De Gregori, enigmatico artista senza contorni

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De Gregori

Francesco De Gregori

Questo inverno, su la Repubblica, esce un’intervista presentata da uno di quei titoloni, classici del quotidiano, Ho scritto canzoni strane. Adesso ve le spiego. Il protagonista di quest’intervista è De Gregori e il solo pensiero che oggi, il Principe, a distanza di anni, potesse raccontarmi le sue canzoni, mi faceva veramente tanta paura. Per fortuna il titolone è rimasto tale, magari per beccarsi qualche visualizzazione in più da parte di chi De Gregori non l’ha mai amato, o forse ascoltato en passant, solo i suoi successi. Mi tremavano i polsi al solo pensiero che l’autore di quei capolavori, che per una consistente parte della mia adolescenza mi hanno coccolato e martellato nelle cuffiette, passando dal walkman a cassette, al lettore CD fino ai moderni mp3, potesse definire i contorni di quelle sue canzoni che i contorni non li avevano ed è per questo che restano dei capolavori.

De Gregori è uno di quelli che c’è sempre – insieme ad altri pochi – e c’è sempre anche perché è riuscito, nella sua originalità, nel suo essere sempre fuori moda, a diventare “nazionalpopolare”. Ovviamente, però, questo termine va oggi virgolettato poiché la vulgata vuole che venga usato in senso dispregiativo, rivelando gusto mediocre e appiattimento culturale. In realtà, per il cantautore romano, vale la definizione gramsciana di fenomeno culturale, riuscendo lo stesso a interpretare le aspirazioni e i valori radicati all’interno di una nazione.

Sicuramente lo stesso De Gregori mai si sarebbe sognato di vedersi come interprete di costume. In realtà il lavoro è prettamente radicato all’interno dell’immaginario collettivo e favorito dal fatto che più che usare parole in musica, il Principe si è sempre servito delle parole per creare e mettere in musica delle immagini. E dall’intervista possiamo apprendere che le sue letture dell’epoca erano incentrate su tutto ciò che non avesse un filo logico. Ma quello che più colpisce, e rappresenta la chiave di volta del suo rapporto con l’italiano, è la sua passione viscerale per il cinema italiano e ciò che ci dice riguardo a  di Fellini: “Ma lo shock di Fellini me lo porto ancora dentro, nessuno mi darà tutte le informazioni utili per la mia vita che mi ha dato . Credo di aver importato nel mondo della canzone quel modo di narrare”.

Senza perdere la dimensione intimistica del cantautorato, De Gregori guardava al mondo circostante alla stregua del cinema italiano dell’epoca. Quindi, guardava e lo filtrava nelle sue canzoni. È proprio questo che lo unisce al suo pubblico di generazione in generazione, ma soprattutto lo rende, tra i cantautori cosiddetti impegnati, quello più amato e cantato in larga scala. Anche di più di Guccini, di De Andrè o di Battiato che, per quanto geniali, si sono ritagliati una fetta (piccola o grossa che sia) nel panorama del pubblico italiano. De Gregori non si è mai “accontentato” di una fetta e lo ha dimostrato, cercando anche spesso un ricambio di genere – come dice lui da Rimmel a Buffalo Bill – ma anche facendosi trasportare dagli eventi storici e raccontandoli sempre con la sua delicatezza e la sua penna raffinata. Negli anni non si è mai esentato dall’esprimere il suo punto di vista riguardo ciò che gli accadeva intorno, a suo modo: dal classico Viva l’Italia fino a Vai in Africa, Celestino per il suo amico Veltroni, passando per le morti di Pasolini e Tenco raccontate magistralmente con A Pa’ e Festival o ancora le vicende storico-politiche con L’attentato a Togliatti o La ballata dell’Uomo Ragno. E alla luce di questo si riesce, forse, anche a comprendere quello che successe nel ’76 al Palalido. Torto o ragione, quei giovani sentivano che le canzoni di De Gregori erano già di loro proprietà perché l’autore, attraverso la sua arte misteriosa, si è sempre concesso interamente all’ascoltatore, in controtendenza con il suo fare schivo e riservato, e questo sentimento così forte e incontrollato gli attribuiva il diritto di poter sindacare fin dalla produzione artistica.

Le canzoni del Principe sono sempre sospese in un tempo astratto, raccontano quello che succede tra un’azione ed un’altra, molto spesso tralasciando l’azione stessa, sono vive nelle mani dell’ascoltatore che riempie gli spazi vuoti con le proprie sensazioni. Ed è per questo che restano immortali. Come i film di Antonioni o di Fellini.

Si possono dire milioni di sciocchezze sulle sue ultime produzioni e sul suo modo di invecchiare, l’unica certezza è che ci si dovrebbe render conto che ci ha regalato il più grande capolavoro dadaista italiano: Alice non lo sa.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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