Piera degli spiriti, una rivincita a colori

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Piera degli spiriti

Dettaglio della copertina di Piera degli spiriti

Ogni autore, volente o meno, ha sempre un “capolavoro” a cui il suo nome non riesce a slegarsi: i Deep Purple con Smoke on the water hanno conquistato intere generazioni indipendentemente dai gusti musicali abitudinari, Zemeckis – pur avendo firmato la regia di tanti grandi film – verrà certamente ricordato per Forrest Gump e Muriel Barbery potrà scrivere quanto le pare, ma sarà sempre “quella dell’Eleganza del riccio“. Ecco, per Davide Toffolo questo masterpiece è Piera degli spiriti, lavoro d’esordio del fumettista pordenonese. Ha appena compiuto vent’anni, eppure la nostra protagonista resta un’eterna adolescente, anche se con qualche piccolo cambiamento: una nuova edizione in due diversi formati, un’inedita colorazione e la rinnovata presenza in un settore editoriale che è enormemente cresciuto dalla sua prima pubblicazione.

Piera degli spiriti è infatti considerata la prima vera graphic novel italiana e, dopo due decadi, riscoprire il progenitore di un genere come quello del romanzo a fumetti, ora al vertice della sua popolarità, è quasi commovente. Da qui, dal genio di Toffolo e Mattioli (co-sceneggiatore), è partito tutto e a loro dobbiamo gli scaffali pieni di volumi e colori, a loro e alla dolce Piera dai capelli rosa. Una decisione, quella di ripubblicare a colori questo fumetto, che sembra non solo svecchiare e rinnovare graficamente la stampa e riadattarla alle ultime tendenze editoriali, ma anche porre l’accento sull’eternità di questo racconto, che non descrive una generazione, ma una salda, eterna incertezza che accompagna da sempre (e che sempre accompagnerà) gli adolescenti – per così dire – “di tutte le età”. Perché per sentirsi persi non bisogna necessariamente essere dei ragazzini, basta essere vivi e di Piera e i suoi compagni d’avventure non si può certo dire altrimenti: sono invenzioni di un’abilissima matita, ma sono reali, al di là delle orecchie e dei musi da cani.

Piera degli spiriti

© fumettologica.it

I personaggi di Piera degli spiriti sono randagi accalappiati in cerca di una libertà che una casa tutta per sé, delle amiche lunatiche o qualche risparmio non basta a restituire. Per questo il fumetto si apre alla dimensione ampia del viaggio, della scoperta, fatta di fughe, trasgressioni, desideri e amare delusioni, in cui la sola costante è il pianto di chi non ce l’ha fatta, ma ha la fiducia che basta per riprovarci. Le lacrime di Piera sono la fortissima esternazione delle sue emozioni, che siano di dolore, malinconia, paura o commossa felicità, ma non solo: le espressioni disegnate da Toffolo sono estreme, deformano in caricature dalle forti capacità comunicative le fattezze dei personaggi. Allora i pianti diventano densissimi, le urla quasi udibili e i denti si digrignano in smorfie di rabbia o ampi sorrisi (e, in fatto di espressività, il personaggio di Illusion non si batte). Per questo, come dicevo, ci si apre a una dimensione più ampia, che conduce alla fuga dalla città – qualunque essa sia – da cui la storia parte, creando un racconto che trascende dai limiti di tempo e spazio alla ricerca di una motivazione in più, di nuove storie, di nuove esperienze.

Ad accompagnare il tratto di Toffolo, come già anticipato, una novità: la colorazione di Alessandro Baronciani, dai toni saturi e favolistici. La scelta migliore per dare al fumetto (pubblicato la prima volta nel 1996) una nuova veste estremamente moderna. L’introduzione del colore, in più, non sembra affatto forzata: il disegno non perde carattere e la fusione del lavoro di Davide e Alessandro è talmente naturale da dare l’impressione di essere stata concepita fin dalla nascita della graphic novel. Sarà che, come il colorista ci rivela nella postfazione al fumetto, i due artisti hanno convissuto per un certo periodo, ma anche le loro espressioni – seppur temporaneamente distanti – coesistono alla perfezione.

Le tonalità poco realistiche mettono in evidenza un’altra meravigliosa caratteristica di Piera degli spiriti: il racconto è estremamente realistico e plausibile, eppure sembra costantemente in bilico tra la verosimiglianza e il grottesco. Fanno sicuramente la loro parte le espressioni estremizzate e i connotati fisici parzialmente innaturali, ma ciò che più di ogni altro aspetto sembra non appartenere al nostro quotidiano è la totale e coraggiosa indipendenza di Piera, che pur coesistendo con una travolgente sensibilità  è esemplare e fa invidia e spinge a chiederci: «Perché non posso provare anche io a realizzare un sogno? Perché non posso comprare una chitarra, girare il mondo, cominciare a vivere?». È forse proprio questa possibilità che Piera si concede, quella di vivere, che può sembrare frutto di fantasia in un mondo in cui convenzioni sociali e doveri morali ci costringono ogni giorno alla rinuncia. Si genera dunque dalla lettura una riflessione di tipo bruckneriano (Pascal, s’intende), sulla capacità di essere appagati e di decidere della propria felicità, autonomamente e con grande risolutezza. Pensate, tutto questo ce lo insegna un’adolescente, per giunta in un fumetto. Una rivincita generazionale a colori.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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