«Ma come parli?»: sull’importanza di farsi capire

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Totò, Peppino e la… malafemmina

Stamane ero all’anagrafe. Solita coda di cinque, sei persone ad attendere. La peculiarità della coda era il livello “linguistico-culturale” delle persone che mi precedevano: variegato. Spaziavano dalla ragazza di logica basso-media e con scarse esperienze di istruzione al vecchio goffo cresciuto praticamente con pane e quotidiani, molto informato e preparato. Non sto in alcun modo giudicando o facendo discriminazione, ma anzi. Questa caratteristica della fila mi ha colpito non poco. Queste persone si sono infatti rivolte tutte all’impiegato statale alle spalle del bancone in modi completamente diversi, ma ottenendo lo stesso risultato: si sono fatte capire.

Non nego che due o tre abbiano anche utilizzato intercalari volgari nelle loro spiegazioni, mentre altri termini molto molto precisi e complessi. Ma tutti, in un modo o nell’altro, si sono fatti capire. Allora mi chiedevo: quanto conta davvero rispettare regole grammaticali a livello pratico? È chiaro che, se si vuole fare sfoggio di erudizione, soprattutto in saggistica, è legittimo e anzi opportuno rispettare tali norme. Ma quanto, intendo, è preferibile usare un congiuntivo dopo un “che” o un “se” rendendo la frase più complessa, sapendo che in lingua italiana i verbi sono davvero particolari, piuttosto che altri modi verbali, ma facendo in modo di essere capiti in fretta? Quanto conta? Il linguaggio nasce col fine della comprensione. Parlo per farmi capire. Se parlo correttamente e non mi capisci, sto parlando correttamente ma non bene. Una volta ascoltai in un discorso di tal tizio secondo il quale più utilizzi parole difficili più sei una persona banale. In effetti è così. Può capitare che una parola complessa possa ritrovarsi in un discorso, anche perché magari è maggiormente preferibile a livello di suono e assonanza, ma per il resto? Conta davvero essere tanto pignoli? Hai compiuto il 100% del lavoro se ti sei fatto comprendere, non trovi?

Io credo, piuttosto, che sia più bisognoso di cure e attenzioni, neanche fosse un malato terminale, chi vuole in tutti modi ostentare la propria cultura o metterne in gioco una praticamente inesistente e assente. Mi capita di girare sui social network e di vedere foto postate dagli utenti riguardo i libri che leggono o i manuali che studiano, ma (uso il latino per fare semplicemente sfoggio di erudizione e impressionare il lettore o la redazione, ma non perché voglia parlare a dei lettori latini o latinisti) cui prodest? A chi giova? Mi date fastidio, davvero. Il vostro è un peccato più grave di molti altri: la vostra non è presunzione o arroganza o superbia, no. Il vostro è esibizionismo. La cultura non si esibisce, la cultura si offre. Anche in anonimato. Sarebbe l’ideale.

Mi chiedevo anche cosa cambierebbe se tutto il mondo parlasse la stessa lingua. Vi immaginate l’italiano parlato alla perfezione da attori e politici esteri, o addirittura l’inglese parlato da vostra nonna con scioltezza e disinvoltura? Scena simpatica quanto improbabile. Allora quanto teniamo davvero alla nostra lingua? Io credo tanto.  Si può fare lo stesso discorso anche passando da un insieme a un sottoinsieme: il dialetto. È sbagliato parlare in vernacolo con chi lo capisce a pieno e lo parla con dimestichezza? Quando lo uso, appaio volgare o ignorante, ma non è così. A me piace il mio dialetto, lo adoro. E non credo ci sia bisogno di mostrare tanto sdegno quando lo si ascolta. È un po’ come la prima vera lingua. Avete presente quando vi trovate in casa e per stare più comodi utilizzate una maglia larga il triplo del necessario per voi e magari sporca e rovinata, mentre quando dovete presentarvi a un appuntamento o a un’uscita tra amici non la indossate perché poco presentabile, nonostante sia parecchio comoda, ma preferite magari vestiti in modi un po’ più complicati e scomodi ma parecchio più presentabili? È lo stesso discorso. Tra coloro che parlano il tuo dialetto è doveroso da parte tua utilizzarlo, perché è come un segno distintivo d’appartenenza comune a una realtà, come una divisa scolastica o sportiva.

Lo stesso discorso lo si propone quando si viaggia all’estero. Non si usa l’italiano, ma l’inglese, come se fosse la lingua collante di ogni nazione, forse perché la più semplice o semplicemente la più parlata al mondo. Comunque sia, tutti conoscono qualche parola inglese, che spesso si ritrova anche in discorsi completamente italiani o anche dialettali, avendo la lingua anglosassone radici in ogni Paese. Carina questa full immersion (ma tu guarda, l’inglese!) sulla lingua fatta insieme con voi.

Possiamo concludere che, proprio come i giapponesi affermano che abbiamo tutti tre facce (una vera e propria, un’altra vista da amici e parenti e una terza dagli estranei), così possiamo affermare di avere tre lingue: il nostro dialetto, la nostra lingua “nazionale” e la nostra lingua “internazionale”. Forse gli inglesi hanno la vita più facile, dato che le tre lingue il più delle volte coincidono. Ma sai che noia parlare sempre la stessa lingua? Nun ‘o putess mai fa (è napoletano)!

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Ciro Terlizzo

Ciro Terlizzo

Quando vado a fare il prelievo per le analisi del sangue, dopo con quella siringa puoi scriverci, perché è piena d'inchiostro.

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