Youth, il cinema che si fa poesia

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Youth

Foto di Gianni Fiorito

Il villaggio vacanze di Paolo Sorrentino è un albergo extralusso sulle Alpi svizzere, gli ospiti hanno tutti qualcosa di particolare e soprattutto due cose in comune: talento e inadeguatezza. Dopo lo splendore e il barocco della città eterna, il regista napoletano torna a filmare nelle “sue” atmosfere ovattate e dà, come sempre, libero sfogo al suo manierismo e alla sua passione per la musica. Passione per la musica che, da uno sperduto paese dell’agro-pontino alle enormi sale del Quirinale, dalle sterrate strade degli Stati Uniti a un altro albergo in Svizzera, ha sempre giocato un ruolo centrale nelle pellicole di Sorrentino, fino ad arrivare a Youth – La Giovinezza, dove il protagonista, Fred Ballinger (Michael Caine), è un ex compositore e direttore d’orchestra, tormentato dal proprio passato e riluttante nel dirigere ancora, perfino di fronte alla richiesta della regina Elisabetta, le sue famosissime “canzoni semplici”.

Accanto a lui, un vecchio regista, Mick Boyle (Harvey Keitel), con la sua troupe che cerca disperatamente il finale del suo ultimo film, il suo testamento; un attore frustrato che viene riconosciuto solo per un film di serie B; il mancino più famoso del mondo reso obeso dai suoi eccessi e tanti altri protagonisti ai quali il regista dedica le sue amate digressioni rendendo, come suo solito, il film pullulante di storie e psicologie con il tentativo di sopperire al limite dell’immagine, piazzando al centro il personaggio e togliendo alla trama. E ci riesce nel migliore dei modi, grazie al suo sguardo delicato e raffinato sulle cose, mostrando un paesaggio da togliere il fiato, mentre due amici di vecchia data si scambiano le loro certezze sulla vita vissuta, che diventano poi le più grandi incertezze. Ci riesce perché la sua estetica trascende la narrazione prosaica e approda in una poesia soffusa e trascinante. Poesia non della parola, poesia della sequenza, del ritmo, dell’immagine. Quando si legge un verso, tutte le parole devono essere calcate e devono essere scandite per non tradire il ritmo che le permea e che forma quell’immagine astratta, definitiva, grazie alla quale le poesie possono essere disegnate. E così anche le scene del film, i loro elementi, sono calcati fino all’estremo, per far sì che lo spettatore possa dipingere nel proprio immaginario il quadro, che può essere uno schizzo nero o un’opera d’arte. A dare quel tocco magico c’è sempre la musica, quelle note della Canzone semplice n.3, strimpellate da un violino suonato male da un ragazzino, che avvolgono l’albergo in un’atmosfera magica.

YouthA guardar bene Sorrentino racconta cosa conosce, cose che ha dentro da sempre. Basta aver letto i suoi due romanzi e aver buttato un occhio alle interviste qua e là per apprendere della sua passione per Fellini e Scorsese, della vicinanza al tema del rapporto tra genitori e figli, l’inquietudine verso il futuro e lo sguardo curioso e stupito verso la vecchiaia e l’amicizia. Per la prima volta il protagonista non è solo, non è autosufficiente ma ha con sé l’amico di vecchia data, quel regista che è riuscito per anni a raccontare così bene le sue donne e che adesso non riesce invece a raccontare se stesso. La bellezza per Sorrentino è solo un cameo, forse anche per l’arte la bellezza è solo un cameo: la scena della vasca con il corpo nudo e perfetto di Miss Universo e i due che restano senza fiato ne è l’emblema. Bellezza è anche l’onirico che si mescola con il reale, Fellini che riprende vigore in una piazza allagata, il talento che da mero attributo si trasforma in necessità creatrice nella figura di Ballinger che dirige i suoni della natura, Maradona che palleggia con una pallina da tennis o Boyle tormentato dalle donne che ha diretto e dai personaggi che ha creato.

È proprio Mick Boyle a sciogliere il bandolo della matassa con il miglior finale di sempre, tra i sette film del regista: Sorrentino è il cinema che esaspera se stesso – tanto da spingerlo al suicidio – per estrapolare, da una fredda macchina da presa prestata ad un’arte che rischia di esser vecchia troppo presto, un’emozione immaginifica al servizio dello spettatore. E se il regista riporta la delicatezza, ma anche potenza, della sua emozione alla musica è solo una scelta di gusto e folle si può definire chi non condivide questa decisione che è prettamente “politica”. L’atto, e non l’azione, di colui che in quel momento rappresenta il cinema, è solo funzionale alla componente emozionale che è esclusivamente la musica, non il dramma. È così che la camera si volta subito verso il destinatario del gesto: caro Fred Ballinger, fai vibrare ancora una volta le anime e imbastisci quell’attimo d’eterno che fuoriesce dalla cassa di quei violini che  rivoltano le viscere e accapponano la pelle, di più, paradossalmente, anche dell’estremo gesto.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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