La follia dell’essere: Ligabue e Ghizzardi

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Antonio Ligabue, Leopardo con serpente (1952)

Fin da piccola, sono sempre stata l’opposto dei bambini della mia età. Loro amavano il giorno e il sole perché potevano giocare? Io adoravo la notte e la luna perché vi era silenzio e potevo rilassarmi o pensare attentamente, senza urli e schiamazzi. I miei coetanei si rincorrevano per i giardini giocando insieme? A me non dispiaceva restare da sola, quando non avevo altra scelta (oppure andavo semplicemente a casa a mangiare, ma non per consolare me stessa, cercando di tirarmi su il morale da uno stato di pseudo depressione, ma perché avevo fame). A scuola i miei compagni parlavano di quanto amassero il protagonista di un film d’animazione della Disney? Io non perdevo occasione per sbandierare quanto mi piacesse il personaggio antagonista, definendolo misterioso. Ma come interpretare questo aggettivo? Non ci sono molte alternative, a dir la verità. Quel che è certo è che il mistero finisce quasi sempre per incuriosire anche coloro che si sentono in qualche modo turbati dalla sensazione d’ignoto che è in grado di suscitare. Magari queste stesse persone, dopo aver ammirato determinate opere, se ne andranno deluse e rassegnate, sentendosi insoddisfatte di non essere riuscite a carpirne a pieno il significato. La sottoscritta invece si comporta diversamente: sono infatti in grado di passare ore davanti a una singola opera d’arte, per poter giungere a una spiegazione per ciò che ho davanti (e dovendo essere, quasi sempre, trascinata via da qualcuno per poter auto convincermi di dover rinunciare a soddisfare la mia curiosità, almeno per il momento). Ecco, queste sono le opere che io apprezzo di più. Quelle su cui ho da scervellarmi, delle quali sono in qualche modo obbligata ad osservare e studiare ogni dettaglio per riuscire a capirci qualcosa.

Il Museo della Follia ha saputo, già solo dal nome della mostra, stuzzicare il mio interesse e farmi pensare che avrei dovuto ragionare attentamente su ciò che avrei visto, ma che non sarei tornata a casa delusa. Durante la visita, ho avuto l’occasione di ammirare diverse opere fatte da artisti ora abbastanza conosciuti, ora addirittura anonimi. Due di quelli più famosi, nonché protagonisti principali della mostra, erano Antonio Ligabue (che avevo già avuto modo di apprezzare tempo fa, dopo aver scoperto che uno dei suoi quadri, Testa di tigre, era collegato alla canzone Sfogati, appartenente all’ultimo album di Caparezza, Museica) e Pietro Ghizzardi, le cui opere non avevano ancora avuto l’occasione di passare sotto i miei occhi attenti. Vi parlerò principalmente di questi due talenti mettendoli a confronto tra loro, parlando del loro stile, dei loro soggetti e di ciò che sono riusciti a trasmettermi.

Guardate Leopardo con serpente (immagine in alto, ndr). Guardatela attentamente e concentratevi su più dettagli possibili. Fatto? Bene. Ora, ditemi, se vi dicessi che l’autore di questa pittura è un folle, mi credereste? Probabilmente no e inizialmente nemmeno io volevo accettarlo. Insomma, pensateci: la follia la gente se la immaginerebbe probabilmente come un qualcosa di tenebroso, dai colori spenti e consumati, oppure di un colore abbastanza neutrale, per esempio il bianco, come le pareti dell’ospedale psichiatrico in cui Antonio Ligabue venne, tristemente, rinchiuso. Lui, ma non la sua arte. Quella sopravvisse allora e resta ancora oggi, nella mente di coloro che amano il suo stile. Questo stesso stile non lascia spazio ai dettagli, semplicemente perché non ne ha bisogno. I soggetti dell’immagine qui sopra sono il serpente e il leopardo, il resto è contorno e nessuno potrebbe metterlo in dubbio. Probabilmente fu questo l’intento dell’artista: focalizzare l’attenzione dell’osservatore sul grande felino e sul rettile avvinghiato intorno a lui, in una morsa mortale ma non decisiva… o forse sì? Non ci è dato saperlo. Non ci è dato sapere se il serpente stia avendo la meglio sul leopardo o se quest’ultimo sia stato ritratto pochi secondi prima di azzannare il rettile, mettendo fine alla sua vita con un solo morso. A parer mio questa avrebbe potuto essere una metafora per definire la lotta interiore che l’autore di questa pittura ebbe con la sua malattia, anche se, probabilmente, quest’ultima avrebbe avuto delle tinte meno appariscenti della sua opera, partendo dal chiaro arancione del pelo del leopardo e arrivando fino al verde, poco più spento, del rettile. Anche le ambientazioni mancano completamente di colori tetri o malinconici, forse soltanto ciò che vi è dietro la schiena del leopardo, ma come probabilmente starete pensando anche voi: chi focalizzerebbe la sua attenzione su questo? E avete ragione. Tutta la vostra curiosità dev’essere concentrata sullo scontro (o vittoria), sulla violenza della scena in sé e nient’altro. Questa stessa violenza “naturale” è presente anche in altre opere di Ligabue come Leone e zebra in lotta oppure Aquila che assale una volpe e, nonostante gli animali siano differenti, hanno sempre qualcosa in comune tra loro: la lotta per la vita. La stessa che l’autore ha provato sulla sua pelle, insieme alla sua crudeltà e alla sua mancanza di dettagli importanti: solo lui, il leopardo e il serpente, la malattia, che alla fine ha tristemente trionfato.

folliaRicordate il tratto minimale e appariscente di Ligabue? Ricordate i suoi animali perennemente in lotta tra loro e le ambientazioni che facevano da sfondo a tutta la scena? E ricordate la violenza, l’unico sentimento che sembrava trasparire dai suoi dipinti? Bene. Prendete tutte queste informazioni e invertitele o eliminatele completamente. Così facendo, otterrete l’arte di Pietro Ghizzardi. L’artista, esponente del naif così come Ligabue, possiede uno stile abbastanza unico, pur appartenendo a questa corrente artistica, conosciuta per i suoi colori allegri e vivaci, i soggetti costituiti prevalentemente da paesaggi e i contorni davvero semplici e lineari. Ghizzardi si può definire uno degli “strappi alla regola” della corrente artistica a cui appartiene. Egli si occupa di ritrarre principalmente donne e pochissimi uomini. Queste, sempre diverse tra loro, appaiono subito al centro della scena e attirano l’attenzione dell’osservatore che si concentra principalmente sui visi, ma anche sui corpi, sproporzionati, quasi a voler infrangere le rigide regole imposte dall’arte classica. I tratti sono indefiniti, forse anche per via dei colori, i quali non aiutano molto a distinguere, a prima occhiata, i contorni delle figure presenti. Questi ultimi, spenti e uniformi, sembrano quasi volersi unire ai vestiti dei soggetti, ai loro capelli o ai loro visi. Gli sfondi sono assenti, o meglio, vi sono delle tinte uniformi che mettono ancora più in evidenza il soggetto posto al centro dell’opera. Ma ciò che più mi ha colpito dei quadri di Ghizzardi, oltre all’originale metodo di rappresentazione dei corpi, sono stati i volti, in particolare le espressioni. Ognuna di queste si differenzia dalle altre, ma le collega l’aria di instabilità che aleggia intorno alle donne. Un’aria che nasce semplicemente dagli occhi per poi crescere, unita allo stile di rappresentazione dei corpi e i colori.

Insomma, come avete notato, gli artisti di cui vi ho appena parlato, sono in netta contrapposizione tra loro nello stile, nei soggetti… e secondo me anche un po’ nella personalità, stando al fatto che,  spesso e volentieri un’opera d’arte combacia almeno parzialmente con la personalità di colui che l’ha fatta nascere, tratto dopo tratto. Tuttavia, qualcosa in comune tra loro ce l’hanno ed è stata la sensazione di “quiete prima della tempesta” che, sia i quadri di Ligabue, sia quelli di Ghizzardi, sono riusciti a donarmi.

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Anna Castellucchio

Semplicemente una bambina con tante aspirazioni e poche realizzazioni.

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