Partisan: l’inammissibile realtà di Kleiman [ANTEPRIMA]

0
Partisan

Vincent Cassel in Partisan

Inquadratura d’ambientazione, periferia desolata. La telecamera segue una madre e un bambino, fino a portarci alle spalle di un uomo. Una nuca come quella di Vincent Cassel è sicuramente riconoscibilissima, eppure la telecamera decide di non mostrarci il suo volto nei primi frame di Partisan, film d’esordio di Ariel Kleiman. Questo è solo un piccolo avvertimento: nel film c’è mistero e il mistero ci accompagnerà fino alla fine.

Vincent Cassel è Gregori, un uomo carismatico e dal passato arduo e oscuro che decide di circondarsi di madri e bambini che non hanno avuto un’esistenza semplice. Un bel po’ di persone, pranzi festosi e abbondanti: una sorta di scuola autogestita, con attività ricreative, il karaoke, le stelle di merito sui tabelloni. Al di là di quello che può sembrarci a tutti gli effetti il quadro sereno di una comunità che assume in pieno i caratteri di una famiglia, in cui tutti si aiutano senza invidie e malumori, c’è qualcosa di molto più complesso alla base della condizione di fronte alla quale ci troviamo. Legati da un sottile filo rosso, da un segreto sporco ma generalmente accettato, i personaggi ruotano attorno al loro custode, che sente di avere la necessità e il compito di difenderli dal mondo esterno. Per questo motivo, oltre che insegnare ai bambini il modo più adatto per tenere un orto in inverno, svelerà loro i segreti dell’amore e dell’odio, addestrandoli per uccidere, creando così una sorta di comunità di piccoli sicari privati della loro innocenza infantile. Tra questi a spiccare maggiormente sarà il primo figlio adottivo di Gregori, Alexander, un ragazzino dagli occhi vispi e dall’intelligenza vivace. Sarà lui che, arrivato all’età di undici anni, comprendendo da sé determinati meccanismi, capovolgerà la situazione.

Il personaggio di Gregori è molto complesso e si presume abbia una storia interessante quanto terribile, ma non ci verrà mai concesso di accedere ai misteri del suo passato. Ammessa la sua tenerezza e umanità, evidentemente scevri da qualsiasi tentativo di ipocrisia, lascia lo spettatore col fiato sospeso, dando continuamente l’impressione di poter diventare spaventoso o violento da un momento all’altro. Questo succederà, un paio di volte, ma non annullerà per niente il sentimento di empatia che, seguendolo fin dall’inizio con un certo riserbo, si sviluppa con il susseguirsi delle immagini. Nonostante la brutalità della sua concezione, a Gregori viene comunque concesso di commuoversi e pentirsi, lasciandosi lacerare dai sensi di colpa fino all’ubriachezza. Non si riesce a giustificarlo, ma in qualche modo si può comprendere che la sua è pura follia, la follia di un uomo che ha vissuto la malvagità e la pericolosità del mondo in cui ci troviamo in maniera diretta, assaporandone gli orrori e assimilandone il desiderio di vendetta. È per questo motivo che addestra i suoi protetti per far sì che siano pronti ad affrontare (e conseguentemente ad annullare) la vita, che per lui sta a indicare un accozzaglia di brutture da cui ci si può salvare solo stando nel nido (per dirla alla Pascoli) che lui ha costruito per la sua famiglia.

La tristissima realtà di questi bambini-killer, che tanto ci sembra inconcepibile, è pane quotidiano in Colombia ed è la fonte di ispirazione per Kleiman che, dopo essere venuto a conoscenza di questa terribile verità, ha deciso di renderla cinematograficamente privandola di tutti i fronzoli socio-politici che riguardavano la condizione colombiana, cercando di donare al suo film l’aspetto di fiaba in cui Vincent è il pifferaio magico.

Le dinamiche di protezione e negazione della società interne alla comunità ricordano quelle di Kynodontas: in entrambi i film il capofamiglia ha il ruolo di tenere le donne e i bambini al sicuro dalla crudeltà del mondo e dalla sua pericolosità, ma il Cassel di Partisan riesce a spingersi oltre. Nasconde il mondo esterno ai suoi protetti, ma nel tentativo di tenerli lontani da ciò che di malvagio la vita ci mette di fronte genera altra malvagità, non solo nell’atto coercitivo stesso, ma anche e soprattutto nell’addestramento che priva questi bambini di qualunque contatto empatico con la morte, o meglio con la privazione della libertà di vivere. Si genera dunque il peggiore possibile dei mali, quello di appropriarsi del potere di porre fine all’esistenza di alcuni privando altri di una fase essenziale della loro.

Vorrei che ogni film che giro portasse il pubblico a fare un viaggio. Adoro quando un film ci lancia in un mondo strano, estremo e imprevedibile. Nonostante questo mondo sia ben distante dalla nostra vita di tutti i giorni, ci connettiamo e ci mettiamo in relazione immediatamente con le emozioni che si dipanano sullo schermo. È questa esperienza la cosa che in assoluto amo più del Cinema.

La scelta delle vittime non è mai spiegata e nemmeno è importante conoscerla: non è Gregori ad auto-commissionarsi gli omicidi, semplicemente mette a disposizione – dietro pagamento – i suoi giovani ed economici piccoli sicari, insospettabili e impunibili. Poco interessa, al misantropo inguaribilmente patologico, chi venga ucciso e perché. A stilare la lista delle vittime è “zio Charlie”, Gregori vuole solo addestrare i suoi figliocci all’autoconservazione e all’estinzione delle specie non competitive. Vuole, insomma, insegnare ai suoi leoncini a correre abbastanza veloce da attaccare una gazzella e non morire di fame, a essere sempre i primi a colpire e mai quelli che vengono colpiti.

Chi invece dimostra di essere già fortemente legato al concetto di vita è Leo, bambino dagli evidenti atteggiamenti autistici. Un peso per Gregori, che ha come obiettivo quello di educare i figli adottivi al gioco dell’omicidio, di coinvolgerli in una recita apparentemente senza conseguenze. Come potrebbe, infatti, qualcuno così spiccatamente disturbato dalla sofferenza – tanto da difendere dall’uccisione le galline destinate alla cena – compiere con ingenua freddezza un assassinio verso, addirittura, un altro uomo? La consapevolezza è d’intralcio quando si tenta di plasmare così profondamente una personalità. I bambini di Gregori sono come i già citati ragazzi di Kynodontas, ma ancor di più come gli abitanti del sotterraneo di Underground: non conoscono il mondo esterno, le sue dinamiche e le occasionali uscite (quelle permesse per portare a termine le commissioni) hanno come conseguenza la scoperta di elementi totalmente innocui ma comunque sorprendenti, come un giocattolino lasciato a terra. Esserne privati non è poi così rilevante, se si vive anche l’uccisione come uno svago, qualcosa che permette di ottenere la benevolenza di papà e un adesivo dorato ad attestare la propria obbedienza.

Il nemico numero uno è proprio ciò che è vita, bello, attraente, perché in quanto tale genera il sospetto che possa nascondere in realtà pericolo e sofferenza. Da tutto ciò, che solo nel mondo reale è possibile trovare, Gregori difende i suoi sottoposti, le donne del suo harem e i soldati del suo esercito infantile, generando colpe inesistenti nei semplici gesti di mangiare cioccolato o raccogliere giochi abbandonati. Tolti dalle mani gli innocui passatempi, i vuoti palmi imparano troppo presto e inconsapevolmente a toccare il freddo metallo delle armi e quel gelo si trasferisce per contatto ai loro corpi ormai privi del tipico calore gioioso dei bambini, dell’innata spensieratezza.

Alexander quel calore non lo ha mai conosciuto e, ormai undicenne, si trova troppo presto a scontrarsi con la rabbia e la mania del controllo degli adulti. A quell’età, però, è difficile reprimere i propri dubbi, le domande che riguardano l’onestà e l’affidabilità di chi più di tutti ti è vicino. Come ignorare allora le troppo vaghe e inconsistenti parole di Gregori, l’uomo che lo ha costretto in rigide regole e architetture, che ne ha ucciso l’indole infantile?

La malinconia accompagna l’intero lungometraggio e si riflette tanto nella regia quanto nella musica: entrambe pacate, che si uniscono in uno stile ponderato, fatto di movimenti di macchina mai frenetici e armonie in perfetto equilibrio con questa scelta stilistica. Non si può non notare la meticolosa attenzione al dettaglio, che ci regala piacevolissime simmetrie e spazi calcolati al millimetro (come la scena di Alexander e Ariana alla finestra), il tutto condito con una fotografia elegantemente tiepida.

Sebbene la scrittura della sceneggiatura abbia inevitabilmente comportato che le quattro mani (in perfetta sintonia) di Ariel Kleiman e Sarah Shaw affondassero in temi torbidi, il film rimane sempre su una posizione psicologica e introspettiva, senza mai degenerare in un thriller o un action. Una stesura lucida, priva di angoscia, piacevole alla visione e mai scontata, mai resa in maniera superficiale. Un’infinita attenzione per i dettagli, per la psicologia dei personaggi e le loro complesse personalità, presentate fino ad avere l’impressione di conoscere ognuno di loro, riuscendo addirittura a immaginare, più che prevedere, una possibile azione e reazione. Cassel e Chabriel si tengono testa, in una lotta di classe mirata alla sovversione, ma senza smanie: solo un grande ed esperto interprete faccia a faccia con un ragazzo alla sua prima esperienza cinematografica, che come il suo personaggio assorbe gli insegnamenti del maestro per sfidarlo nella sua stessa materia. La magia del cinema sta anche nella sua istintività.

Lucia Liberti e Anna Scassillo

About author

Redazione

Redazione

Attualità, cultura e confronto. Parte del discorso vuole rappresentare ogni lettore e renderlo partecipe al dibattito.

No comments

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi