Piotta: «Si può avere grande successo anche senza i talent»

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Piotta

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“Venticinque anni stile rap, rap giubileo”: così Tommaso Zanello, aka Piotta, descrive la sua carriera nella quale ha toccato vari stili musicali passando dal rap e arrivando perfino al raggae. Baluardo e guida della musica romana, ha creato nel 2005 la casa discografica La Grande Onda. È uscito ad aprile il suo ottavo album, Nemici, nel quale si muove con grande naturalezza tra i generi, spostandosi tra funk, raggae, hip-hop contando anche collaborazioni con grandi artisti come Afrika Bambaataa, Captain Sensible e Modena City Ramblers. Il disco è una critica ai talent show che sfornano artisti privi di talento, ma anche alla corruzione e al decadimento di questa società (vedi Sette Vizi Capitale e Wot!).

Sei stato il primo italiano a esibirsi durante il Warped Tour nel 2008, quanto quest’esperienza ha influenzato i tuoi lavori successivi?

Sicuramente sì. Nel suono e nello spirito. Più rock, più crossover e più voglia d confrontarmi con mondi sonori solo apparentemente distanti. In realà credo che nella musica lo scopo sia superare ogni confine, logicamente dando un senso compiuto alla cosa, nella forma e nei contenuti.

Riguardo al brano Rise Up hai detto che ci sarebbe stato bisogno di coinvolgere molti rapper in questo progetto, non hai pensato a un nuovo progetto stile Robba Coatta?

Ho detto così? Ti giuro che non lo ricordo. Comunque perché no, sotto l’egida di Bambaataa tutto è possibile. In realtà credo che i progetti collettivi come il Rome Zoo o Robba Coatta siano tipiche dei vent’anni e degli anni novanta. Non fraintendete, sono state e resteranno esperienze bellissime ma io amo solo guardare avanti, non sono un malinconico. Oggi si parla di collaborazioni artistiche con uno scopo più alto che non sia fare un disco. Progetti a tutto tondo, dall’amicizia all’impegno sociale, chi meglio della musica può farlo?

Com’è nata la collaborazione con Afrika Bambaataa e come l’hai conosciuto?

Per caso, all’Autogrill. Lo so, fa ridere, ma è così. Poi sempre per caso l’ho rincontrato in una vietta di Roma, a quel punto siamo passati dalla chiacchiera allo studio e da lì è nato tutto. Una persona profonda, un artista vero. Se l’hip hop degli esordi era magico era perché alcune pionieri furono davvero delle persone speciali.

A proposito di feat, com’è nata la collaborazione con lo Stato Sociale e in seguito la partecipazione a un loro live?

È nata in un albergo a Bologna. Mi sono venuti a trovare dopo lo spettacolo che facevo a teatro col giudice Gherardo Colombo (Freedom! Educare alla libertà). Io li conoscevo già e mi piacevano, conditio sine qua non per fare un featuring visto che non li faccio a pagamento. Il pezzo direi che è una bombetta da oltre un milione di views ed è stato bello cantarlo insieme all’Alcatraz a Milano.
Sono un grande gruppo e un grande esempio: si può avere grande successo anche senza i talent!

PiottaIn Sette Vizi Capitale esprimi una forte critica al degrado romano, da artista come hai vissuto questa decadenza culturale?

Non confonderei assolutamente la decadenza politica ed economica con quella culturale, anzi. Roma non è mai stata così ricca culturalmente. L’underground è in fermento e c’è un filo rosso che mette insieme musicisti, pittori, attori, scrittori, disegnatori, etichette. Da Zerocalcare ai Colle der Fomento, da me a Il Muro del Canto, da Assalti Frontali a Elio Germano. Tutti liberi, indipendenti, uniti nell’arte per Roma, dal Lago ai tanti spazi valorizzati, difesi e sottratti alla speculazione.

Sei un artista indipendente, hai creato la tua casa discografica, cosa ne pensi della scena indie italiana e com’è cambiato il tuo punto di vista da quando hai iniziato a produrre la tua musica da solo?

Non credo che il mio punto di vista sia cambiato, è costantemente attento a ciò che mi circonda, a quanto c’è di vero, a coltivare giovani artisti lasciando loro giusti tempi e grandi spazi. In questo momento mi piacciono i The Giornalisti, i Vintage Violence e gli Inna Cantina. Tutti molto diversi, tutti molto veri.

Gli Inna Cantina Sound hanno conquistato il primo posto nella classifica di iTunes, è un segno che la musica buona in Italia si può ancora fare?

Il primo posto su iTunes sono tipo 300 download quindi lo può fare qualsiasi figlio di papà viziato, purtroppo i numeri sono questi e fanno ridere. Però sì, la buona musica si può e si deve ancora fare.

La tua immagine è spesso legata al tuo film, La Mossa del Giaguaro, che hai dichiarato essere la cosa più brutta fatta in carriera, mai pensato a un nuovo progetto cinematografico?

La mia immagine per fortuna non è assolutamente legata al mio film perché non lo ha visto più nessuno dal 2000, e aggiungo per fortuna visto che al 50% non mi piace. Il nuovo progetto c’è ma come autore della colonna sonora, ruolo che so gestire decisamente meglio.

Durante la tua carriera sei passato da un rap puro a una miscela di suoni e generi, necessità di cambiare o istinto di sopravvivenza?

Se non avessi cambiato mai sarei euromilionario, invece ho questa incessante voglia di cambiare, di evolvermi, di sperimentare, di non annoiarmi. Ma è un costo che pago volentieri. Libertà di fare quello che mi pare, quando mi pare. Insomma, adrenalina pura… e l’adrenalina non ha prezzo!

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Francesco Montagnese

Francesco Montagnese

Classe '97, Calabrese di nascita, ma romano d'adozione. Nel tempo libero scrivo poesie e suono il violino.

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