile, che non accetta rifiuti. Un’espressività incredibile capace di divertire grazie alle surreali richieste e prese di posizione del re, disposto perfino a far gettare dalla finestra le poco avvenenti anziane, senza risparmiare smorfie di disgusto. Altrettanto encomiabile il lavoro di Toby Jones, che come il collega incanta con un’interpretazione fortemente teatrale e incisiva. Passa un po’ inosservata, per mio dispiacere, Alba Rohrwacher, ma sul fronte femminile sono comunque grandi protagoniste Salma Hayek e Stacy Martin, che reduce da Nymphomaniac – in cui era la Joe immatura – sembra essere rilegata all’eterno ruolo del corrispettivo giovanile.

Insomma, da Reality al Fantasy: ecco l’evoluzione (non necessariamente occasionale) di Matteo Garrone, in un film che stupisce senza rivoluzionare, ma semplicemente facendosi prova del talento illimitato di quello che si presenta come uno dei più importanti nomi del nostro cinema. Con quello che è a tutti gli effetti un blockbuster da produzione hollywoodiana, ma firmato da un italiano, si dà uno scossone all’ormai prevedibile cinema nostrano. Un po’ come Salvatores avrebbe voluto fare con Il ragazzo invisibile, con la differenza sostanziale di essere riuscito nel suo intento. Signore e signori, facciamo dunque le dovute presentazioni: ecco a voi un coraggioso e genuino artista, che all’occorrenza intrattiene e denuncia, incanta e commuove. Sempre, però, dimostrando forte personalità. Buona fortuna, Matte’!

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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