Libera Rugby: per sdoganare l’omosessualità nello sport

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Libera Rugby

Libera Rugby Club

Giacomo e Stefano sono due giocatori della Libera Rugby, che innegabilmente rientrano nello stereotipo fisico del rugbista: petto gonfio, spalle larghe, folta barba da orso. Insomma, i canoni tipici della virilità incarnati in quelli che sono compagni nello sport e nella vita. Avete capito bene, Giacomo e Stefano sono fidanzati. Villosi, sportivi, prestanti, eppure gay e si sono fatti ritrarre sulla copertina di Sportweek mentre si scambiano un’effusione. Con il loro tenero bacio fanno da apripista per un approfondimento, curato da diversi autori della rivista, sulle storie difficili o meno di omosessualità nello sport. Vengono raccontate quella di Greg Louganis (Lo spavento per la libertà, di Claudio Gregori), Martina Navratilova (Numero uno in tutto, di Riccardo Crivelli), Nancy Lieberman, Billie Jean King, il suicida Justin Fashanu (Troppo debole per (r)esistere, di Paolo Avanti), Jason Collins (Una vita in una lettera, di Massimo Lopes Pegna), Robbie Rogers, Orlando Cruz, Michael Sam ed Emile Griffith (L’insulto e la tragedia, di Fausto Narducci). Brevi e sofferte biografie che precedono l’articolo dedicato, appunto, alla Libera Rugby, prima squadra italiana gay-friendly, che ha tra le sue fila numerosi giocatori apertamente dichiarati.

Il tema dell’orientamento sessuale è ancora attualissimo nel mondo sportivo, specialmente in quello calcistico, dove omofobia e reticenza dilagano. Basti pensare alle spiacevoli dichiarazioni di Felice Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, che definisce le giocatrici di calcio femminile «quattro lesbiche»1 immeritevoli dei finanziamenti della Figc. Dire cosa sia peggio, tra il definire “lesbiche” delle ragazze che praticano uno sport considerato esclusivamente maschile o l’usare l’omosessualità come un’offesa, è davvero difficile. Poco dopo l’in-Felice dichiarazione, però, Abby Wambach – calciatrice della Nazionale di calcio femminile degli Stati Uniti d’America, squadra vincitrice degli ultimi Campionati mondiali – ci regala un intenso momento di gioia a bordo campo, strappando un bacio vittorioso alla moglie. Sull’onda dei recenti avvenimenti, compreso il riconoscimento costituzionale della legittimità delle nozze gay in tutti gli Stati Uniti, Sportweek dedica un lungo articolo (e la suddetta copertina) a una squadra inclusiva e mista, che ha il potere di dimostrare che, in campo e negli spogliatoi, quando vige il rispetto non c’è stereotipo che tenga: placcano tutti, anche le cosiddette “checche”, e con la stessa forza dei compagni etero. Sarà che non è l’orientamento sessuale a definire la virilità (o la femminilità) di una persona? Una verità troppo scioccante per chi eguaglia l’essere gay all’essere effeminati e l’essere lesbiche all’essere delle rozze camioniste.

Libera RugbyQuella del Libera Rugby Club è una realtà fondamentale per la creazione di un ambiente sportivo sano e privo di pregiudizi. Se infatti molti ragazzi omosessuali evitano di partecipare ad attività agonistiche è anche per la paura degli attacchi, che non sempre avvengono in campo, dove sono pubblicamente condannabili (basta considerare episodi come i frequenti cori razzisti negli stadi), ma anche tra docce e camerini. Uno spazio riservato agli sportivi, claustrofobico, dove è facile immaginare quanto possa essere complesso in una situazione di intolleranza convivere con chi è ostile. Un clima che è senza dubbio quello attuale, considerando i commenti sui social2 all’iniziativa della rivista. Chi critica la copertina è sicuramente la stessa persona che condanna ogni battaglia civile LGBT, che sputa sangue sul pride e che accusa gli omosessuali di esibizionismo, liquidando la questione dicendo che non c’è bisogno di tante manie di protagonismo, i gay sono liberi di fare quello che gli pare. Però a casa loro, con la porta chiusa a chiave, le finestre sbarrate e la luce spenta. Non sia mai che le pareti vedano certe oscenità. Perché anche un bacio è peccaminoso, per chi accetta che solo l’eterosessualità sia condivisa in pubblico.

Chi vede in un bacio un tentativo di scandalizzare, di provocare, può essere un omofobo oppure un nostalgico degli anni Trenta e delle effusioni censurate al cinema. Considerando che nessuno osa protestare per le migliaia di baci etero che vediamo sulle riviste, nelle pubblicità, ai matrimoni (perché qui solo quelli etero si celebrano) e praticamente in qualunque luogo pubblico in cui bazzichi una coppietta, la seconda supposizione mi sembra irreale. Se il titolo chiede chi ha paura di un bacio, io piuttosto mi domando perché. Soprattutto, non riesco ancora a capire come l’orientamento sessuale altrui possa in qualche modo influenzare la vita di chi in quella relazione – o in quella passionale notte senza futuro – non è coinvolto. Di rimando, non mi è del tutto chiaro perché dovrebbe essere così importante per me sapere se le labbra del tallonatore e del mediano si siano mai incontrate e perché dovrei giudicare la loro prestazione di gioco in base a una questione del genere. Insomma, viva il Libera Rugby Club, viva gli esibizionisti, i provocatori, gli immorali e tutti quelli che si espongono esplicitamente per cambiare la realtà dei fatti. Viva l’amore.

Fonti:
1. Belloli sul calcio femminile: "Basta con queste 4 lesbiche", La Gazzetta dello Sport
2. "Ditemi come lo spiego a mio figlio di 5 anni". Sportweek e il bacio (gay) della discordia, Huffington Post, di Stefano Paolo Giussani

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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