James Sveck come Holden: giovane e incompleto

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Un giorno questo dolore ti sarà utile

Frame del film tratto da Un giorno questo dolore ti sarà utile, inserito in copertina

Quando decido di leggere un libro solitamente è perché su Internet mi capita di trovare casualmente delle citazioni che mi colpiscono o, ancora meglio, commenti di persone estasiate da questo o da quel romanzo. Io sostengo che è precisamente questo ciò che un libro dovrebbe fare: lasciare il segno; se possibile, positivamente e irrimediabilmente. Credo anche sia importante lasciarsi influenzare dai gusti e dalle esperienze delle persone, perché i libri (appunto importantissimo, così come le canzoni) consigliati con calore, anche se in fine sgradevoli, non potranno non essere comunque collegati in modo speciale alla vita di un’altra persona. Insomma, in poche parole qualche mese fa ho letto per caso una citazione tratta da questo best seller sconosciuto, pubblicato nel 2007, il cui titolo mi ha colpita subito: Un giorno questo dolore ti sarà utileBello, no? Sette parole per riconoscere l’inevitabile sofferenza collettiva che ci accomuna e, allo stesso tempo, sette parole che vogliono essere di conforto. La citazione in questione è questa:

Ho ripensato alla signora che leggeva in treno. Dov’era adesso? A casa sua?
Lo so che non era il caso di scendere a Woodlawn per seguirla, ma se lo avessi fatto?
Se nella mia vita quella donna fosse stata destinata a diventare importante?
Credo che sia questo a farmi paura: la casualità di tutto.
Persone che per te potrebbero essere importanti, ti passano accanto e se ne vanno.
E tu fai altrettanto.
Come si fa a saperlo? Dovevo tornare indietro a parlare con il ragazzo messicano?
Forse era solo, come me, forse aveva letto Denton Welch.
Andandomene mi sembrava di abbandonarlo, di passar la vita, giorno dopo giorno, ad abbandonare la gente.

Ho deciso all’istante che avrei dovuto comprare questo libro, perché mi sono subito trovata in straordinaria sintonia con le poche parole sopra citate. Dunque, l’ho fatto. Ho comprato il libro. Non appena finito, mi è stato chiaro che scriverci su sarebbe stato inevitabile.

Il romanzo ha come protagonista un ragazzo diciottenne, James Sveck, che vive a New York e passa l’estate lavorando nella galleria d’arte di sua madre, una galleria principalmente vuota, considerato che le opere esposte sono per lo più pattumiere di un artista giapponese che ha deciso di voler restare senza nome. James ama la lettura, la solitudine e le vecchie case del Midwest, non nutre però particolare simpatia per il mondo in generale e principalmente per i suoi coetanei. Stima però sia Nanette, sua nonna, che John, gestore della galleria. La trama non è certamente nulla di eccezionale, così come la storia. Quello che colpisce di questo libro sono le riflessioni e i pensieri di un James che per molti versi mi sento di paragonare all’Holden di Salinger o al Charlie di Chbosky. Per lo più si tratta dei pensieri pessimisti e malinconici di un ragazzo che si sente troppo diverso per poter vivere allo stesso modo degli altri. Ecco, gli altri: il rapporto conflittuale con qualunque persona esterna al suo ideale di decenza, è quello su cui l’autore si sofferma. Non si tratta di semplici critiche, Peter Cameron scrive di un disagio profondamente radicato in chiunque riesca a ritrovare nella frustrazione di James, lo stesso senso di impotenza nei confronti di un mondo troppo scontato, troppo uguale. La lettura procede scorrevole, i dialoghi sono acuti e le confessioni del protagonista tengono alto l’interesse nonostante la storia resti pressoché statica.

Roberto Faenza, vincitore del David di Donatello nel 1993 con il film Jona che visse nella balena, nel 2011 ha diretto l’adattamento cinematografico del romanzo. Personalmente, non vedo l’ora di guardarlo e se non avete troppo tempo da dedicare alla lettura a causa delle vacanze, consiglierei anche a voi di spendere novantanove minuti in compagnia di James Sveck e di Toby Regbo, che ne veste i panni.

Non mi capitava da molto tempo di restare a riflettere su un personaggio anche dopo averne concluso la storia. Spero solo che a New York, alla Brown, nel Midwest o dovunque si trovi, James riesca a essere felice. Prima o poi.

About author

Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

23 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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