Il cinema della crisi 2 – Miss Violence

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Miss Violence

Dettaglio del poster

DISCLAIMER: CONTIENE SPOILER, #STACCE

Nel primo capitolo della serie vi avevamo proposto Kynodontas, un lavoro di Yorgos Lanthimos. Torniamo ora a parlare della strana onda greca con Miss Violence, diretto da Alexandros Avranas e perfettamente calzante con la definizione di “cinema della crisi” precedentemente fatta. Ciò che i due film hanno in comune non è semplicemente l’appartenenza alla stessa corrente creativa, ma anche la centralità del tema famigliare, a cui educazione e valori sono strettamente legati. Se però nel caso di Kynodontas la morale imposta dai genitori era distorta e grottesca, qui ve n’è una totale assenza, ma questa decadenza si svela molto gradualmente. La pellicola si apre infatti con l’undicesima festa di compleanno di Angeliki, circondata dalle amorevoli attenzioni dei parenti. Un quadretto spensierato, all’apparenza comune, se non fosse per il tragico epilogo: la ragazza approfitta di un momento di distrazione per commettere un freddo suicidio. Gli equilibri familiari vengono dunque messi in pericolo, facendo venire a galla agghiaccianti racconti di incesto, stupro, prostituzione e pedofilia, che confondono i ruoli parentali.

Miss Violence è un quadro di finti moralismi, dipinto da un uomo che è pronto a sradicare la porta della camera della propria figlia al grido di «In questa casa non ci sono segreti», ma che nasconde agli assistenti sociali il nome del padre dei suoi nipoti: il suo nome, perché quelli sono in realtà i suoi figli ed è pronto a venderli impotenti al migliore, eccitato, squallido offerente. Soprattutto, è Miss Violence l’anziana moglie, Rena Pittaki, che supporta e nasconde la violenza del marito e sfoggia la sua in un’inaspettata presa di potere. La sceneggiatura, punto forte del film, gioca molto su questi cambi di ruolo, che creano confusione seguita da stupore. D’altra parte, gli stessi personaggi vantano tutti una caratterizzazione spettacolare, forti anche di eccelse interpretazioni. Su tutti Eleni (Eleni Roussinou), figlia maggiore di un padre che è anche quello dei suoi figli, la cui interprete, con un solo, pietoso sguardo in macchina, riesce a preparare lo spettatore a tutto lo squallore che da lì a poche scene comincerà a dover affrontare. Myrto, interpretata da Sissy Toumasi, è un altro interessantissimo personaggio, esattamente agli antipodi: fredda, cinica, non batte più ciglio di fronte alle molestie del padre; le resta stampato sul viso una perenne espressione di sfida e insofferenza, anche compiendo il drammatico gesto di auto-infliggersi una ferita da taglio in presenza della madre.

Miss Violence

Scena finale di Miss Violence

Messa da parte la potenza della sceneggiatura, va però detto che la regia, seppur gradevole, è decisamente più “tradizionale” di quella vista in Kynodontas. Non spiccano scelte stilistiche particolarmente sorprendenti, fatta eccezione per un piano sequenza di nove minuti, ma il risultato è comunque molto accattivante. Rimangono costanti i ritmi lenti di narrazione, da perfetto dramma ansiogeno. Quella di Miss Violence è una fotografia dai toni cupi, ma mai fortemente oscuri. Non sono infatti le scelte tecniche a evocare l’angoscia che dalla storia scaturisce: è un lavoro narrativo, un cinema come mezzo per raccontare storie e non per suggerire emozioni, ma anzi per palesarle in rapporto all’evoluzione del racconto (questa è un’altra grande differenza con il film precedentemente proposto). Qui nessun concetto è appena avvertibile, non fino in fondo; ciò che un’inquadratura nasconde, la successiva lo mostra, così come un dubbio sulle dinamiche narrative viene completamente dissipato con il passare del tempo e il procedere della visione.

In Miss Violence c’è però qualcosa che in Kynodontas manca: in quest’ultimo viene raccontata soltanto la crisi morale e, in modo quasi non rilevante, quella economica, mostrando il capofamiglia nell’avvilente fabbrica in cui lavora. In questo caso, invece, le finanze della famiglia costituiscono uno degli elementi principali del racconto. L’unico lavoratore, come anche nel caso dell’altra pellicola, è il padre, che ormai cinquantenne fatica a trovare un impiego fisso. Eppure la famiglia non sembra affatto avere problemi economici. Non deve dunque essere una coincidenza che ai più piccoli componenti della famiglia vengano promessi costumi da bagno nuovi e un vestito proprio lo stesso giorno in cui la loro madre dovrà vendersi a un cliente raccomandatole da suo padre, così come, di conseguenza, lo stesso uomo chiederà alla nipote di non ringraziare lui stesso, ma la loro madre per i regali ricevuti. Sono proprio le necessità economiche alla base della decadenza morale della famiglia, disposta a dare in pasto al più abietto degli uomini anche la più giovane componente della famiglia in cambio di denaro. Ecco, dunque, come anche un film decisamente meno “strano” riesce a raccontare la crisi da una prospettiva differente, mostrandola ma non rendendola protagonista ed entrando dunque a far parte della nuova, meravigliosa onda greca, che con questo film si contamina di atmosfere differenti, senza perdere la sua unitarietà.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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