Matteo Garrone ci racconta il suo Tale of Tales [INTERVISTA]

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Matteo Garrone

Matteo Garrone e, sullo sfondo, frames di Tale of Tales

Così come la visione di Tale of Tales in sala ci era sembrata l’occasione perfetta (anche se per niente esclusiva) di esprimere tutto il nostro entusiasmo per il lavoro di Garrone, l’incontro con lo stesso regista all’ARFestival di Roma è stata un’imperdibile opportunità per trattenerlo e chiacchierare sull’opera presentata in concorso al Festival di Cannes. Come infatti avevamo già anticipato, l’ultima pellicola di Matteo Garrone è un audace esperimento di genere: un fantasy diretto da un Italiano che finora si è reso noto soprattutto per film dall’evidente tono drammatico o perlomeno realistico. Anche se, a detta del regista, questo cambiamento non è poi così netto: «L’elemento fantastico e fiabesco è stato sempre presente anche nei miei film precedenti» spiega «già in L’imbalsamatore c’era quell’elemento da fiaba nera. Partivo dall’osservazione della realtà e poi cercavo di trasfigurarla in una dimensione più fantastica e onirica». Quello fatto con Il racconto dei racconti è il processo esattamente inverso: difatti, come già spiegato precedentemente, il racconto fantastico non è in questo film favolisticamente spensierato come ci si aspetta. Ne è una conseguenza l’acquisizione, da parte del racconto, di una dimensione più realistica, dove il finale non è necessariamente lieto e dove i buoni non sempre hanno la meglio.

Cannes e l’apertura internazionale

Questa, però, non è per il regista la prima volta sul red carpet di Cannes: il suo Reality nel 2012 fu premiato allo stesso Festival col prestigioso Grand Prix Speciale della Giuria e anche se in nostra presenza non si sbilancia troppo nel descrivere le sue sensazioni riguardo la partecipazione («Be’, vedi, Cannes è sempre un’occasione»), è decisamente più soddisfacente la risposta data circa il supporto di una produzione e di un cast internazionali: «Mi è sembrato che fosse la strada giusta farlo in inglese per cercare di arrivare un po’ più in alto a livello internazionale» dice, aggiungendo che «è un film che, a differenza dei miei precedenti, poteva essere pensato in inglese e realizzato con una produzione molto grossa. C’è comunque un grande lavoro di cast, di costume e di effetti speciali dietro». Infatti, quello firmato dall’italianissimo Garrone, è un vero e proprio blockbuster, di quelli che sono molto più tipici delle produzioni hollywoodiane che di quelle europee.

Pur strizzando l’occhio all’internazionalità, però, Garrone non dimentica le influenze tutte nostrane. Se infatti nel film è possibile notare delle atmosfere che non è difficile ricondurre a quelle di Game of Thrones – molto apprezzato dallo stesso Matteo – è sorprendente scoprire che quella della serie non è tanto una palese ispirazione, quanto «uno spunto», che ha coesistito in fase di lavorazione con altre influenze ugualmente rilevanti, tra cui quella dei lavori di Mario Bava: «Mario Bava è stato un mio grande riferimento come ce ne sono tanti. È stato un punto di partenza, poi ognuno prende la sua strana. Penso che il film di fatto mantenga una propria identità e sia fuori da qualsiasi schema».

Una serie TV in vista?

Il regista non nega, dunque, l’ispirazione alla serie, pur sottolineando l’autonomia e la personalità peculiare del suo lavoro. Non è però solo questo, ma anche la serialità interna alla stessa pellicola – basata su tre differenti racconti di Giambattista Basile – e la tendenza televisiva ormai diffusa (forte anche degli esempi grandi autori come Lynch o Tarantino) a spingerci a chiedergli se mai l’idea di dirigere un prodotto televisivo l’avesse stuzzicato: «Per un progetto così sarebbe la cosa più naturale» ci spiega «anche perché i racconti sono talmente tanti e talmente belli che farne una serie risulterebbe essere la soluzione migliore. Adesso ancora non so, di certo sarebbe un’opera più completa». Che dite, dovremmo aspettarci delle sorprese?

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