Il cinema della crisi 1 – Kynodontas

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kynodontas

Dettaglio del poster

Per apprendere che anche in periodo di crisi l’arte riesce comunque a essere produttiva bastano le nozioni scolastiche: ricordiamo Joyce, nel primo dopoguerra, che si rifà ai valori del passato attraverso il mito, Orwell, che dalla terribile esperienza della dittatura fa nascere quell’angosciante distopia che è 1984, o anche la cosiddetta arte “informale” (Fontana, Pollock…) e l’annullamento, appunto, della forma. Tutte queste espressioni hanno una caratteristica comune: la negazione dei valori tradizionali di fronte a un contesto di profonda e indomabile crisi.

Se però è facile immaginare che la decadenza dei valori possa essere un ottimo pretesto per alimentare l’arte, più difficile diventa capire come una depressione economica possa in qualche modo giovare agli autori cinematografici, che già di per sé devono spesso fronteggiare i problemi di un budget ridotto. Nel caso della settima arte, nasce quello che io definisco come “cinema della crisi”: un cinema che non è in crisi e che non affronta quest’ultima narrativamente ed esplicitamente, ma che da questa situazione di stallo fiorisce, sacrificando le grandi, ricche produzioni a favore della pura creatività. Quale Paese, d’altra parte, poteva trarre il meglio da una simile condizione se non la Grecia, il cui fallimento economico e politico è ormai diventato emblematico?

La sua produzione cinematografica degli ultimi anni è la palese dimostrazione dell’immenso valore creativo che una recessione può avere oggi (come, mi spingo a dire, lo ha avuto il dopoguerra per i neorealisti, ma generando risultati estremamente diversi) per gli artisti che sanno sfruttarla al meglio. Esemplare è a questo proposito Kynodontas, diretto da Yorgos Lanthimos.

Una veloce sinossi: due genitori educano i propri figli a considerare il mondo esterno come un ambiente maligno e insidioso, insegnando loro una nuova lingua (per cui zombie significa “fiorellino giallo”, telefono significa “sale”) e convincendoli a non avere rapporti con persone estranee alla famiglia e a rimanere dunque segregati in casa, fedeli ai propri genitori e ai valori da loro imposti. Un’idea che, trasportata su pellicola, diventa un quadro grottesco, pseudo-surreale: “pseudo” perché la sceneggiatura esplora una psicologia folle, senza però mai addentrarsi nella dimensione dell’impossibile, dell’irreale, quanto piuttosto descrivendo un alienante incubo a occhi aperti, che spaventa proprio per la sua possibilità di essere vero. È una distopia contemporanea, la sfiducia e la paura nel mondo e il conflitto con la generazione passata, che ha fatto terra bruciata attorno a sé lasciando i propri figli privi di speranze e continuando a imporre loro l’eterno ruolo di subordinati, condannati a una disperata ingenuità. Un controllo, quello degli adulti, che è assoluto e si spinge oltre i limiti del buonsenso, distorcendo la personalità e perfino la sessualità dei tre ragazzi, spingendoli all’incesto, imposto quanto ingenuamente voluto. Privati di ogni facoltà critica, banalizzano qualunque dinamica a un rapporto di causa-effetto: se mi comporterò bene mio padre mi premierà, se darò a mia sorella ciò che vuole lei mi concederà ciò che io desidero.

Kynodontas

Alcune inquadrature tratte da Kynodontas

Se la storia incuriosisce e trasporta lo spettatore alternando momenti di divertito imbarazzo ad altri terribilmente angoscianti, la regia ne è certamente all’altezza, ugualmente anticonvenzionale.
Yorgos Lanthimos non è un esteta autoerotico, non fa del suo cinema un ridondante tripudio visivo fine a se stesso, ma quasi nasconde il suo sguardo proponendo inquadrature che non raccontano, bensì evocano, celando sempre qualcosa allo spettatore, che è costretto a immaginarlo. Allo stesso momento, negando il proprio afferma antonionanamente quello della macchina da presa, lasciando imporre i confini del campo come una presenza inaludibile, di cui lo spettatore deve prendere coscienza. Non sono immagini che vogliono creare illusioni.

Ne sono un esempio i numerosi soggetti ripresi solo parzialmente o di spalle: guardando, ad esempio, uno dei personaggi parlare al telefono, ascoltare la musica o essere coinvolto in un dialogo senza però che ne sia mostrato il volto, le sue emozioni restano incerte (immagine in alto, ndr). L’occhio del regista si focalizza su dettagli mai banali ed esclude dal suo campo visivo elementi che risulterebbero fondamentali per un cinema prosaico, narrativo. Qui, invece, non sono l’evoluzione e il dinamismo ad avere valore, quanto l’osservazione statica, il senso di essere ingabbiati e di perdersi sempre qualcosa di rilevante, che è escluso dalla nostra visione, come lo è il mondo esterno per i tre ragazzi protagonisti. Ecco perché le inquadrature fisse, che ci nascondono le azioni di ciò che è in movimento: è l’immobilità di chi è confinato, escluso da una visione totale, d’insieme del mondo. Basta che un solo elemento esca dal nostro campo visivo, dal confine del nostro giardino, perché se ne perda completamente la cognizione, come se l’osservatore fosse inchiodato, costretto a una visione parziale, privato della facoltà di ruotare lo sguardo e mettere a fuoco l’azione.

Una regia che è fortemente lontana dai canoni di elevazione estetica del cinema europeo, dal dogma ormai abusato della simmetria e dei movimenti di camera spesso utilizzati senza tener conto del confine tra raffinato e pomposo. Lanthimos in questo errore non cade mai. Non è un caso che questo film rientri in quella che viene definita “la strana onda greca”. Strana proprio perché scevra da ogni canone tradizionale – visivo quanto narrativo –, strana perché incredibilmente creativa, peculiare, originale. Strana perché non si lascia intimidire dai budget ridotti, ma che anzi dalla crisi trae il meglio di sé. Forse è proprio questo l’aggettivo che, molto istintivamente, si potrebbe affibbiare a questa pellicola: strana, sin dal titolo, Kynodontas (Canino), che solo la visione potrà poi spiegare e di cui sarebbe crudele anticipare il significato. Basti sapere, come il trailer rende noto, che i tre figli vengono convinti del fatto che il momento in cui un ragazzo è pronto ad abbandonare la casa e affrontare il mondo esterno è quello in cui egli perde il canino. Ancora una volta, viene inculcato loro un banalissimo rapporto di causa-effetto (se perdi il canino sei libero), ma questo è certamente quello dal più macabro risvolto, che però resta sospeso: anche qui il regista si appella all’immaginazione dello spettatore, che rimane all’oscuro del destino del personaggio protagonista del finale. Una scelta certamente coerente con lo stile dell’intera pellicola, capolavoro del cinema contemporaneo.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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