I C’Mon Tigre e la voce del mondo [INTERVISTA]

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C'Mon Tigre

Su di loro si sa poco, non si sa da dove vengono né come si chiamino, ma come ribadiscono anche loro ciò non è importante, perché ciò che conta è concentrarsi sulla loro musica. Il loro omonimo album d’esordio nasce da un’esperienza durata due anni di viaggi in tutto il mondo in cui hanno assorbito le varie culture musicali, da ciò nasce un genere difficilmente etichettabile che spazia dall’afrobeat al funky. Per lo stesso motivo C’mon Tigre non rappresenta soltanto il duo italo-olandese, ma un nome che contiene la memoria di tutte le anime che hanno contribuito, tra le quali si evidenzia il compianto Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax.

Cominciamo dal banale, da dove nasce il nome “C’Mon Tigre” e come nasce questo progetto? 

C’mon Tigre è una provocazione, è quel gesto della mano con cui inciti allo scontro, del tipo “avanti, coraggio”. Ma C’mon Tigre è anche un’esortazione al procedere. I francofoni poi lo leggono in un terzo modo ancora, per loro è “C’est mon Tigre” (è la mia tigre).  Il nome è nato in una stanza d’albergo, nell’insonnia da jet lag. Il progetto invece non ha una data di nascita, piuttosto un periodo di nascita, nel quale abbiamo usato C’mon Tigre come un diario di bordo.

Quanto siete stati influenzati dalle persone che hanno suonato con voi?

Il termine giusto è che siamo stati contaminati. L’influenza la prendi e poi ti passa, questa cosa difficilmente se ne andrà. Quello che abbiamo fatto è stato tenere assieme tutto, cercando di farlo convergere in un unico punto.

Come funziona il vostro processo creativo? 

Parlare di processo creativo in un lavoro del genere è difficile, non abbiamo un metodo, e non credo mai lo avremo.  Soprattutto ci concediamo del tempo, quel tempo necessario per poter assimilare, trattenere l’indispensabile e poi scriverlo. Come in un qualsiasi percorso devi mantenere una velocità che ti permetta di arrivare intatto alla fine.  Il nostro è un lungo percorso e la maratona non si corre ad alte velocità. Ecco forse siamo dei maratoneti.

Perché la scelta di pubblicare l’album anche sotto forma di vinile?

Il vinile è forse l’ultimo oggetto rimasto nella musica, e in quanto tale è l’unico che ha un valore legato al possesso. Il CD rimane comunque un oggetto passeggero, è già ampiamente sorpassato. Gli ascolti del quotidiano sono quelli in streaming o delle tracce del CD già convertite in file. L’ascolto del vinile invece rimane ancora un’esperienza differente, senza contare che tutto, compreso le grafiche, viene enfatizzato.

Il vostro disco è frutto di due anni di viaggi, qual è stata l’esperienza che ha condizionato di più il vostro lavoro?

Non ricordo personalmente un’esperienza precisa che in qualche modo ci ha condizionato più delle altre. Sono stati due anni intensi e il viaggio in sé per sé ha portato tanto. Non abbiamo solo viaggiato, ci siamo anche fermati per respirare e riorganizzare le idee. Il Nord Africa ha portato tutti i suoi colori ma i viaggi in America e in medio oriente lo stesso hanno influenzato molto la nostra visione.

Quanto dell’afrobeat di Fela Kuti possiamo ritrovare nelle vostre canzoni?

Di Fela Kuti puoi trovare sicuramente moltissimo, ma non è stato uno degli ascolti principali. Parlando di nomi conosciuti, Mulatu Astatke, Tilahum Gessesse e Bembeya Jazz National sono stati sicuramente più presenti di Fela Kuti nelle nostre orecchie.  La musica locale, quella della strada, dei musicisti sconosciuti. Quella è forse la musica che troverai nelle nostre canzoni.

Avete già ricevuto grandi complimenti dalla critica per la vostra audacia nell’aver portato un genere esotico come l’Afrobeat in Italia, cosa possiamo aspettarci dai vostri prossimi lavori?

Non lo sappiamo neanche noi.

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Francesco Montagnese

Francesco Montagnese

Classe '97, Calabrese di nascita, ma romano d'adozione. Nel tempo libero scrivo poesie e suono il violino.

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